Kafka e le donne, la paura di essere “due”
di Nadia FusiniQuesto testo è tratto da Due. La passione del legame in Kafka di Nadia Fusini, appena ripubblicato nell’Universale Economica Feltrinelli (208 pagine, 13 euro)
L’“inquilino della cantina”, l’abitatore della “tana”, l’“uomo del sottosuolo”, l’“artista digiunatore” sono per Franz Kafka varianti di una stessa figura di uomo – uomo maschio affamato e assetato, che però non mangia, né beve, né respira per troppa concentrazione nell’attesa. C’è pericolo per lui nel compiere gli atti ordinari della vita. Che si viva, è per Kafka fonte di meraviglia, e di sospetto. Perché a lui non riescono i gesti più semplici, che agli altri vengono spontanei; e tale incapacità a volte volge in tristezza. Si sente escluso dall’abbraccio della vita. «Se penso di mettere le braccia intorno a una donna», scrive all’amico Max Brod, «mi viene la nausea». E tuttavia, all’inizio del suo epistolario con la “fidanzata” Felice Bauer, riconosce: «Non posso vivere con lei, e non posso vivere senza di lei». Sappiamo che…
Questo testo è tratto da Due. La passione del legame in Kafka di Nadia Fusini, appena ripubblicato nell’Universale Economica Feltrinelli (208 pagine, 13 euro)
L’“inquilino della cantina”, l’abitatore della “tana”, l’“uomo del sottosuolo”, l’“artista digiunatore” sono per Franz Kafka varianti di una stessa figura di uomo – uomo maschio affamato e assetato, che però non mangia, né beve, né respira per troppa concentrazione nell’attesa. C’è pericolo per lui nel compiere gli atti ordinari della vita. Che si viva, è per Kafka fonte di meraviglia, e di sospetto. Perché a lui non riescono i gesti più semplici, che agli altri vengono spontanei; e tale incapacità a volte volge in tristezza. Si sente escluso dall’abbraccio della vita. «Se penso di mettere le braccia intorno a una donna», scrive all’amico Max Brod, «mi viene la nausea». E tuttavia, all’inizio del suo epistolario con la “fidanzata” Felice Bauer, riconosce: «Non posso vivere con lei, e non posso vivere senza di lei». Sappiamo che vivrà senza, ne farà a meno. Sacrificherà quel bisogno di accoglienza alla propria, non sappiamo quanto immaginaria, impotenza. A una sterilità che sceglie per seguire l’altra strada della solitudine, perché lo porti a essere “letteratura, niente altro che letteratura”.
Guidato da una hybris negativa, Kafka si vuole “solo”: “solo come Franz Kafka”. All-ein (alone, solo) in questa solitudine. Uno e tutto, perché altro non c’è per lui oltre la solitudine. Quando prova ad andare verso il due, si accorge che il due è il numero della separazione. Kafka non conosce Gemeinwesen (comunità, condivisione). Non c’è in lui nulla che sia gemein (comune): nulla che di quella parola ricordi l’antica radice mei, che significa “scambiare”. Lo scambio, l’uno per l’altro, l’una cosa per l’altra, è precisamente ciò che non riesce a Kafka. Ma una volontà così all-ein, come e dove troverà la propria verità e il proprio senso? Un uomo così singolare è un mostro. Non potrà essere con gli altri, come gli altri.
Unico, singolare, separato, Franz Kafka vivrà di notte nella propria scrittura. E se oppone con tanta forza a Felice la propria notte contro il suo giorno, se rifiuterà il matrimonio e la famiglia, sarà per questo. Non può andare oltre l’uno. Se ci prova, impulsi e contro-impulsi inducono il corpo allo statu quo. Il corpo si irrigidisce sotto il peso di quei carichi di solitudine, e a volte dimentica di esserseli imposti da solo e vagheggia di potersene liberare, o che qualcuno potrebbe aiutarlo... Ma chi? Felice Bauer? No, qualsiasi cosa lei faccia, non prevarrà contro l’ostinata distanza di lui. L’istante dell’incontro è viziato da un’illusione di fondo, e lui tornerà alla sua separazione. Tersa come un cristallo rimarrà la sua solitudine.
Il nodo della vita
Kafka assume a principio di verità, anche della lingua, l’angoscia – l’angoscia è ciò che non inganna. Allontanando Felice, si stringe più forte al registro alla sua lingua di solitudine. Kafka è un uomo, maschio, ripeto, che teme l’incontro con la donna. E se teme la donna, è perché lo farebbe “comune”. E tuttavia, come ogni uomo “comune”, non può sfuggire al gesto di porre all’altro, all’altra, nel suo caso, la questione della sua vita. Perché c’è l’uno e c’è l’altro. Possiamo senz’altro contare fino a due. Ma Kafka non sa, né può immaginare il due se non come angosciosa dissonanza. Manca in Kafka, in ogni sua forma, l’intimità della relazione: che sia tra padre e figlio, o tra amanti. È più che una impossibilità all’amore: è l’incapacità di stringere il nodo tra sé e l’altro, mentre in verità ogni cosa necessita di essere annodata. Stringere il nodo del sì alla vita, è il problema di Kafka.
Senza corpo
L’incontro che Kafka torna a mancare, il nodo che non fa che sciogliere, è con la donna. La fuga dal legame è l’evento centrale della sua esistenza. Niente lo tocca più da vicino di quanto a se stesso sottrae, niente lo riguarda di più di ciò che si nega. Questa svolta, o torsione – il suo volteggio, è la necessità diabolica della sua scrittura. Se di fronte a Felice indietreggia, dirà, è perché Felice è il mondo: «Il mondo – F. è la sua rappresentante – e il mio io schiantano il mio corpo in un contrasto inconciliabile».
Prova di nuovo con Milena Jesenská. Con lei la scena cambia in un senso essenziale. Non è più in gioco la seduzione, non è più una battaglia contro chi lo vuole portare su un’altra strada. Milena gli chiede semmai di stare lì dov’è: di essere e stare com’è necessario che un uomo sia e stia insieme con la donna che l’ama. Ma «io non so farlo», Kafka protesta. Adattarsi a una vita d’amore gli è impossibile, confessa al diario.
Milena ha 24 anni, Kafka 37. Milena è una donna emancipata e libera, non teme di amarlo. È giovane, è audace, è abituata a volere senza paura ciò che vuole. Ama Franz Kafka. Ma l’incontro fallisce, e si dimostra piuttosto che può accadere questo: che si ami a vuoto come Milena, e si viva a vuoto come Kafka. Eppure, sia Milena che Kafka sono creature “buone”. Kafka dice così di Milena, e Milena ricambia dicendo che non ha mai conosciuto un “uomo buono” come Kafka. Ma per ricevere il dono di Milena, Kafka dovrebbe stare: e lui non può, la sua angoscia non glielo permette. Di fronte alla donna Kafka non può stare eretto: «io non posso, cado, sono già a terra», scrive. E chiude così il viaggio verso Milena: «Ho scavato con tanta gioia questo stretto passaggio che dalla buia abitazione porta fino a te, però…». Però, invece di arrivare, ora si sente “costretto a ripercorrere all’indietro” quel cammino. E dice ancora e di nuovo No.
Il No che dice a Milena è diverso da quello che ha detto a Felice, e ne sortiscono immaginazioni diverse. Da Felice viene l’immagine del Tribunale; in rapporto a Milena sorge l’immagine del Castello. Con Milena Kafka avanza di un passo, ma decisivo, verso la conoscenza della natura femminile. A Milena dice di no non perché la rifiuti, o perché rifiuti in lei la carne, il desiderio, l’amore, che lei gli rivela, pronta a volgere questi affetti in pura devozione all’unico, che lei sa di aver incontrato, perché Milena è una donna che riconosce il miracolo dell’incontro con Kafka. Non è questo bene che Kafka rifiuta. È che ormai s’è avviato verso quella trasfigurazione che la malattia e la scrittura esigono da lui: non può più toccare, né essere toccato, perché non ha più un corpo. Sta morendo.
L’ultima felicità
Poi incontra Dora. Il “caso” porta Dora Diamant sulla strada di Kafka: il luogo e il modo dell’incontro costruiscono il mito. Dora è nella cucina, al centro della casa, nel luogo dove avviene la quotidiana metamorfosi del nutrimento. Ha tra le mani un pesce, simbolo della redenzione e della fertilità, che sta preparando perché diventi cibo. Trasformazione e rinascita si intrecciano in quel gesto, e nell’incontro. In un lampo, Kafka decide. Questa volta senza esitazione procede verso di lei. Lascia Praga, va a Berlino con Dora. Quando Brod lo raggiunge, lo scopre per la prima volta felice. Chi voleva “negare il sole”, richiamandosi “al dolore”, sembra avere scoperto il potere del sole che risana. Con Dora Kafka sorride. Con Dora gioca. Vive con Dora. Con lei sta: abita nella casa con Dora. Con Dora conosce finalmente il tempo all’indicativo della vita. Oltre il congiuntivo e l’ottativo, quei tempi della possibilità in cui ha vissuto finora, modi ascendenti o discendenti del verbo, che tuttavia non orientavano il suo movimento verso la dimensione temporale dell’esistenza concreta – ora Kafka scopre che tutto è qui, e qui è tutto.In fondo, se come aveva scritto alla sorella Ottla «anche un cane cieco trova talvolta la strada», perché non dovrebbe trovarla lui? «Nella lotta tra te e il mondo», si era detto l’8 dicembre del 1917, «vedi di secondare il mondo». Con Dora, finalmente accade. Kafka accede alla relazione, al Due.
Sul Venerdì del 17 maggio 2024