La scuola che non vuole il registro elettronico
di Ernesto FerraraFirenze. «Ma avete presente che sarebbe una cosa normalissima, e invece stiamo facendo il giro d’Italia?». Ore 11, quasi ricreazione all’Istituto comprensivo Barsanti di Firenze, 650 iscritti di cui 350 alle medie, scuolona del quartiere super popolare dell’Isolotto, costruito da La Pira negli anni Sessanta. Il preside, Marco Menicatti, si aggira per i corridoi col suo gilettino nero e un sorriso stoico, lo stesso che sfoggia ogni giorno dal 19 febbraio, quando in Consiglio d’istituto ha proposto e fatto approvare la circolare con lo stop al registro elettronico per i compiti a casa degli alunni delle medie. Niente di che, in effetti: anziché andare a guardare i compiti per il giorno dopo o per il weekend sulla app del cellulare, riecco il caro vecchio diario.
E adesso prendete appunti!
Così qui, gli esercizi da fare e le pagine da studiare dettati in classe sono riportati su un registro cartaceo – sta sempre lì, sulla cattedra – e non più scritti dai prof (insieme ai voti, alle giust…
Firenze. «Ma avete presente che sarebbe una cosa normalissima, e invece stiamo facendo il giro d’Italia?». Ore 11, quasi ricreazione all’Istituto comprensivo Barsanti di Firenze, 650 iscritti di cui 350 alle medie, scuolona del quartiere super popolare dell’Isolotto, costruito da La Pira negli anni Sessanta. Il preside, Marco Menicatti, si aggira per i corridoi col suo gilettino nero e un sorriso stoico, lo stesso che sfoggia ogni giorno dal 19 febbraio, quando in Consiglio d’istituto ha proposto e fatto approvare la circolare con lo stop al registro elettronico per i compiti a casa degli alunni delle medie. Niente di che, in effetti: anziché andare a guardare i compiti per il giorno dopo o per il weekend sulla app del cellulare, riecco il caro vecchio diario.
E adesso prendete appunti!
Così qui, gli esercizi da fare e le pagine da studiare dettati in classe sono riportati su un registro cartaceo – sta sempre lì, sulla cattedra – e non più scritti dai prof (insieme ai voti, alle giustificazioni e alle presenze) sulla piattaforma elettronica visibile a genitori e studenti. I ragazzi sono dunque costretti a prestare attenzione a quel che dicono i prof, a prendere appunti e poi – udite udite – a consultare il diario una volta a casa. E per mamme e papà, addio alla consuetudine dello smartphone da controllare per sapere se i figli hanno da studiare Scienze o Storia. Un modo di aiutare alunni e famiglie a ridurre l’uso del telefono. Di far riscoprire ai ragazzi la perduta abilità della scrittura a mano sul diario, e per le famiglie di ritrovare un briciolo di fiducia nei figli. E poi, vuoi mettere, deve aver pure pensato il preside, quel fascino rétro della telefonata pomeridiana al compagno di banco: «Che abbiamo di italiano per domani?». E invece no. Apriti cielo.Le giornate alla Barsanti sono ormai un intervallo tra un’infamata e l’altra al povero Menicatti. Chi contrariato per il metodo, chi indignato per l’affronto, chi dubbioso sugli effetti della mossa. Ma il preside non molla. Calma olimpica a ogni contestazione. Spiegazioni e sangue freddo. Motto: la rivoluzione non è un pranzo di gala, prima o poi mi capiranno. Ha pure prolungato fino a fine anno quello che avrebbe dovuto essere un test di un mese. Fuori, è già primavera: «Ormai s’arriva a giugno, poi l’anno prossimo si vedrà» dice con un tono a metà strada tra il visionario speranzoso e il martire.
Dislessici e disgrafici
La realtà è assai più prosaica. Genitori infuriati, e docenti sul piede di guerra. Da più di tre mesi per Menicatti ogni classe è un improperio: «Io gliel’ho detto in faccia, abbiamo litigato: è una cosa inutile perché i ragazzi il cellulare non l’hanno certo abbandonato», se ne esce la professoressa Sara Cannoni, che insegna Matematica in seconda B. Appena un paio di docenti si sono esposti manifestando timidi apprezzamenti: «Secondo me lo stop al registro elettronico può essere un inizio» ritiene Andrea Asciuti, prof di Scienze. Mosca bianca, o quasi.«Primo, ha sbagliato organo: il provvedimento doveva passare dal Collegio dei docenti e non dal Consiglio d’istituto. Secondo, è una misura iniqua perché discriminatoria per i ragazzi con la legge 170, cioè con Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento, ndr) come la dislessia o la discalculia» protesta Angela Adornetto, docente di Inglese. E questo è un tema, va detto. Ma Menicatti ribatte con filosofia: «Non è che i Dsa siano malati o impossibilitati. A parte che c’è un abuso di questo tipo di certificazioni, ce ne sono anche 4 o 5 per classe. E poi spesso passa il concetto che chi è un Dsa possa fare meno, ma è un approccio che non mi convince. In fondo anche loro una soluzione alle cose dovranno trovarla nella vita, occorrerà pur che si organizzino. Un ragazzo discalculico forse farà più fatica a prendere appunti, ma in qualche modo saprà industriarsi, magari chiederà aiuto ai compagni. Nella vita non troverà tutto spianato, no?».E poi ci sono i genitori. Per capire come l’hanno presa, citofonare Fabio Zignale, papà di un alunno in quinta, presidente del Consiglio d’istituto: «Io onestamente ho detto di sì alla sospensione dell’uso del registro elettronico perché mi pareva si potesse trattare di un esperimento utile. Da allora ci sono orde di genitori che non mi parlano più. Qualcuno mi odia» racconta allargando le braccia e guardando Menicatti. Che sorride, as usual. «Noi si pensava di fare qualcosa di positivo per la scuola» spiega ilpapà «c’era una base di ragionamento interessante.
Molti invece ci hanno detto che sono in difficoltà e che andava chiesto prima, tanti, madri e padri, raccontano che è complicato poi costringere i figli a chiedere una mano ai compagni di classe nelle chat se non hanno segnato bene i compiti sul diario. Alcuni addirittura mi raccontano: “Il mi’ figliolo chiede le cose nella chat di WhatsApp e non glieli danno. ’Sti ragazzi non possono mica perder tempo a dirsi i compiti, ché hanno calcio, pallavolo e chi più ne ha più ne metta!”».Menicatti scuote la testa. Racconta che l’onda mediatica è arrivata quasi subito ma l’idea non era nata per stupire o per farsi pubblicità, piuttosto per andare incontro ai tanti genitori imbestialiti per l’abuso dei cellulari dei figli: «In fondo cosa abbiamo fatto se non togliere ai ragazzi un altro motivo di usare il telefono? Pensavamo di aiutare tutti a mettere a nudo il problema, di dare un segnale, una scossa, mica di risolvere i problemi dell’abuso di tecnologia. Ci hanno accusato di far la guerra alla modernità, qualche docente e genitore mi chiedeva se volessimo tornare anche ai Vhs...E però un paio di mamme e babbi mi hanno detto grazie, spiegandomi che “finalmente il figlio è tornato a fare da sé con i compiti”, senza più la sorveglianza necessaria del genitore. Ma la più grossa scoperta che abbiamo fatto con questa storia è un’altra. È che i genitori non si fidano dei figli, hanno bisogno di controllarli come il Grande Fratello. E che i nostri figli si riempiono di messaggi vocali ma non provano nemmeno più a parlarsi. Mi vien da dire che la tecnologia ci rende più autonomi, ma l’autonomia è diventata sinonimo di solitudine e individualismo, nemmeno sugli amici si deve poter contare» si sfoga Menicatti.E i ragazzi? Scettici pure loro, su questo benedetto stop al registro elettronico. In seconda B, dibattito estemporaneo: «Spesso si fa casino perché i compiti uno magari non li segna con precisione, e poi si fa fatica a chiedere le cose ai compagni». Della scelta si è occupato in un clima abbastanza elettrico anche il mini consiglio degli studenti della media Barsanti.
Dubbi di classe
La “sindaca dei ragazzi” si chiama Aya Kafif, 14 anni, terza D: «Non ci troviamo bene, no. Da quando non si usa più il registro elettronico per i compiti, è peggiorato l’andamento scolastico complessivo, c’è chi non riesce a scriverli. Si fa molta più fatica, gli assenti non stanno dietro alle cose da fare. E aiutarsi, per quanto bello da dire, non è sempre facile. Così va a finire che c’è qualcuno che i compiti non li segna, non li trova sul registro e si prende i richiami. O finisce che si prende un 4». Il “vicesindaco” è Abdul Elshafei, 13 anni, seconda D: «I genitori non sanno che compiti abbiamo, e se non leggono nulla sul diario pensano che non abbiamo nulla. Il punto è che abbiamo anche poco tempo per fare i compiti il pomeriggio, averli segnati sul registro ci dava una certezza, il diario è più precario».Menicatti incassa, come Rocky. E conclude: «Questi ragazzi voglion tutti la strada dritta. Ma io so che la strada dritta là fuori, nella vita, non la troveranno. Questo è un piccolo segnale, serve anche a farci riflettere. E forse dovremmo farlo un po’ tutti...».