A Trieste c’è una fabbrica di dinosauri
dalla nostra inviata Brunella GiovaraTrieste. Compratevi un dinosauro, piccolo o grande che sia, e forse sarete felici. Forse sì, forse no, dipende anche dal mercato, cioè dai collezionisti e dai loro desideri, che fanno alzare il prezzo a un livello talvolta impossibile. «Eh, è un mercato di nicchia. E attualmente quello americano è abbastanza bloccato». In una nuvola di polvere, nel suo antro-laboratorio nella zona industriale di Trieste (difficile da trovare, ma tutti in città sapranno dirvi dov’è), Flavio Bacchia ci spiega il perché. Da qui è uscito un vero campione di quel mercato, ed è Big John, un bel triceratopo alto oltre tre metri e lungo otto. E se conoscete i triceratopi, la bestia ha un grandioso collare osseo, a ventaglio intorno al muso, e ben tre corni. «Il più grande mai trovato», precisamente nel South Dakota, terra massima di dinosauri come sono tutti gli Stati americani del nord ovest e dell’ovest, e quindi Montana, Utah, Colorado, New Mexico…
Trieste. Compratevi un dinosauro, piccolo o grande che sia, e forse sarete felici. Forse sì, forse no, dipende anche dal mercato, cioè dai collezionisti e dai loro desideri, che fanno alzare il prezzo a un livello talvolta impossibile. «Eh, è un mercato di nicchia. E attualmente quello americano è abbastanza bloccato». In una nuvola di polvere, nel suo antro-laboratorio nella zona industriale di Trieste (difficile da trovare, ma tutti in città sapranno dirvi dov’è), Flavio Bacchia ci spiega il perché. Da qui è uscito un vero campione di quel mercato, ed è Big John, un bel triceratopo alto oltre tre metri e lungo otto. E se conoscete i triceratopi, la bestia ha un grandioso collare osseo, a ventaglio intorno al muso, e ben tre corni. «Il più grande mai trovato», precisamente nel South Dakota, terra massima di dinosauri come sono tutti gli Stati americani del nord ovest e dell’ovest, e quindi Montana, Utah, Colorado, New Mexico…
Un carico da Guinness
Bacchia ha 71 anni ed è geologo di nascita, «un tempo dipendente parastatale con il culo al caldo. Poi entrato nel mondo di chi non dorme di notte, perché ho creato questo ambaradàn», cioè la Zoic, azienda specializzata in preparazioni paleontologiche, «con bilancio medio di un milione e mezzo, e alcune impennate» di cui la sua banca è molto felice. La figlia Giorgia spiega: «Noi compriamo grezzo, restauriamo e ricostruiamo eventuali parti mancanti. Poi vendiamo e facciamo la spedizione, che è la parte più delicata», e infine si va a rimontare il tutto a destinazione.
Big John, entrato nel Guinness dei primati e mai più uscito, era stato comprato da Bacchia in America per 150 mila euro, ed è poi andato all’asta nel 2021 a Parigi, da Binoche et Giquello: venduto a sei milioni (5,5, più le commissioni) a un filantropo americano di origine indiana, che lo ha sistemato a Tampa, Florida. «Ci ha rimpinguato il conto corrente», dice Bacchia, ma dietro a quella super vendita ci sono stati «otto mesi di lavoro di nove persone, e lo abbiamo anche dovuto portare due volte a Verona, all’ufficio esportazioni della Soprintendenza», smontandolo e rimontandolo, su due camion.
Lo Stato controlla i reperti che entrano in Italia e quelli che ne escono, e soprattutto impedisce la compravendita dei fossili italiani. Tutto quanto emerge dal nostro sottosuolo è dello Stato. Perciò tutto quanto viene lavorato da Zoic arriva dall’estero e soprattutto dagli Stati Uniti, dove chi trova è padrone assoluto, e «ci sono moltissimi dinosaur dreamers, che pensano di avere il tesoro sotto casa». Poi, ci sono i dreamers privati, che seguono le aste e comprano, se possono.
Quello che divora lo squalo
«E questo è Boris…», ci dice Thea Scognamiglio, medico di 39 anni, esperta di salute globale. In salotto – centro di Milano – ecco un esemplare di cucciolo di mosasauro da tre metri e 40 centimetri, completo di tutto, a parte alcune falangi e denti da riattaccare al posto giusto, «perché piace molto ai bambini, lo vogliono sempre toccare…». Boris era in vendita da Sotheby’s «a un prezzo non impossibile, e ho fatto la mia offerta».
E sul perché ci si metta una bestia del genere in casa, entrando così nel magico mondo dei dino-collezionisti, risponde che «mia madre mi portava sempre al Museo di Storia naturale, lì è nata la passione». E sembrerebbe una specie di coccodrillo, «ma non lo è. È un rettile marino del Cretaceo, quello che in Jurassic Park esce dalla piscina e divora al volo uno squalo. Ricorda?». E poi, «l’osso racconta una storia», che in questo caso parte dal Cretaceo, e nel caso invece della zanna di mammut sistemata dietro il divano (è davvero un problema, trovare il posto giusto per certe collezioni) «questa è dell’era glaciale, ormai ne stanno trovando tanti, a causa dello scioglimento del permafrost, alcuni anche interi con la pelliccia!».
Thea ritiene che, giacché «stiamo andando verso un’estinzione di massa, e molta biodiversità è perduta, è pensabile ricorrere a tecniche come la de-estinzione, per riparare i danni fatti dall’uomo». Così stanno facendo gli scienziati che provano a resuscitare il mammut, prelevando il Dna dalle carcasse e innestandolo su elefanti indiani. Non sarà proprio uguale, ma sarebbe un gran colpo. Però, i dinosauri sono ben altra cosa, «paragonabili a una Ferrari, per quanto si rivalutano», spiega Scognamiglio, che segue le aste internazionali con una qualche ansia, e di recente si è concessa anche un piccolo claudiosauro, nato e morto 250 milioni di anni fa.
In principio fu Jurassic Park
E infatti, «l’ultimo allosauro finito in asta», spiega Bacchia nel laboratorio di Trieste, mentre apre casse già pronte per la spedizione, «è stato comprato da un fondo di investimento inglese. È un bene rifugio, senza dubbio». Ed ecco la cassa giusta. Riemerge un nido di uova di dinosauro, già restaurate, «i gusci erano rotti, abbiamo rimesso a posto i frammenti uno a uno», e appartenevano a un erbivoro francese perché «la Francia è uno dei pochi posti dove si possono trovare, e portare alla luce», e quindi commerciarli. Fossero mai nati, i piccoli sarebbero stati preda facile per l’allosauro di cui sopra, che arrivava a cinque metri di altezza e a un tre tonnellate di peso. «Un animale iconico. Da Jurassic Park in avanti, il mercato è esploso. E dopo si è bloccato, a causa dei risultati stratosferici raggiunti. Oggi, io non potrei averne alcun ricavo».
Qui Bacchia considera le ultime grandi vendite (uno è il suo Big John), e poi ci sono stati il t-rex Trinity, venduto da Koller di Zurigo a 6 milioni di dollari, alla Phoebus Foundation, e ora esposto al Museo dei dinosauri di Aathal. E lo spaventoso Stan, il t-rex dei record, 31,8 milioni di dollari da Christie’s nel 2020, ma lo scheletro era quasi perfetto.(quasi) per tutte le tasche.
«Una volta lavoravamo con i musei, ma da quindici anni è diventato quasi impossibile. Il pubblico non ha soldi», spiega. Di recente, ha spedito una grande fornitura di calchi per il Muse di Trento, e in Europa ha venduto un ipracosauro al museo di Oslo, che ha ottenuto da una banca un finanziamento da 900mila euro. Poi «ci sono le università, come Bologna, Chieti, Trieste, con cui lavoriamo e collaboriamo, fornendo olotipi, e campioni nuovi, che talvolta doniamo alla scienza».
Poi c’è il collezionista privato, protagonista – e vittima, ah sì – di quel «virus malefico, di quel sacro fuoco di possedere». A parte i miliardari della Silicon Valley, che hanno spazi sufficienti per ospitare un t-rex alto sei metri (da noi ci vorrebbe almeno la Triennale), ci sono i medi e i piccoli, tra cui «gente compulsiva, e sempre divisi a settore. Quelli che vogliono solo i claudiosauri…», quelli che cercano solo le uova (utili, se non si ha un adeguata base, anche come fermaporta). Chi farebbe un mutuo per la crapa di mesosauro in via di restauro, con la sua doppia fila di dentacci, lunga quasi un metro e mezzo. La banca gli direbbe sì, vai e compra la testa di mesosauro, noi siamo solo contenti.
Intanto i tecnici specializzati come Noah sono al lavoro su una rara iena delle caverne; e un collega sta scavando una tartaruga di 45 milioni di anni, fresando e limando con certi trapanini, certe vibropenne, per liberare dai sedimenti il prezioso fossile. Ma sappiate che ci sono anche denti di spinosauro provenienti dal Marocco, dai cinque euro fino ai venti, se proprio volete farvi prendere da questa malattia.
Sul Venerdì del 10 maggio 2024