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Tennis. La dura vita dei giudici di sedia

Aurelie Tourte, Francese, 38 anni, è l’unica donna assunta a tempo pieno come giudice dell’Atp. Qui discute conHolger Rune (21 anni) alle ultime Atp Finals di Torino. Clive Brunskill/Getty Images 
Nel tennis devono essere pronti a tutto, anche a commettere errori (vedi il recente caso Sinner). Sono i giudici di sedia. E qui parlano i top 4 del circuito. «Siamo psicologi e pompieri»
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È il posto migliore per assistere a un match. Dentro il campo, dall’alto, alla giusta distanza. I giudici di sedia sono al centro dello spettacolo senza volerlo, sanno di aver fatto un buon lavoro quando le telecamere li ignorano, se il pubblico si ricorda il loro nome significa che qualcosa è andato storto. Sorridenti e riservati, hanno occhi ovunque, riescono a mantenere la concentrazione anche senza adrenalina e la calma quando tutti sono nervosi, sono misteriosi e compiaciuti di esserlo. Negli anni hanno imparato una lezione che vale anche oltre Wimbledon: il 90 per cento degli errori nasce dall’esitazione.

Tutti i chair umpire che si rispettino portano nella valigetta pastiglie per il mal di testa, un paio di forbici o un coltellino svizzero, perché bisogna essere in grado di risolvere ogni esigenza dei giocatori. Come i tennisti, sanno cosa mangiare e quando bere prima di un match per non essere costretti ad abbandonare la postazione per un toilet break (esigenza consentita ma n…

È il posto migliore per assistere a un match. Dentro il campo, dall’alto, alla giusta distanza. I giudici di sedia sono al centro dello spettacolo senza volerlo, sanno di aver fatto un buon lavoro quando le telecamere li ignorano, se il pubblico si ricorda il loro nome significa che qualcosa è andato storto. Sorridenti e riservati, hanno occhi ovunque, riescono a mantenere la concentrazione anche senza adrenalina e la calma quando tutti sono nervosi, sono misteriosi e compiaciuti di esserlo. Negli anni hanno imparato una lezione che vale anche oltre Wimbledon: il 90 per cento degli errori nasce dall’esitazione.

Tutti i chair umpire che si rispettino portano nella valigetta pastiglie per il mal di testa, un paio di forbici o un coltellino svizzero, perché bisogna essere in grado di risolvere ogni esigenza dei giocatori. Come i tennisti, sanno cosa mangiare e quando bere prima di un match per non essere costretti ad abbandonare la postazione per un toilet break (esigenza consentita ma non apprezzata dai diretti interessati che la considerano poco professionale, al pari dell’accavallamento delle gambe).

Sbagliano? Certo che sì. Proprio come ai giocatori accade di fare doppio fallo, a loro può succedere di giudicare male una pallina e chiamarla “out” quando è “in” o viceversa. Al torneo di Montecarlo, se ne sono visti parecchi di errori arbitrali – che hanno coinvolto Daniil Medvedev, Holger Rune, Jannik Sinner. Nella semifinale contro Stefanos Tsitsipas, durante il terzo set, il greco ha commesso un doppio fallo che avrebbe portato l’azzurro sul 4-1, vicinissimo alla finale. L’arbitra, Aurelie Tourte, ha giudicato la seconda di servizio buona e non è intervenuta; Sinner, colto di sorpresa dalla mancata chiamata, ha perso il punto e infine il match – anche, come ha poi ammesso, per colpa dei crampi che gli sono venuti dal nervoso. Ma il numero due al mondo ha chiuso la polemica da vero campione: «Tutti possono sbagliare».

Loro fuoco, noi acqua

Il tennis ammette l’errore, anche da parte dell’arbitro, le partite non vengono mai condizionate da un punto, al massimo da come si reagisce a un torto, presunto o reale. Chi siede sulla poltrona più alta conosce la regola del next point: l’unico modo per non ripetere un errore è smettere di pensarci e concentrarsi sul punto successivo. Non è superficialità, ma sopravvivenza. Aurelie Tourte è considerata una delle arbitre più competenti del circuito, ha arbitrato Sinner non solo a Montecarlo ma anche in una delle partite più importanti della storia azzurra, la finale degli Australian Open vinta contro Medvedev il 28 gennaio scorso. «Il mio primo match? 5 giugno 1983, quando Yannick Noah vinse il Roland Garros. Ero ancora nella pancia di mia mamma. Ma posso dire di seguire questo sport da allora» dice al Venerdì. Prima di diventare arbitra a tempo pieno, con oltre 25 settimane in giro per il mondo con il Tour, è stata un’infermiera. «L’inizio della mia carriera è stata una sfida tra soci del mio circolo, ricordo che a un certo punto hanno cominciato tutti a litigare, a me veniva da piangere, mi sono detta: io, qui, mai più».

E invece eccola sulla sedia più importante del campo, unica donna assunta a tempo pieno come giudice dell’Atp, il circuito maschile. Fino agli anni 80, la professione di arbitro era considerata un lavoretto, gli appassionati venivano ricompensati con vitto e alloggio per assistere on site ai match dei più forti. Un sogno retribuito. Oggi diventare un Gold badge chair umpire, il grado più alto dei giudici di gara, è considerato più difficile che ottenere la qualifica di astronauta. Si è professionalizzato lo sport e tutto ciò che gli ruota intorno.

«Siamo direttori d’orchestra», ci dice Nacho Forcadell, possessore di Gold badge dopo una gavetta cominciata da giudice di linea al torneo di Barcellona. «La maggior parte delle volte, le partite scorrono senza che nulla accada, ma non sappiamo mai cosa può succedere. Noi dobbiamo avere la risposta, sempre, e farci trovare pronti. Dobbiamo saperci adattare, rimanere concentrati e comunicare le decisioni. Se un giocatore non è felice delle scelte prese, è nostro compito spiegargli il motivo del nostro intervento guardandolo negli occhi ma senza farci condizionare dal suo umore. Non è vero che dobbiamo sorridere sempre; è utile indossare una poker face, nascondere le emozioni fa parte del mestiere. Se i giocatori sono fuoco, noi dobbiamo essere acqua».

Ecco un’altra lezione: la tranquillità è autorevole. E viene apprezzata ancora di più quando intorno tutti sono sul punto di esplodere.

Bad boys e insospettabili

Wimbledon ’81, primo turno, McEnroe contro Gullikson. L’americano serve, l’arbitro interviene: «Out!», la pallina è fuori. «Non puoi essere serio», gli risponde McEnroe. E poi urla, si mette le mani nei capelli, si dispera. Ma Edward James è serissimo, e gli risponde soltanto dopo un po’: «Penalty point mister McEnroe». E chiude così la questione. Campionissimi e no: tutti in carriera hanno avuto incontri ravvicinati con i chair umpire. Non solo i bad boys Kyrgios e Fognini, anche gli insospettabili Roger Federer e Rafa Nadal. Persino allo svizzero è capitato di ricevere un warning per ball abuse, per aver scagliato una pallina per la frustrazione.

Nadal, invece, ammonito per aver impiegato troppo tempo tra la fine di un punto e l’inizio del successivo disse all’arbitro Carlos Bernardes: «È colpa mia se sudo tanto? Chiederò di non essere mai più arbitrato da te».

Alla finale degli Us Open del 2018, Serena Williams, furiosa per un warning considerato ingiusto ed eccessivo, ha cominciato un altro match contro l’arbitro Carlos Ramos che nel frattempo si è preso del ladro, del bugiardo, del sessista. Gli arbitri si trovano al centro di frustrazioni uguali e contrarie, hanno a che fare con giovanissimi adulti con una voglia disperata di vincere – o di non perdere. I tennisti, quando si trovano sotto nel punteggio, hanno bisogno di qualcuno che li capisca, di sfogarsi, di lamentarsi inutilmente, di un motivo per accendersi, di un capro espiatorio. A coloro a cui viene puntato il dito contro viene insegnato a non reagire, o a reagire con voce pacata, argomentando. Non è un paese per timidi, il loro.

Psicologi e poliziotti

«Negli anni si impara quando parlare, ma anche quando stare zitti» ci spiega Bernardes che quest’anno, dopo 40 anni di onorato servizio, andrà in pensione, proprio come Nadal – con cui nel frattempo ha fatto pace. «C’è una consuetudine tra ufficiali di gara: si cerca sempre di lasciare l’ultima parola ai giocatori, che spesso hanno bisogno proprio di quello per tornare a pensare al match». Psicologi, pompieri, forze dell’ordine, i primi ad entrare e gli ultimi ad andarsene, conduttori di uno show da milioni di dollari, attori non protagonisti sempre al centro della scena. Non tifano mai, ma provano a godersi lo spettacolo senza rovinarlo.

«Il campo è anche un po’ il nostro giardino. Ad ogni partita di ogni torneo mi ripeto la stessa cosa: divertiti», ci dice l’egiziano Adel Nour. L’anno prossimo lui e i suoi colleghi saranno ancora più soli a prendere decisioni: i giudici di linea saranno rimpiazzati dalla tecnologia, l’Elc Live, la chiamata elettronica in tempo reale che avverrà automaticamente ed eviterà errori come quelli di Montecarlo. «Ma ci sarà sempre bisogno di un buon arbitro». Già, ma chi è un buon arbitro? «È chi non si prende la scena, chi non condiziona il match con i suoi interventi, chi fa in modo che lo spettacolo continui. In fondo siamo tutti lì per vedere una bella partita».

Anche la carriera di Nour è cominciata da una storia familiare: «Guardavo sempre Wimbledon con mio papà, in Egitto è molto seguito. Mi ricordo una finale di Boris Becker, lui mi disse: “Gioca a tennis, così diventi come loro”. Non sono mai diventato un giocatore, ma nel 2019, entrando per la prima volta sul Centrale come ufficiale di gara, ho pensato a mio papà: ora che ero dentro, lui non c’era più». È sempre una questione privata la storia delle nostre passioni. E delle professioni.

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