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Marcello Marchesi, alla riscoperta di un “battutaro”

In una pubblicità della Giulietta Alfa Romeo. Marcello Marchesi era nato a Milano nel 1912 e morì a Cabras nel 1978 in un incidente in mare (fu scaraventato da un’onda contro una roccia e batté la testa) (Archivio Marchesi) 
Mastroianni? «Marlon Blando». Aldo Moro? «Il dottor Divago». Tornano i libri di un umorista poliedrico (Canzoni, poesie, spot televisivi...) e geniale. Con la vena aforistica di Flaiano e un gusto dell’assurdo alla Beckett
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Cento, mille, innumerevoli formiche stanno zampettando. Chissà dove accorrono, chissà se ad attirarvele è qualcosa di dolce, di nobile o di innominabile. E chissà se la distinzione vale anche per loro. Nel bestiario di Marcello Marchesi (1912-1978) le formiche hanno un posto particolare da quando sono uscite da una riga del suo Malloppo per battezzare un caso editoriale. Ma tutta l’opera di questo autore tanto singolare – di una singolarità analoga ma ben distinta da quelle di autori che gli si possono accostare, come Achille Campanile o Ennio Flaiano – è un formicolare incessante e incalcolabile. In neppure mezzo secolo, articoli, epigrammi, testi per la radio e per il teatro di rivista, sceneggiature e regie cinematografiche, programmi televisivi e sketch pubblicitari (quantificabili in 4.000 caroselli). Ogni volta che ci si occupa di lui se ne viene a scoprire una nuova: per esempio che è suo il testo della canzone Ho soffrito per te, cantata da Enzo Jannacci e da Cochi e Renato (e…

Cento, mille, innumerevoli formiche stanno zampettando. Chissà dove accorrono, chissà se ad attirarvele è qualcosa di dolce, di nobile o di innominabile. E chissà se la distinzione vale anche per loro. Nel bestiario di Marcello Marchesi (1912-1978) le formiche hanno un posto particolare da quando sono uscite da una riga del suo Malloppo per battezzare un caso editoriale. Ma tutta l’opera di questo autore tanto singolare – di una singolarità analoga ma ben distinta da quelle di autori che gli si possono accostare, come Achille Campanile o Ennio Flaiano – è un formicolare incessante e incalcolabile. In neppure mezzo secolo, articoli, epigrammi, testi per la radio e per il teatro di rivista, sceneggiature e regie cinematografiche, programmi televisivi e sketch pubblicitari (quantificabili in 4.000 caroselli). Ogni volta che ci si occupa di lui se ne viene a scoprire una nuova: per esempio che è suo il testo della canzone Ho soffrito per te, cantata da Enzo Jannacci e da Cochi e Renato (era il lato B di A me mi piace il mare). Ed ecco la prima formica che scappa via per una sua stradina: «Ti ho vista l’altra sera / correvi dietro un tram. / Correvi troppo forte / son restàa lì a guardà // Ho soffrito per te / ma ti perdonerebbi». Sarà stata una formica autobiografica?

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Diario romano sulle tracce di Flaiano]]

I cari istinti

Con Marchesi il dubbio è sempre lecito. Quando parla del Creatore e dei suoi tentativi non sempre riusciti, per esempio, si chiede come mai con tutta l’eternità a disposizione si fosse dato limiti tanto stringenti. Sei giorni sono pochi, suona il titolo della poesiola in cui si passa in rassegna la proboscide dell’elefante, il collo della giraffa, l’ippopotamo e il rinoceronte, fino alla lingua del formichiere: «Voleva fare una cosa lunga /ma non aveva / le idee chiare. / Poi gli venne fuori il serpente. / Ecco quello che voleva, / quello che aveva in mente!». Scrivendo versi così brevi, cosa avrà avuto in mente Marchesi, creatore anche lui, sia pure minuscolo? E quanti ricordi malinconici, quanti propositi di riscatto, quante saggezze oblique formano l’esperienza intesa come “malloppo”, sintomo, zavorra?

Con le gemelle Kessler (Archivio Marchesi) 

La vitalità stessa, se non la vita, è un formicolio, come dice la preghiera in cui si rivolge non ai cari estinti ma al loro contrario: «Cari istinti / sempre vivi / mai sopiti / vi fate ricordare da soli / con un morso alle reni / un lampo nella rètina / un formicolìo / al punto giusto”. Compresi nella raccolta Il sadico del villaggio (Rizzoli, 1964) i versi tornano in forma prosastica anche nel romanzo Il malloppo di sette anni dopo, nel punto in cui la voce narrante decide di non invecchiare, di amare una ragazza, di prendere intrugli che oggi diremmo anti-age, di dimagrire. A togliersi la pancia in effetti ce la fa: «Potevo vedere la punta delle scarpe senza bisogno di fare il passo romano. La cravatta penzolava su un baratro».

L’amico del giaguaro

Raccolte poetiche e romanzo (che oggi rileggiamo in due volumi riediti dalla Nave di Teseo, Il dottor Divago e Il malloppo) ci mostrano come i tavoli – o i formicai – di Marchesi fossero tre: spettacolo, pubblicità, editoria. Spettacolo cioè radio, tv, teatro, cinema, con collaborazioni con tutti i mostri sacri, a partire da Totò (di cui Marchesi ricordava il giudizio abrasivo su Alberto Sordi: «è capacino») e invenzioni passate in proverbio: «Il signore di mezza età», «Ti conosco mascherina», «L’amico del giaguaro». Qui si inventa pensando al pubblico coi suoi gusti del momento e agli artisti che si hanno a disposizione. Nella pubblicità è lo stesso, ma con l’impiccio aggiuntivo del prodotto da propagandare, e quindi con un livello di subordinazione superiore. Marchesi ne è stato un maestro, con trovate altrettanto proverbiali: «Non è vero che tutto fa brodo», «Il brandy che crea un’atmosfera», «Il signore, sì, che se ne intende», «Basta la parola!», «Con quella bocca può dire ciò che vuole».

Alle scritture commissionate dallo spettacolo e dalla pubblicità Marchesi contrapponeva l’attività editoriale autonoma, con la satira giocosa ma non proprio innocua di Sancta publicitas, dove gli “amanti condizionati” si fanno complimenti con il lessico dei caroselli: «La prima frase che le disse / non la dimenticò mai. / – Che bella pelle / idratata che hai. / E lei rispose sommessamente: / – E tu, che capigliatura luminescente!».

È nelle sue poesiole epigrafiche e nelle definizioni del “Chi sarebbe?” che si mostra quella prodigiosa giocoleria linguistica, destinata a rendere apocrife definizioni come quella di Marcello Mastroianni: “Marlon Blando” o quella di Aldo Moro, “Il Dottor Divago”. E un critico e connaisseur severo come Giampaolo Dossena ha citato in più voci del suo Dizionario dei giochi con le parole la straordinaria fantasia vocalica di «Pescare l’ostrica / sperando nella perla. / Aprire l’ostrica / restando come un pirla. / Gettare l’ostrica / e dentro il mar riporla. / Questa è la vita / del pescator...».

Nel programma Rai Il signore di mezza età (1963) (Archivio Marchesi) 

Detriti esistenziali

Riassunto complessivo di questi umori screziati è certo il romanzo. Il malloppo è la materia imperscrutata, il sintomo indecifrato, il cumulo di detriti esistenziali. Il testo è annunciato da una nota preliminare come la sbobinatura del lunghissimo monologo di un Krapp nostrano: «La presente trascrizione dei nastri magnetici registrati dall’A. nel segreto della sua stanza è dovuta alla cortesia, alla pazienza e alla carità di Suor Otaria, delle Piccole Sorelle del Divino Rantolo, in Santa Maria della Frana». Non un flusso ma un viottolo ghiaioso di coscienza, dove ogni sassolino è un racconto fulmineo, un sintagma apparentemente irrelato, a partire dall’incipit: «... ci trovi vivi. In un mondo così bisogna essere così. I sogni non perdonano. Non c’è tre senza due. Date i peli superflui ai poveri. Il sesso è sporco? Basta lavarlo. La Giustizia deve avere il suo corso come Garibaldi. Le svedesi sono meglio dei fiammiferi. Come è lontano Marotta! Anche i nani sono stati bambini. Solo una vita sbagliata è interessante. Sparatevi Breda».

Battutista e sloganaro

Battute? Lui stesso si definiva “battutista”, anzi “battutaro” e “sloganaro”. Nel 1992 Oreste del Buono lo riferiva lamentando l’assenza della parola “battutista” dai vocabolari. Oggi “battutista” è nel De Mauro, nello Zingarelli, nel supplemento 2004 del Battaglia. La chiamiamo “battuta” e per noi è l’unità di misura dello spirito, declinata in comica, satirica, sarcastica, amena, ironica, acida, pronta, telefonata, maligna, fuori luogo, insulsa, provocante, volgare, indovinata, vecchia. Ogni battuta un esemplare, la campionatura di un talento, una prestazione che mira all’eccellenza. Per Marchesi era diverso: ogni battuta non era una scheggia autonoma, bensì il tratto di un disegno, qualche passo di un percorso da formica.

Nel 1991 una riga del Malloppo era diventata titolo di una raccolta di battute organizzate da Gino & Michele e Matteo Molinari – era un concorso per la miglior battuta del secolo: «Anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano». Il titolo fece scalpore, divenne un brand. Ma che le formiche sarebbero scappate dappertutto lo aveva previsto già lo stesso Marchesi, poche pagine più avanti, nello stesso Malloppo: «Parole come formiche corrono su grandi fogli che ritornano bianchi dopo il loro passaggio».

Dal Venerdì del 10 maggio 2024

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