Elezioni europee: ecco chi erano quelli che sognavano l’Europa. Partendo da Ventotene
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliVentotene (Latina). Da qui, dal porto vecchio di Ventotene, nell’estate del 1941 un pollo si imbarcò per il continente e cambiò l’Europa per sempre. «Non è una leggenda, andò proprio così» narra Pier Virgilio Dastoli, dal ’77 all’86 assistente parlamentare del papà dell’Europa, Altiero Spinelli. Il Manifesto di Ventotene, testo fondante del federalismo europeo – ovvero l’idea di una sempre più profonda integrazione tra i diversi Paesi e di un governo sovranazionale – venne scritto su cartine di sigarette da Spinelli e da Ernesto Rossi durante il confino nell’isola al largo di Formia, e venne poi trasportato in traghetto nascosto nel ventre di un pollo.
Fu così che prese il volo la storia di un’avanguardia di pragmatici visionari. Le cui idee in parte si sono già realizzate, e in parte vengono invocate con sempre maggiore urgenza. Perché in ballo, oggi, c’è il futuro stesso di quella che chiamiamo Unione Europea. Né più né meno è questa la posta in palio tra il 6 e il 9 giugno (l’8 e i…
Ventotene (Latina). Da qui, dal porto vecchio di Ventotene, nell’estate del 1941 un pollo si imbarcò per il continente e cambiò l’Europa per sempre. «Non è una leggenda, andò proprio così» narra Pier Virgilio Dastoli, dal ’77 all’86 assistente parlamentare del papà dell’Europa, Altiero Spinelli. Il Manifesto di Ventotene, testo fondante del federalismo europeo – ovvero l’idea di una sempre più profonda integrazione tra i diversi Paesi e di un governo sovranazionale – venne scritto su cartine di sigarette da Spinelli e da Ernesto Rossi durante il confino nell’isola al largo di Formia, e venne poi trasportato in traghetto nascosto nel ventre di un pollo.
Fu così che prese il volo la storia di un’avanguardia di pragmatici visionari. Le cui idee in parte si sono già realizzate, e in parte vengono invocate con sempre maggiore urgenza. Perché in ballo, oggi, c’è il futuro stesso di quella che chiamiamo Unione Europea. Né più né meno è questa la posta in palio tra il 6 e il 9 giugno (l’8 e il 9 in Italia), quando 370 milioni di cittadini di 27 Paesi saranno chiamati al voto per rinnovare il Parlamento europeo. Secondo i sondaggi, saranno le destre estreme e nazionaliste a rafforzarsi.
Qui cominciò l’avventura
Ma noi ripartiamo da Ventotene. È il 9 maggio – il 9 maggio 1950 veniva proposta la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, prima tappa verso la Ue – e per la Giornata dell’Europa decine di scolaresche, schivando le apette sfreccianti, si arrampicano per i luoghi in cui vivevano i confinati antifascisti. Come Altiero Spinelli, appunto. Altiero chi? Fidatevi ragazzi, questa è una storia infinitamente più avventurosa e sexy di quanto la stessa Ue appaia oggi.
Nato a Roma nel 1907, poliglotta, nel 1927 è condannato a 16 anni di prigione. Espulso dal Partito comunista per le sue critiche a Stalin, nel luglio del 1939 viene esiliato dai fascisti qui a Ventotene. Nonostante restrizioni e controlli (il commissario di polizia è Marcello Guida, «mastino ringhioso» che sarà poi il questore di Milano del caso Pinelli, 1969), i confinati studiano e dibattono. Sull’isola Spinelli rinasce. In quel «ricettacolo di ribelli» lui fa l’orologiaio, alleva polli e parla con tutti: con il futuro presidente Sandro Pertini, con gli albanesi, gli anarchici, i testimoni di Geova. Conosce qui i due più grandi amici della sua vita, il giellino Ernesto Rossi e il socialista Eugenio Colorni – come lui erano «tra coloro che cercavano» – e con Rossi scrive Il Manifesto di Ventotene, mentre Hitler l’Europa la schiacciava. A portarlo per la prima volta sul continente (sì, dentro il pollo) furono Ada Rossi, che di Ernesto era la moglie, e Ursula Hirschmann, ebrea tedesca, moglie invece di Colorni, e che dopo la morte di quest’ultimo sposerà proprio Spinelli.
Il 18 agosto del 1943 Altiero viene liberato e lascia Ventotene. Dieci giorni dopo lo ritroviamo a Milano, dove fonda il Movimento federalista europeo (Mfe). L’obiettivo è arrivare agli «Stati Uniti d’Europa». Commissario Ue dal 1970 al 1976, tre anni dopo sarà eletto al Parlamento europeo, come indipendente, per il Pci di Enrico Berlinguer. Prima di morire, nel 1986, farà in tempo a vedere il suo sogno mezzo realizzato.
Il popolo lo vuole?
Ora però torniamo a Roma, è il primo dicembre 1975 ed è mattina. Nel centro della capitale si materializza un bel cartello, lo vedete nella grande foto che apre quest’articolo: «Il popolo vuole il voto europeo». Un grosso striscione, poco più in là, confermava, con uno slogan non esattamente da pubblicitario alla Mad Men: «Il popolo vuole votare anche a livello europeo». Se il popolo davvero lo voleva, quel giorno non lo diede a vedere. Alla manifestazione, una delle politicamente più significative della loro storia, gli europeisti italiani, in occasione di un vertice romano tra i governi, scendevano in piazza per chiedere l’elezione diretta del Parlamento di Strasburgo. Erano solo tremila, ma giovani e forti. Ed erano i seguaci di Spinelli, una galassia di sigle guidate dalle sue due principali creature: il Mfe di cui sopra e il Movimento europeo. Il primo è composto da militanti, e il secondo, fondato nel 1948 e oggi diretto da Pier Virgilio Dastoli, quello del pollo, è una “umbrella organization” con 62 membri collettivi, tra cui lo stesso Mfe ma anche partiti, sindacati e associazioni locali. Tra le poche differenze tra i due, c’è che il Mfe, oltre che a Spinelli, è legato anche al suo erede Mario Albertini, filosofo kantiano che insegnava a Pavia, dove è tuttora la sede.
«Ti va di parlare?»
«Il primo dicembre del 1975 c’era un entusiasmo che non le dico, nonostante la pioggia torrenziale. Arrivai in traghetto con la mia sezione, a nostre spese, e lì a Roma finì che conobbi anche mio marito» ricorda oggi Anna Costa, cagliaritana. «Le sembrerà buffo, ma sono diventata federalista con i temi sull’Europa che ci facevano scrivere a scuola. Poi ho approfondito e ho capito che non c’è alternativa all’Ue, e che gli Stati nazionali non contano più niente». Anna, che oggi ha 77 anni, fa ancora l’attivista nelle piazze: «A volte ci mandano a quel paese e a volte escono bei dibattiti. Alla gente chiedo: “Ti va di parlare di Europa?” ». Tipo Testimoni di Geova? «Ma neanche per sogno, noi vogliamo farla ragionare la gente».
Quel giorno fuori dal Campidoglio prese la parola Alberto Majocchi, segretario nazionale del Mfe dal 1970 al 1980. Allievo di Albertini, docente di economia, oggi ha 85 anni: «Ai militanti dissi che era un momento cruciale, la lotta politica da nazionale sarebbe diventata europea. Ahinoi, in concreto, sta accadendo solo ora, anche se in Italia parliamo soltanto di Vannacci e di “Giorgia”. Davanti a Palazzo Barberini guidai la delegazione che venne ricevuta dal capo del governo, Aldo Moro. Ci anticipò che quello stesso giorno il Consiglio Europeo avrebbe approvato quanto chiedevamo: l’elezione diretta dell’Europarlamento. Che poi si sarebbe tenuta per la prima volta quattro anni dopo, e per la quale a giugno torniamo a votare».
E lui, Majocchi, perché diventò federalista? «Perché chi nasce a Caltanissetta non ha le stesse opportunità di chi è di Pavia, e in questo solo la Ue può fare qualcosa, l’Italia ha già fallito». Ma quelli erano anche anni di sangue e di proteste di massa, e loro, gli europeisti, non si sentivano degli alieni? «I comunisti venivano a infastidirci ai banchetti, ci urlavano che eravamo schiavi degli americani e dei capitalisti, ma noi già nel ’68 e fino alla deriva terroristica manifestammo sempre insieme agli studenti. Ricordo un corteo, dopo la morte di Jan Palach. Io facevo parte del servizio d’ordine, dietro di noi c’erano quelli di Lotta Continua e nel caos presi pure qualche randellata».
Dal 2017 la segretaria generale del Mfe è Luisa Trumellini, ed è tra quelle che oggi può ben scandire “noi ve l’avevamo detto”: «È vero, non siamo mai stati di massa, ma abbiamo sempre coinvolto i cittadini, nelle piazze e nelle scuole. Ai tempi, Spinelli passava per un matto, oggi è un eroe. I cittadini hanno aperto gli occhi non solo con il fallimento della Brexit, ma anche con il successo del piano vaccini e del Next Generation Eu durante la pandemia, e poi con l’invasione russa dell’Ucraina».
Già, oggi si parla anche di abolizione del diritto di veto dei singoli governi nella politica estera, di esercito europeo, di una Commissione con “ministri” scelti con criteri politici e non per nazionalità. E se gli Stati Uniti d’Europa sono ormai uno slogan condiviso, dal Pd ai Radicali (sin dai tempi di Pannella e poi Bonino), la vita stessa di Spinelli è stata raccontata in un romanzo di Wu Ming 1 e in un film per la tv, oltre che nel recente omaggio che il regista Paolo Virzì gli ha decretato con Un altro Ferragosto. Con Silvio Orlando che scrive a un’altra Ursula, la von der Leyen: Salvi il pollaio di Spinelli!
«Il mio sforzo è stato di arrivare all’anno 4000 e poi volgermi indietro», racconta nelle sue memorie Spinelli, e si chiede se scriva per sé, per i figli, per i contemporanei o per «una più lontana, non ancora nata generazione». E cioè proprio per gli studenti che incontriamo qui sull’isola. E la cui identità liquida, Monica Sassatelli, sociologa dell’Università di Bologna e autrice di Becoming Europeans, inquadra così: «In loro il senso di appartenenza europea è diverso da quello nazionale o etnico, con cui convive e anzi a volte rafforza. È basato soprattutto sui valori della diversità e della solidarietà. Forse potremmo dire un’identità all’Erasmus, che nasce da quegli scambi che Umberto Eco chiamava “linguistici e sessuali”.
Ed è proprio grazie a loro se l’affluenza alle urne per le Europee, che è sempre stata bassa, ed era andata calando dal 1979, nel 2019 è invece aumentata».
«Putin vuole dividerci»
Dall’Erasmus alla Champions League fino all’Eurovision, caro Spinelli c’è tutto un nuovo immaginario. L’Eurovision l’hanno seguito tutti insieme qui sull’isola, i 60 ragazzi ospiti del festival dell’associazione La Nuova Europa. La galiziana Gema Castro Andrade, 19 anni, tifava per la cantante portoghese: «Ovvio che mi sento più europea che spagnola. Ma sai che per esempio per la ragazza finlandese che è qui non è così?». Anche Simon Pladwig, studente di relazioni internazionali, 19 anni, della Bassa Sassonia, si sente più europeo che tedesco: «Dobbiamo pensare in grande. Il mio libro preferito è 1984 di George Orwell, perché è proprio contro quel tipo di società autoritaria ancora così diffuso anche ai nostri confini che si batte l’Ue».
Il tema della guerra in Europa incombe di brutto tra i ragazzi sull’isola. Antonio Longo, un altro del Mfe, è qui per organizzare una “Biciclettata della memoria”,e osserva il mare dal bar Il Gabbiano: «Siamo la terra della pace realizzata ma Putin vuole dividerci. Il 24 febbraio, data dell’invasione russa dell’Ucraina, dovrebbe diventare la Giornata della resistenza europea». Nella piazza del Municipio, dove passeggiavano Spinelli e Pertini, ci infiliamo dietro a una scolaresca di Mestre. A far da guida c’è Riccardo Leoni, 24enne dalle idee chiare. Apre il cuore, in epoca di revisionismi spudorati, sentirlo parlare di fascisti che gasavano gli etiopi o del paradosso di Popper applicato agli apologeti del Duce: mai essere tollerante con gli intolleranti. Nel cimitero comunale – dove, dalla radio del guardiano, Domenico Modugno canta “Nulla di noi resterà...” – Riccardo invita tutti al silenzio davanti alla tomba di Spinelli, e poi indica un loculo: «Ricordiamoci questo nome, Luciano Bolis. Era un partigiano del Mfe. Catturato dai nazisti, pur di non tradire i compagni si tagliò le corde vocali con un rasoio. Nel 1993 volle farsi tumulare accanto ad Altiero con la scritta “Federalista della prima ora”». I ragazzi ammutoliscono e scattano foto. Qualcosa di noi, forse, alla fine resterà.
Sul Venerdì del 24 maggio 2024