New York compie 400 anni: è ancora l’ombelico del mondo?
di Gabriele RomagnoliRoma ha 2.777 anni e dicono sia eterna. New York ne compie 400 e, a occhio, è destinata a durare ancor di più. Nonostante i continui avvisi, la notizia della sua morte imminente è fortemente esagerata. Se ne può avere conferma in questo, forse convenzionale, compleanno tondo. La data di nascita è discutibile: un’occasione come un’altra per far festa.
Nel 2009 commemorarono i 400 anni dall’arrivo della spedizione di Hudson sul fiume che poi prese il suo nome e fece nascere New Netherland. L’anno prossimo festeggeranno il quattrocentesimo compleanno di New Amsterdam. Il 31 maggio 1624 a Governors Island (dove oggi si arriva con un allegro traghetto) 31 famiglie fissarono un insediamento commerciale che costituì il nucleo per l’evoluzione a seguire. Auguri!
Un grande avvenire sulle spalle
La nascita di una grande città è un evento indeterminabile e leggendario. Coinvolge esploratori, guerre, lupe. Mischia popolazioni diverse, versa sulla terra il sangue di tutte. Ciò che conta, come per …
Roma ha 2.777 anni e dicono sia eterna. New York ne compie 400 e, a occhio, è destinata a durare ancor di più. Nonostante i continui avvisi, la notizia della sua morte imminente è fortemente esagerata. Se ne può avere conferma in questo, forse convenzionale, compleanno tondo. La data di nascita è discutibile: un’occasione come un’altra per far festa.
Nel 2009 commemorarono i 400 anni dall’arrivo della spedizione di Hudson sul fiume che poi prese il suo nome e fece nascere New Netherland. L’anno prossimo festeggeranno il quattrocentesimo compleanno di New Amsterdam. Il 31 maggio 1624 a Governors Island (dove oggi si arriva con un allegro traghetto) 31 famiglie fissarono un insediamento commerciale che costituì il nucleo per l’evoluzione a seguire. Auguri!
Un grande avvenire sulle spalle
La nascita di una grande città è un evento indeterminabile e leggendario. Coinvolge esploratori, guerre, lupe. Mischia popolazioni diverse, versa sulla terra il sangue di tutte. Ciò che conta, come per gli individui, è la vita che verrà.
Per quel che noi, vissuti a cavallo fra due secoli, abbiamo potuto osservare, si è passato il Novecento a creare e solidificare il mito di New York e questi primi 24 anni del Duemila a cercare (invano) di distruggerlo. Lasciata alle spalle la Gilded Age (e per ogni stazione c’è stata o ci sarà una serie televisiva che la racconti) la città ha iniziato una fuga verso il futuro. Ponti, tunnel, metropolitana, grattacieli: se lo è letteralmente costruito mentre le altre lo pensavano. In questo modo è diventata la cosa più avanzata e significativa del Novecento: un’immagine. O meglio ancora: un immaginario. Qualcosa in cui anche chi non lo aveva conosciuto poteva riconoscersi.
Davvero New York è stata il luogo comune. Definita da espressioni di marketing ripetute a pappagallo, anche da chi non ne conosceva la provenienza: la terribile Grande Mela, resa popolare da un cronista sportivo (e riferita in realtà all’ippodromo), o il cuoricino come un apostrofo rosso tra le parole I e NY. La sfida (“Se ce la fai lì ce la puoi fare ovunque”). L’energia (“Oh, la senti? È come un vortice!”). L’insonnia (finché il sindaco Giuliani ha versato litri di sonniferi nell’acquedotto municipale). Il crimine nei vicoli (esisteva perfino un bordello sadomaso, il Pandora’s Box, con la stanza che ne riproduceva uno dove farsi pestare e derubare), il suono delle sirene in sottofondo, gli sbuffi di fumo dalle grate della sotterranea (con o senza la gonna bianca svolazzante di Marilyn), la verticalità (delirante secondo Rem Koolhas).
New York è stata un grande avvenire sulle spalle di un piccolo presente, quello del resto del mondo che faceva tesoro di una sola cosa: il proprio passato. Per invidia o per malinconia a un certo punto non è rimasto che un modo per possederla: farla a pezzi.
Di torri, scatole e ritorni
Dal Duemila in avanti, eventi straordinari hanno (pre) annunciato la fine imminente del mito di New York. Il primo è stato l’attacco terroristico alle Torri gemelle l’11 settembre 2001. Con gli edifici sulla punta di Manhattan crollò Wall Street, a pochi isolati, ma soprattutto il senso di invulnerabilità della città e dei suoi abitanti.
Fu la prima di numerose volte successive in cui, nella retorica diffusa, apparvero contemporaneamente per poi scoprirsi incompatibili due frasi: “Niente sarà più come prima” e “Andrà tutto bene”. Errori di valutazione entrambe. Nei fatti non tutto, ma alcune cose sarebbero cambiate e non tutto, ma il più delle cose, avrebbero ripreso ad andare bene. La serie di espressioni senza futuro potrebbe essere allungata. “I newyorchesi scoprono la solidarietà” (varianti: “sensibilità”, “gentilezza”). Vero. Per tre mesi.
Dopo capodanno del 2002: business as usual. Negli ascensori dei grandi condomini salutare un uomo può essere considerata un’invasione della privacy, farlo con una donna una molestia sessuale. L’espansivo europeo che ci prova riceve in risposta la stessa espressione riservata a una ragazza che cercasse di stringere la mano a un hezbollah, ma questo era e sarà il modo di fare (“its way” avrebbe cantato Sinatra) di New York.
I grandi narcisisti (e questa città lo è) fanno sfoggio di compassione e interventismo soltanto in casi estremi, poi ritornano nella propria infrangibile capsula. La Storia si è ripetuta non una, ma due volte. La prima sette anni più tardi, nel 2008, al culmine della grande recessione, quando fallì Lehman Brothers.
Al posto delle grandi scatole di vetro e cemento ripiene di uffici e appartamenti, il simbolo della città divenne la piccola scatola in cui i licenziati portavano via i loro pochi ricordi: documenti, portapenne, fotografie in cornice, reperti curiosamente simili a quelli trovati tra le macerie di Ground Zero.
In un domino ferale, centinaia di negozi abbassarono le serrande. Crollò il mercato immobiliare. Poi, alla curva del decennio, tutto ripartì. Ci sarà sempre qualcuno che vuole investire a New York. Una casa lì è il sogno del pianeta. Puoi verificare lo stato dell’economia mondiale sapendo chi sta comprandola. I giapponesi fino all’esplosione della bolla, gli europei quando l’euro salì dalla parità fino a 1,5 sul dollaro, i russi prima dell’invasione dell’Ucraina. E società controllate da chi non vuole essere controllato, sempre.
La seconda volta è stata con il Covid (2020-2022). Voli sospesi, città irraggiungibile e isolata, strade vuote, teatri chiusi. “Niente sarà più come prima”, “Andrà tutto bene”. Rileggetevi alcuni titoli: Addio metropoli, gli ex newyorchesi vanno a vivere in campagna, La morte di Broadway, Lo smart working spegne le mille luci degli uffici. Ladies and gentleman, welcome back! Bentornati a due anni dalla fine della pandemia, con i voli ripresi, le strade affollate, i teatri riaperti, i pendolari negli uffici e Ritorno al futuro a Broadway.
Come una poesia
New York resiste e lotta da sola. Tra le altre cose contro l’insistenza, perfino da parte di chi la vive, di legarla a uno stereotipo, di confondere la cartolina con la fotografia che si sta per scattare, non accorgendosi così di alcuni fondamentali movimenti . Quali? Questi, per esempio.
Brooklyn is the new Manhattan. Se dici New York a un profano, la identifica con l’isola. Un frequentatore anni Novanta resta legato all’idea che non siano veri newyorchesi quelli che devono affrontare un ponte o un tunnel. Un’amante di Sex & the City pensa sia disdicevole il prefisso telefonico 618 (inizialmente assegnato a Brooklyn). Archeologia: la realtà odierna diventa rudere in due decenni. Oggi le vibrazioni sono oltre i ponti, lì le architetture più interessanti, i locali davvero nuovi, la popolazione più giovane (e non cercate ancora gli hipster, riposano in pace nei loft, accanto ai loro figli).
È vero, verissimo, che la modernità oggi non abita più lì. Ma i nuovi indirizzi (da Londra a Shanghai passando per le tecno-cattedrali erette nel deserto da emiri e sceicchi) che cosa sono, se non tentativi di imitazione che portano avanti il progetto in linea retta, senza rendersi conto che nell’infinito il tempo e lo spazio curvano e il ripiegamento su sé stessa di New York (la sua versione sempre più Blade Runner) è il nuovo punto più avanzato?
Nella famosa definizione di E.B. White in Questa è New York, la città è come una poesia: comprime tutta la vita in un’isoletta, aggiungendovi musica e l’accompagnamento del motore interno, la sua magia è comprensibile a milioni di persone, ma il significato sfugge a chiunque. Quella poesia oggi è prosa, segue tracciati (la High Line, il parco che inizia sotto il Brooklyn Bridge costeggiando l’East River), obbedisce alla sintassi esistenziale, si racconta come autofiction. Eppure concepisce lo scarto come forma di progresso. La reinvenzione di sé come espediente di sopravvivenza, forse l’unico possibile. A New York molto non sarà più come prima, ma anche questo andrà bene.
Sul Venerdì del 10 maggio 2024