Guerra e (anche) Pace secondo la dottrina Petraeus
dalla nostra inviata Anna LombardiWashington. «Non s’inverte la rotta di una portaerei con la facilità di un motoscafo: bisogna anticipare la svolta». Nel salotto di un hotel a pochi passi da Union Station, gli occhi celesti di David Petraeus guizzano mentre inanella il suo discorso al ritmo di una mitragliatrice.
Washington. «Non s’inverte la rotta di una portaerei con la facilità di un motoscafo: bisogna anticipare la svolta». Nel salotto di un hotel a pochi passi da Union Station, gli occhi celesti di David Petraeus guizzano mentre inanella il suo discorso al ritmo di una mitragliatrice.
Oggi insegna a Yale e dirige il Global Institute del fondo di private equity Kkr.Una vita in divisa, la sua...«Mio padre era un ufficiale di marina olandese, riparò con la sua nave in America quando i nazisti invasero il suo Paese. Mio figlio è un ufficiale che ha prestato servizio in Afghanistan nella brigata di combattimento aviotrasportata. Mia moglie Hollie è figlia del generale a quattro stelle William Knowlton, sovrintendente di West Point quando mi diplomai. Ho passato 37 anni nell’esercito. Sì, è la mia vita». Come iniziò? «Sono cresciuto a Cornwall-on-Hudson, New York, a pochi chilometri da West Point. Da bambino consegnavo i giornali agli ufficiali della scuola. Li ammiravo, scegliere la vita militare fu naturale, anche se mio padre mi avrebbe preferito all’accademia navale». E da piccolo? Giocava coi soldatini?«No, ero uno sportivo. A West Point feci parte delle squadre di calcio, sci, tennis. Mi tornò utile: quando nel 1991 fui accidentalmente colpito al petto durante un’esercitazione, convinsi i medici a dimettermi prima del tempo facendo 50 flessioni pochi giorni dopo l’incidente». La guerra è più arte o più scienza?«Regole standard esistono: ad esempio chi attacca deve avere forze almeno tre volte superiori a chi si difende. Ma ogni situazione è unica e la scienza bisogna saperla applicare: questa è l’arte». Il prussiano Carl von Clausewitz diceva: “La guerra è il prosieguo della politica con altri mezzi”. È così? E lei che in passato si è definito “Rockefeller Republican”, un moderato: ne è mai stato tentato? «Ogni Paese ha obiettivi politici e la guerra è un mezzo per raggiungerli ma, dalla diplomazia all’economia, ce ne sono altri ben migliori. Quanto alla politica, non voto da quando sono diventato generale a due stelle. Fu utile quando circolarono voci – non vere – su una mia possibile candidatura contro Obama. Poi, certo, Trump mi sentì per il ruolo di segretario di Stato. Ma non ho ambizioni politiche, né voglio tornare a lavorare per il governo». Con due conflitti in corso, si parla più che mai di Terza guerra mondiale. Ci siamo davvero vicini? «Di sicuro l’Occidente fronteggia il più alto numero di sfide dalla fine della Guerra fredda. La Cina è la più grande per le sue ramificazioni globali. La Russia è la più minacciosa: se non la fermiamo in Ucraina, andrà avanti, ha già messo gli occhi su Moldavia e Lituania. Non va sottovalutata la Corea del Nord. Né l’Iran che ha ramificazioni in Libano, Siria, Iraq e Yemen, fornisce droni a Mosca e ha un programma nucleare. C’è il pericolo rappresentato da organizzazioni islamiche, cyber attacchi e cambiamenti climatici: la desertificazione del Sahel porterà nuovi migranti in Europa, destabilizzandola. E ci sono poi i rischi legati al populismo che corriamo anche qui». Trump dice di poter risolvere la guerra in Ucraina in 24 ore. «Forzare l’Ucraina a cedere territori a chi l’ha brutalmente invasa è sbagliato, Putin non può essere premiato per le sue azioni illegali. Col sostegno americano e la decisione di abbassare l’età di leva, Kiev riuscirà a mantenere le sue posizioni e forse a fare progressi nell’unico teatro dove già ha ottenuto risultati in passato, il Mar Nero occidentale, tornando a esportare grano. Restano molti “se” da far combaciare, ma così potrebbe arrivare più forte ad eventuali trattative di pace».
Ci è spesso stato raccontato che le nuove guerre sarebbero state tecnologiche e che a combatterle sarebbero stati i robot. Invece in Ucraina si combatte in trincea, come nella Grande guerra. E l’ipertecnologico Israele è stato violato il 7 ottobre con tecniche primitive…
«È vero, in Ucraina si combatte come un secolo fa, trincee, campi minati, filo spinato, artiglieria. Ma si usano anche droni e missili terra-aria. Senza dimenticare attività nel cyberspazio, i satelliti, l’onnipresenza degli smartphone, i social. Guerra ibrida senza precedenti, un assaggio di futuro. Quanto all’attacco di Hamas: in realtà è stato molto sofisticato, hanno individuato il sistema di sorveglianza israeliano e poi lo hanno abbattuto con esplosivo trasportato da droni. Un terribile fallimento d’Intelligence».
Ora gli israeliani a Gaza sono “boots on the ground”: come se ne esce?
«Hamas va distrutto, come facemmo col nucleo centrale di al Qaeda e lo Stato islamico. Mancano però grandi strategie: gli israeliani dovrebbero fare una campagna più di contro-insurrezione. Uccidere il nemico aiuta se aumenta la sicurezza della popolazione e crea spazio a sviluppo economico e politiche legittime. Altrimenti rischia solo di reclutare nuovi combattenti. Serve una soluzione politica e bisogna sapere come gestire la transizione».
Einstein diceva di non immaginare con quali armi affronteremo la Terza Guerra mondiale, ma che la Quarta sarà fatta con la clava.
«Le armi nucleari devono servire solo da deterrenti. Certo, quando Putin ne minaccia l’uso dobbiamo prenderlo sul serio, assicurandoci che sia cosciente di cosa accadrebbe alla Russia se lo facesse. Ma non vedo guerre nucleari all’orizzonte. Resteremo in ambito deterrenza».In Europa si discute di esercito unificato. Aiuterebbe?«L’Europa ha già il suo esercito unificato nella Nato. I leader dovrebbero semmai investire più risorse. Il segretario generale Stoltenberg ha annunciato che 18 dei 31 Paesi sono arrivati al 2 per cento del Pil per le spese di Difesa. Ma si può fare di meglio».
A pesare sono le minacce di Trump.
«Direi che, al di là dei tweet, Trump nel suo primo mandato è riuscito a ottenere un maggiore impegno dai Paesi dell’alleanza».
“Se vuoi la pace prepara la guerra”, recita un detto latino. È così?
«La deterrenza è necessaria alla pace: gli avversari devono valutare la tua forza e la tua determinazione: e su questo ultimo punto con la Russia abbiamo fallito. Dietro la decisione di invadere l’Ucraina temo ci sia il nostro disastroso ritiro dall’Afghanistan. E prima ancora, l’aver lasciato varcare la “linea rossa” siriana, quella indicata da Obama nell’uso di armi chimiche. Dubito però che Putin si aspettasse la reazione dell’Occidente».
I generali credono nella pace?
«Più di altri. Sono stati in combattimento, ne conoscono l’orrore. L’idea che vogliano la guerra è falsa. Forse qualche guerrafondaio nei ranghi si trova. Ma non ai vertici».
Dei pacifisti cosa pensa?
«Bisogna sempre aspirare alla pace, ma non mostrandosi deboli. Reagan parlava di “pace attraverso la forza”. Con l’Urss funzionò».
Il suo generale preferito?
«Ulysses Grant, che salvò l’Unione assicurando la rielezione di Lincoln. Lessi la sua biografia durante la missione in Iraq, ogni sera, prima di addormentarmi. Mi è rimasta impressa la scena al termine della battaglia di Shiloh, che quasi perse: Grant fumava il sigaro, sotto una quercia, pioveva. Il luogotenente Sherman gli disse “Abbiamo avuto il diavolo alle calcagna oggi”. E lui: “Domani lo staniamo”».
E lei? Mai avuto paura?
«Quando il mio elicottero finì in una tempesta di sabbia, non distinguevamo più la terra dal cielo. Terrificante».
I più gravi errori militari americani?
«Il ritiro dall’Afghanistan è uno dei peggiori. La Siria fu un’opportunità perduta. E decisioni catastrofiche vennero prese anche all’inizio della nostra presenza in Iraq: su tutte licenziare i militari iracheni senza dargli alternative economiche. Migliaia di uomini armati, piuttosto che supportare il nuovo Stato, ne divennero nemici. Un’altra macchia indelebile fu la gestione del carcere di Abu Ghraib con le sue torture disumane».
Il ricordo di guerra a lei più caro?
«All’inizio del surge iracheno la violenza era fuori controllo: coi metodi della contro-insurrezione riportammo il Paese alla pace. Ricordo il brivido di andare nei mercati senza scorta e giubbotto antiproiettile perché era così che doveva vederci la popolazione: alleati, non invasori. Purtroppo l’allora premier iracheno annullò i nostri sforzi consentendo allo Stato Islamico di stabilire il primo califfato sunnita estremista dei tempi moderni».
L’ammiraglio McRaven, che catturò Bin Laden, ha raccolto in un libro, intitolato Fatti il letto, principi di vita militare utili nel quotidiano. Ha suggerimenti analoghi?
«Non consigli pratici come quelli del mio amico McRaven, ma massime che ho sempre ripetuto ai soldati. “La vita è competizione, ma non si corre per i trofei quanto per essere il migliore della squadra”. E un’altra: :”Fate esperienza lontano dalla vostra comfort zone”».
Sul Venerdì del 10 maggio 2024