A Gibuti s’incontrano tutti i soldati del mondo. Reportage
di Giovanni PorzioGibuti. Soffia il monsone di nordest. E nella controra, quando il vento incattivisce sullo stretto di Bab al-Mandab, la “Porta dei lamenti”, la città si svuota: sotto l’incudine del sole le bianche arcate dei palazzi coloniali francesi si affacciano su strade inanimate, piazze metafisiche, edifici corrosi dal tempo dove la gente si rinchiude in attesa del sollievo della notte – masticando qat.
Gibuti, un arroventato spicchio di roccia vulcanica all’imboccatura del Mar Rosso, è un luogo inospitale, privo di risorse naturali, abitato da tribù nomadi e da un’esigua popolazione urbana. La vegetazione è quasi del tutto assente. Le piogge e l’umidità rendono il caldo insopportabile sulla costa, mentre nelle depressioni desertiche e sugli altopiani basaltici dell’interno la temperatura raggiunge picchi tra i più elevati al mondo. Ma il minuscolo ex “Territorio degli Afar e Issa”, indipendente dal 1977, grande quanto l’Emilia Romagna, schiacciato tra Somalia, Eritrea e gigante etiopico, possi…
Gibuti. Soffia il monsone di nordest. E nella controra, quando il vento incattivisce sullo stretto di Bab al-Mandab, la “Porta dei lamenti”, la città si svuota: sotto l’incudine del sole le bianche arcate dei palazzi coloniali francesi si affacciano su strade inanimate, piazze metafisiche, edifici corrosi dal tempo dove la gente si rinchiude in attesa del sollievo della notte – masticando qat.
Gibuti, un arroventato spicchio di roccia vulcanica all’imboccatura del Mar Rosso, è un luogo inospitale, privo di risorse naturali, abitato da tribù nomadi e da un’esigua popolazione urbana. La vegetazione è quasi del tutto assente. Le piogge e l’umidità rendono il caldo insopportabile sulla costa, mentre nelle depressioni desertiche e sugli altopiani basaltici dell’interno la temperatura raggiunge picchi tra i più elevati al mondo. Ma il minuscolo ex “Territorio degli Afar e Issa”, indipendente dal 1977, grande quanto l’Emilia Romagna, schiacciato tra Somalia, Eritrea e gigante etiopico, possiede un tesoro inestimabile: una posizione geografica di cruciale importanza strategica – e non solo per l’Occidente.
Nel braccio di mare antistante, che a Bab al-Mandab non supera le 16 miglia nautiche, transitano il 30 per cento del volume dei container del trasporto marittimo internazionale, tre quarti degli idrocarburi del Golfo Persico per l’Europa, due terzi delle importazioni italiane e un terzo del nostro export.
Dopo l’inizio della guerra a Gaza, i ripetuti attacchi degli Houthi yemeniti contro i mercantili diretti in Israele o di presunta proprietà israeliana hanno costretto molte compagnie di navigazione a optare per la rotta del Capo di Buona Speranza, con un aggravio considerevole dei costi e dei tempi di consegna. E hanno indotto la Ue a schierare una task force navale per garantire la sicurezza delle vie d’acqua del Mar Rosso e del Golfo di Aden: intervento che affianca un analogo dispiegamento multinazionale gestito dal Pentagono.
Ma la storia di Gibuti come avamposto militare ha origini più antiche.Furono i francesi, nel 1884, a farne la testa di ponte dei loro interessi oltremare. Era l’epoca del confronto con gli inglesi e i turchi ottomani, delle nuove rotte aperte dal canale di Suez, dei commerci di armi, avorio e schiavi con l’Abissinia dei ras: traffici che videro coinvolto anche Arthur Rimbaud, il poeta. Trent’anni dopo approdò qui un altro scrittore e avventuriero francese, Henry de Monfreid, che nei suoi romanzi autobiografici ci ha lasciato un’immagine vivida della “Costa dei Somali” del tempo.
Nel secondo dopoguerra è la Legione straniera a prendere possesso di Gibuti. Non un reparto qualsiasi ma la Tredicesima Demi-brigade. I legionari se ne sono andati nel 2011, subito rimpiazzati da un contingente di 3 mila uomini, oggi ridimensionato.
Nel frattempo, la piccola ma stabile repubblica presidenziale del Corno d’Africa si è trasformata in una fortezza armata: una mega-caserma che alloggia il più elevato numero di basi militari estere sul pianeta. Il solo posto al mondo dove le due superpotenze rivali, Cina e Stati Uniti, si fronteggiano e si spiano da vicino.Faccendieri e prostitute
Camp Lemonnier, all’aeroporto, unica base americana permanente in Africa e sede di Africom, il comando centrale per le operazioni sul continente, ospita 4mila soldati e contractor, dozzine di elicotteri, caccia F-15, velivoli a decollo verticale, aerei da pattugliamento marittimo P-3 Orion, mentre i droni Predator e Reaper sono dislocati nella vicina base di Chabelley.
A Camp Lemonnier sono anche di stanza i commando delle unità speciali antiterrorismo e della forza di intervento rapido del Pentagono. A pochi chilometri di distanza, su un tratto di costa adiacente al nuovo porto, la bandiera rossa dell’Esercito popolare di liberazione sventola sulla prima e unica base militare estera nella storia della Cina: 2 mila uomini (ma una capacità di 10 mila), un molo capace di accogliere quasi tutte le navi della flotta di Pechino e un bunker sotterraneo attrezzato per operazioni di guerra cibernetica.
Gibuti è un cardine della strategia di penetrazione cinese in Africa: la porta verso l’Etiopia, uno dei principali partner di Pechino nella regione. Pechino detiene ormai il 70 per cento del debito estero del Paese e investe miliardi di dollari nelle sue infrastrutture: il porto multiuso di Doraleh, la zona franca commerciale, l’acquedotto, la ferrovia ad alta velocità per Addis Abeba, oltre a strade, banche, alberghi, industrie di trasformazione.
Per contenere la crescente influenza cinese nell’area, è sbarcato qui – con forze aeree e navali e un contingente militare – anche il Giappone: prima base estera dopo la Seconda guerra mondiale. Non mancano i tedeschi e gli spagnoli, che dalle suite dello Sheraton e del Kempinski coordinano le attività dei loro mezzi aeronavali impegnati nell’operazione anti-pirateria.
La base italiana interforze intitolata ad Amedeo Guillet, il “Comandante Diavolo” che nel gennaio 1941 in Eritrea si lanciò contro gli inglesi nell’ultima carica di cavalleria della storia africana, si trova invece a ridosso del confine somalo ed è operativa dal 2012: «Svolgiamo attività di supporto logistico per le missioni Atalanta e Aspides» ci spiega il tenente colonnello Maurizio Buscaino «mentre i nostri carabinieri addestrano la polizia somala e gibutina».
E visto che una base militare non si rifiuta a nessuno (solo da Usa e Cina il governo intasca 100 milioni di dollari l’anno) si apprestano a piantare qui la bandiera anche l’Arabia Saudita e la Turchia. Grande assente solo la Russia, che si appoggia al porto eritreo di Massaua e tenta di negoziare con Khartoum l’apertura di uno scalo navale a Port Sudan.
C’è chi – l’ex ambasciatore americano Thomas Kelly – paragona Gibuti alla Casablanca degli anni 40: un torbido microcosmo di spie, militari, diplomatici, mercenari, cambiavalute, contrabbandieri, prostitute e faccendieri dediti a traffici leciti e illeciti.
Gli expat s’incontrano al ristorante La Chaumière, nell’ex piazza Menelik, semidistrutto nel 2014 da un attacco kamikaze di al-Shabab e subito ricostruito dal proprietario, Abouye Wang, che sorveglia la clientela da un tavolo defilato. Tra un Johnnie Walker e una birra ghiacciata, ci si scambiano confidenze, discutono contratti, si firmano assegni. E la notte contractor, marinai e militari in libera uscita affollano i night a luci rosse di rue d’Éthiopie – in cerca di ragazze da portarsi a letto.
Rimbaud, Buzzati, Hugo Pratt…
Alla luce del giorno i cantieri dei nuovi shopping center e dei grattacieli prefigurano invece una Singapore dell’Africa orientale, in cui parenti e sodali dell’autocrate al potere, appaltatori, concessionari e imprenditori stranieri si arricchiscono in virtù di una legislazione che incentiva gli investimenti, grazie a sgravi fiscali e corruzione.
La speculazione ha raggiunto persino Moucha, l’isola-rifugio di Monfreid: capitali arabi ed etiopici hanno preso d’assalto le spiagge coralline per realizzare alberghi, resort di lusso e ville private.
L’altro volto della città è quello delle miserabili bidonville di Balbala, quartiere dei migranti in fuga dai Paesi in guerra, dalla fame e dalle periodiche siccità.Lungo la carrozzabile per Obock, verso il golfo di Tadjoura, arrancano interminabili file di autotreni: il 95 per cento delle importazioni di Addis Abeba proviene da Gibuti.
Il paesaggio è riarso, desolato: da queste parti Dino Buzzati, inviato dal Corriere della Sera sul fronte abissino, vide il fortino abbandonato che gl’ispirò Il deserto dei tartari. In fondo al golfo si spalanca l’accecante distesa salata del lago Assal. Lo sfruttamento industriale del sale è oggi appannaggio di una società cinese, ma resiste un’attività artigianale: si scava a picconate nella crosta rovente e si riempiono sacchi per le carovane di dromedari dirette a Dire Dawa. Un lavoro da schiavi: un euro e mezzo per un sacco da 5 chili.
È ad Assal che gli autocarri arrivano con il bagaglio di migranti etiopici. Il passaggio costa 10 mila birr, 160 dollari. Altri ne serviranno per arrivare a Obock e per pagare il capitano del sambuco che li scaricherà a Dhubab, sulla costa yemenita: l’ultima tappa del viaggio verso l’eldorado saudita. Chi non ha soldi cammina, con una bottiglia d’acqua in mano e un fazzoletto in testa per ripararsi dal sole. Molti muoiono di stenti sulla strada dissestata che s’incunea tra le montagne e la piana di Tadjoura, dove un albergo si chiama “Corto Maltese” (anche Hugo Pratt frequentò questi luoghi) e i profughi si abbeverano ai pozzi.
A Obock le barche dei trafficanti si sono diradate: il Mar Rosso è pattugliato dalle navi militari e gli etiopi, i somali e gli yemeniti fuggiti dalla guerra sono costretti ad aspettare, accampati negli slum che circondano la cittadina portuale. La casa dove visse Rimbaud, indicata da un cartello scolorito, è un rudere consumato dalla salsedine. In quella di Monfreid, affacciata sul porto, due suore della Consolata hanno aperto una scuola elementare per i bambini delle bidonville.
Deshta Shifale Awala, 39 anni, affetto da tubercolosi, è appena sbarcato dallo Yemen su un sambuco. Ha in mano un attestato di richiedente asilo rilasciato dall’Unhcr ma non sa cosa farsene: «Sono partito dall’Etiopia in cerca di un impiego. Ma alla frontiera saudita i soldati hanno aperto il fuoco e mi hanno ferito. In Yemen ho lavorato per quattro anni, poi mi hanno espulso. Non ho in tasca nemmeno un soldo e non so come tornare a casa».
Più a Nord, seguendo le tracce dei camion su una pista di sabbia tra deserto e mare, si arriva al villaggio di Mulhula, quasi al confine eritreo: il collo di bottiglia dello stretto di Bab al-Mandab.
Un gruppo di una trentina di migranti, esausti e assetati, con mogli, figli e sorelle, si è sistemato sotto ripari di teli e rami di acacia. Al crepuscolo guardano con angoscia le luci verdi e rosse delle navi in transito, mentre i barconi attraccano sulla spiaggia in attesa di un nuovo carico umano.
Sul Venerdì del 17 maggio 2024