Tanta mafia e zero indagini: benvenuti in Germania
dal nostro corrispondente Tonia MastrobuoniBerlino. Quanto sia cruciale l’indipendenza dei giudici lo dimostra un libro appena uscito in Germania dal titolo eloquente, Germafia, edito da Westend, scritto da uno dei giornalisti che maggiormente hanno contribuito negli ultimi decenni a lottare contro l’inquietante coltre di silenzio che avvolge la criminalità organizzata italiana: Sandro Mattioli. Un silenzio che ha consentito alle mafie di diffondersi come un cancro nella maggiore economia europea, e quasi senza anticorpi.Dopo essersi scontrato per anni con l’inerzia delle indagini sulle mafie nel land dov’è cresciuto, il Baden-Wuerttemberg, dove persino un ex governatore ed ex commissario europeo, Guenter Oettinger, frequentava assiduamente il ristorante di un importante boss mafioso e ad oggi nega di aver mai saputo che fosse un criminale, Mattioli ha intuito perché le indagini finivano regolarmente su un binario morto. In Germania manca un principio fondamentale che consente alla magistratura di indagare in modo libero.
Berlino. Quanto sia cruciale l’indipendenza dei giudici lo dimostra un libro appena uscito in Germania dal titolo eloquente, Germafia, edito da Westend, scritto da uno dei giornalisti che maggiormente hanno contribuito negli ultimi decenni a lottare contro l’inquietante coltre di silenzio che avvolge la criminalità organizzata italiana: Sandro Mattioli. Un silenzio che ha consentito alle mafie di diffondersi come un cancro nella maggiore economia europea, e quasi senza anticorpi.Dopo essersi scontrato per anni con l’inerzia delle indagini sulle mafie nel land dov’è cresciuto, il Baden-Wuerttemberg, dove persino un ex governatore ed ex commissario europeo, Guenter Oettinger, frequentava assiduamente il ristorante di un importante boss mafioso e ad oggi nega di aver mai saputo che fosse un criminale, Mattioli ha intuito perché le indagini finivano regolarmente su un binario morto. In Germania manca un principio fondamentale che consente alla magistratura di indagare in modo libero.
Ed è il principio che il governo di Giorgia Meloni ha cominciato a picconare dal primo giorno del suo insediamento: l’autonomia dei giudici dalla politica.Mattioli è nato da madre tedesca e padre italiano, e dopo la mattanza di Duisburg del 2007, dove si consumò una vendetta atroce della ’ndrangheta che lasciò sull’asfalto sei morti, il giornalista nato a Heilbronn ha deciso di aderire a Mafianeindanke, un’associazione di ristoratori stanchi dei pregiudizi verso gli italiani e della pessima informazione sulla criminalità organizzata che dominano in Germania. Oggi Mattioli la presiede, e l’associazione include anche molti ristoratori che si sono attivamente ribellati contro il pizzo, come Pino Bianco, fondatore di un ristorante mitico di Berlino, la Muntagnola. Mafianeindanke collabora anche con la procura di Berlino e in questi decenni ha svolto uno straordinario e faticoso lavoro di comunicazione sulla sempre più pervasiva penetrazione delle mafie italiane in Germania. «La mafia qui è senza volto perché nessuno ne racconta la storia», ci spiega Mattioli, aggiungendo che «la criminalità organizzata ormai penetra ogni aspetto della società e dell’economia tedesca, dalle banche alle grosse catene della distribuzione, dalle aziende più rinomate al mondo del calcio». E una regola fondamentale perché possa spargere il suo veleno di traffici illegali e crimini «è il silenzio», sottolinea il cronista.Abbiamo incontrato Mattioli in un piccolo caffè del quartiere Kreuzberg.
Ci spiega questa anomalia tedesca sull’indipendenza dei giudici?
«In Germania, contrariamente all’Italia, i giudici non sono indipendenti dalla politica. Anzi, prendono ordini dai politici.Nella zona di Stoccarda, dove le mafie italiane operano quasi indisturbate da decenni, a volte le indagini non vengono neppure fatte, o si arenano. Un poliziotto di cui non posso fare il nome è stato addirittura trasferito perché stava indagando sulle mafie. In passato, per i magistrati italiani la collaborazione con i colleghi tedeschi è stata spesso frustrante. È come se la Germania non si volesse svegliare da una sorta di incantesimo che induce tutti a considerare la mafia un problema marginale».
Non c’è anche un problema di lacune nelle leggi, di mancanza di personale, di mezzi troppo scarsi per combattere le mafie in Germania?
«Sì, certo, anche. Prendiamo ad esempio la Financial Intelligence Unit, l’autorità che dovrebbe indagare sul riciclaggio del denaro sporco. Ebbene, tra il 2020 e il 2022 sulle scrivanie degli inquirenti si sono accumulate centomila segnalazioni che non sono mai state esaminate. Per un semplice motivo: l’autorità è troppo piccola, il personale non basta per la valanga di segnalazioni sospette che arrivano ogni giorno. Ed è un dettaglio importante. Le mafie, purtroppo, si sono enormemente evolute. Come disse una volta il procuratore Giuseppe Lombardo, non hanno più bisogno di andare in giro con le valigette piene di contanti: hanno le banche. Anche qui».
Continuiamo a parlare di numeri. Lei sostiene che quelli pubblicati dal Bundeskriminalamt, la Procura generale, siano sottovalutati.
«Sì, perché si parla di un migliaio di affiliati alle organizzazioni criminali. Ma se consideriamo che il magistrato Nicola Gratteri ha calcolato che in Germania ci sono 60 locali della ’ndrangheta e che ogni locale raggruppa almeno cinquanta affiliati, siamo a oltre tremila membri. E stiamo considerando solo le ’ndrine».
Nel suo libro lei ricorda anche che le mafie investono da decenni montagne di soldi in Germania. Il pentito Gaspare Mutolo raccontò che negli anni Ottanta il boss Nino Madonia gli aveva ordinato di investire i proventi del traffico di droga proprio in Germania: l’Italia, in quel momento, stava discutendo la legge Rognoni-La Torre che introdusse nel codice penale il reato di associazione di stampo mafioso. E in Germania i boss di Cosa nostra si sentivano al sicuro: «Lì regna la calma», raccontò Mutolo.
«Sì, e la conseguenza fu che la mafia comprò moltissimi terreni. Ma ci sono altri esempi clamorosi. Il pentito della ’ndrangheta Rocco Mammoliti, nel 1998 rivelò che le ’ndrine avevano comprato una marea di immobili a Berlino Est».
Il Muro era caduto da nove anni e il mercato immobiliare era diventato davvero una miniera d’oro: a Berlino si compravano case a prezzi stracciati. Adesso valgono decine di volte tanto…
«Il problema è che le leggi tedesche continuano a essere lacunose, e sequestrare patrimoni mafiosi è un’impresa difficile. Investire soldi sporchi in Germania conviene ancora tantissimo, per le mafie. Tanto più se sulla criminalità organizzata italiana si continua a tacere. Il malaffare si espande molto più efficacemente nel silenzio».