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Michele Serra: quanto è lontana la sinistra

PER POSTA: le risposte ai lettori del Venerdì. Si è italiani per cultura (ricordando che la “razza” non esiste)
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Caro Serra, se un operaio precario, un rider sotto la pioggia, un eterno supplente, una famiglia senza alloggio decente che non arriva a fine mese, si lamentassero di una sinistra che non c’è, avrebbero buone ragioni per farlo. Perché si ritrovano privi di rappresentanza, vedono una sinistra che parla di diritti ma non offre più una prospettiva di emancipazione sociale e non parla più di uguaglianza. Ma è diverso quando a lamentarsi di una sinistra che non c’è sono persone con un discreto reddito, ceto impiegatizio o specializzato, più o meno intellettuali, gente che è cresciuta con una cultura di sinistra e ora, magari complice qualche piccolo privilegio, non trovano motivazione per sentirsi ancora di sinistra e si lamentano, al bar, di una sinistra che non c’è. Non voglio togliere nemmeno un briciolo di responsabilità a chi ha fatto parte del gruppo dirigente della sinistra (e mi ci metto anch’io) e non ha voluto o saputo evitare la deriva liberista, il progressivo abbandono della p…

Caro Serra, se un operaio precario, un rider sotto la pioggia, un eterno supplente, una famiglia senza alloggio decente che non arriva a fine mese, si lamentassero di una sinistra che non c’è, avrebbero buone ragioni per farlo. Perché si ritrovano privi di rappresentanza, vedono una sinistra che parla di diritti ma non offre più una prospettiva di emancipazione sociale e non parla più di uguaglianza. Ma è diverso quando a lamentarsi di una sinistra che non c’è sono persone con un discreto reddito, ceto impiegatizio o specializzato, più o meno intellettuali, gente che è cresciuta con una cultura di sinistra e ora, magari complice qualche piccolo privilegio, non trovano motivazione per sentirsi ancora di sinistra e si lamentano, al bar, di una sinistra che non c’è. Non voglio togliere nemmeno un briciolo di responsabilità a chi ha fatto parte del gruppo dirigente della sinistra (e mi ci metto anch’io) e non ha voluto o saputo evitare la deriva liberista, il progressivo abbandono della parte più esclusa della società in nome del progresso e del mantra delle opportunità e del merito. Ma non sopporto questo atteggiamento distaccato, come se la cosa non li riguardasse. Questo ridursi a leoni della tastiera, critici esigenti verso la Schlein di turno, e molto ben allineati e passivi durante la settimana, incapaci di rispondere sul lavoro o al bar al razzista di turno, alla destra fascista o leghista che se la prende con i migranti; e pretendere almeno il rispetto. La mia domanda: non è che la sinistra non c’è anche perché non ci sono quelli che si lamentano? Non è che la sinistra dovrebbe essere un’idea che spetta a ciascuno farla vivere ogni giorno, e solo allora incazzarsi per partiti o dirigenti che non sanno più dare voce agli esclusi?
Roberto Pinter (Rovereto)

Bel colpo, caro Pinter. È proprio vero che in moltissime persone di sinistra è diffuso uno stato d’animo inacidito (metà albagìa, metà sconforto). Lagnarsi di quello che gli altri non fanno e però non fare niente in proprio, come se la lagna bastasse a darsi un contegno. Pure io non sono tenero con l’esercito degli assenti, quelli che non vanno più a votare perché nessun voto pare all’altezza, quelli che scuotono la testa e allarganole braccia. Un gigantesco Aventino che lascia il campo libero a chi non si fa tanti problemi e nemmeno mezzo scrupolo. Detto questo, c’è però anche qualcosa di “funzionale” che andrebbe risistemato, dentro la sinistra politica, a partire dal Pd che ne costituisce il grosso. Da molti anni si verificano periodiche ondate di interesse “esterno” per le forme organizzate della politica. I vari movimenti studenteschi e ambientalisti, le Sardine,il mare sempre mosso dell’associazionismo sociale. Capita che bussino alle porte dei partiti e capita perfino che qualche porta si apra perché, dentro quei palazzi (ormai: quegli appartamenti) sanno bene di essere rimasti in pochi, e indeboliti. Si spera sempre che nasca qualcosa di nuovo, voglio dire di strutturalmente nuovo. Si spera in una nuova osmosi tra società e politica. Ma non c’è niente da fare, alla fine le porte si richiudono e gli occupanti di quelle vecchie, logore sedi, si rinserrano, e continuano come prima. Accentramento e solitudine. A partire dal celebre rapporto sul Pd romano di Fabrizio Barca, si è perfettamente coscienti della china sterile e autolesionista che un partito “chiuso” imbocca. Perché è chiuso alla società, ma purtroppo non alle tentazioni e ai gruppi di pressione che se ne servono per interessi ben diversi da quelli collettivi.Di lì le clientele, i rapporti opachi con i trafficanti di voti. E la disistima per la politica. Chi riuscisse a trovare le forme e i modi per restituire pienamente la sinistra politica alla società, e la società alla sinistra politica, avrebbe fatto tombola. Tutti sono capaci di dire (e difatti lo dicono) “riapriamo le sezioni, ripartiamo dalla strada e dai posti di lavoro”. Ma poi, se questo non accade, è evidentemente perché nessuno ha ancora individuato il meccanismo virtuoso che potrebbe riavviare il motore di una democrazia che fatica a credere in se stessa.

Una lezione di storia per chi parla di razza

Caro Serra, si continua a sentir parlare di difesa della “razza” (Lollobrigida, Valditara, Vannacci, ora anche Roccella) e come al solito non si sa nulla della storia. Basterebbe citare quella dell’Isola d’Elba, tanto per fare un piccolo ma significativo esempio. L’etimologia ci riporta a una delle tribù italiche pre-romane, i Liguri, che dai Romani erano chiamati “Ilvates”, da cui Ilva e poi Elba. Veniva chiamata “Aithalia” dai Greci per la quantità di fuliggine che vi si produceva per la lavorazione del ferro (fuliggine è “aithalè” in greco). Le miniere di ferro resero possibile l’affermarsi degli Etruschi, che vi costruirono vari villaggi fortificati sulle colline in posizioni strategiche per controllare le rotte marine. Uno di questi villaggi è diventata oggi la famosa Capoliveri, che deriva da caput liberorum, cioè capitale degli schiavi liberati (dai Romani). Poi l’isola passò ai Romani, dopo ai Greci, poi agli Ostrogoti, ai Longobardi, alla Repubblica di Pisa, a quella di Genova, poi alla Signoria degli Appiano, poi al Granducato dei Medici, quindi agli spagnoli nel ’600, poi agli inglesi e infine ai francesi (Napoleone all’Elba ci dice nulla?). Insomma, quando parliamo di difesa della “razza”(?) italiana, dovremmo riflettere un po’ di più sui nostri effettivi antenati.
Lanfranco Mancini (Firenze)

L’argomento è risaputo, ma non lo si ripete mai abbastanza: si è italiani (francesi, inglesi, turchi) per cultura e per condivisione di luoghi ed eventi. Mai e poi mai per etnia o per “razza”, concetto, quest’ultimo di totale inconsistenza scientifica. Noi italiani, poi, anche per la posizione geografica molto esposta, messi in mezzo al Mediterraneo come approdo naturale da quasi qualunque provenienza, siamo gloriosamente “bastardi”, incrocio inestricabile di popoli di ogni latitudine e longitudine. Sarebbe divertente, oltre che istruttivo, risalire lungo i nostri Dna individuali: aiuterebbe anche i più ottusi razzisti a rivedere le loro idee. Risalendo per parte di madre, il mio viaggio a ritroso arriva alla Sicilia normanna (tutti biondi e con gli occhi chiari, in famiglia), e prima ancora a Pisa, e prima ancora a mercanti di cavalli catalani, a loro volta di chissà quale provenienza (fenici? goti? arabi? ebrei? baschi?). Per parte di mio padre si va in Sardegna e da lì di nuovo in Spagna (i Serra italiani, numerosissimi, sono quasi tutti di remota origine iberica: arrivarono come soldati e si sparsero ovunque). E dunque? A quale razza apparterrei, secondo i nuovi ”patrioti” che così poco mostrano di sapere, della nostra terra?Ora che arrivano africani, indiani, arabi, nuova potente energia per il vecchio continente, l’Europa ha due doveri: il primo è accogliere, il secondo integrare, insegnando le regole di cittadinanza a chi non ha ancora avuto modo di conoscerle.

Sul Venerdì del 24 maggio 2024

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