✕

Che fine ha fatto Kata? Cosa sappiamo della bambina scomparsa un anno fa

Mia Kataleya Chicllo Alvarez, per tutti Kata (Fotogramma) (fotogramma)
Era il 10 giugno 2023. E della bambina si persero le tracce a Firenze. Ma per il suo sesto compleanno la mamma le ha preparato la torta con le candeline
4 minuti di lettura

FIRENZE. La torta è sul tavolo apparecchiato nell’aiuola, un ritaglio di verde nel traffico della piazza. Autobus stracolmi, macchine in fila ai semafori, clacson, e loro lì, tra vassoi di biscotti, popcorn, palloncini rosa e un regalo chiuso in una scatola a forma di cuore. “Lloré porque tu voz no está en la casa” risuona la ballata latina nella cassa sotto ai piatti di carta decorata, ho pianto perché in casa non sento la tua voce, e gli invitati non possono non pensare a lei: la festeggiata che non c’è.

Metà aprile 2024, Mia Kataleya Chicllo Alvarez, per tutti Kata, compie sei anni e la madre ha telefonato a una ventina di parenti e amici per invitarli in piazza Puccini, prima periferia fiorentina. Ha voluto la torta e tutto il resto. Ma non è un compleanno come gli altri e, se mai fosse possibile dimenticarlo, anche solo per un istante, a rammentarlo è la ricorrenza dell’altra data che ha segnato la breve e sventurata vita di Kata: 10 giugno 2023. Quasi un anno fa, il giorno in cu…

FIRENZE. La torta è sul tavolo apparecchiato nell’aiuola, un ritaglio di verde nel traffico della piazza. Autobus stracolmi, macchine in fila ai semafori, clacson, e loro lì, tra vassoi di biscotti, popcorn, palloncini rosa e un regalo chiuso in una scatola a forma di cuore. “Lloré porque tu voz no está en la casa” risuona la ballata latina nella cassa sotto ai piatti di carta decorata, ho pianto perché in casa non sento la tua voce, e gli invitati non possono non pensare a lei: la festeggiata che non c’è.

Metà aprile 2024, Mia Kataleya Chicllo Alvarez, per tutti Kata, compie sei anni e la madre ha telefonato a una ventina di parenti e amici per invitarli in piazza Puccini, prima periferia fiorentina. Ha voluto la torta e tutto il resto. Ma non è un compleanno come gli altri e, se mai fosse possibile dimenticarlo, anche solo per un istante, a rammentarlo è la ricorrenza dell’altra data che ha segnato la breve e sventurata vita di Kata: 10 giugno 2023. Quasi un anno fa, il giorno in cui è scomparsa, non lontano da qui, dal giardino urbano addobbato per il compleanno. Da allora nessuno ha chiesto un riscatto o contattato la famiglia. Nulla, solo silenzio.

Quel 10 giugno è un sabato dal sole velato come se volesse piovere da un momento all’altro. Kata ha cinque anni e vive, con la madre e il fratello di due anni più grande, in una stanza dentro un ex albergo occupato da famiglie di immigrati senza casa. Il rifugio di gente povera e disperata.

Molti sono peruviani, come Kata e i suoi genitori: la mamma, Katherine, 26 anni, lavora in un supermercato e il padre, Angel Miguel, 27 anni, è in carcere per aver rubato un cellulare. L’hotel si chiamava Astor, tre stelle, in via Maragliano, camere affacciate su una strada di passaggio o sul cortile interno. Un tempo aveva la dignità di struttura decentrata non troppo lontana dall’autostrada. Ma, messo in ginocchio dal Covid, ha chiuso come molte altre attività stroncate dalla pandemia, destinato a una decadenza culminata nell’occupazione abusiva un paio d’anni fa.

La mattina Katherine va al lavoro e, come d’abitudine, affida i figli al fratello, zio Abel. Non rivedrà più Kata. Se non nelle immagini delle telecamere che registrano le ultime apparizioni. Nella prima l’orologio indica le 15.01. Kata chiude una fila di bambini, dietro a un amico col pallone sottobraccio. Escono da un cancello laterale, sembrano discutere fino a quando Kata non se ne torna indietro svelta e col broncio.

L’altra immagine è delle 15.13. Qui Kata è da sola, all’esterno del palazzo. Sale al terzo e ultimo piano passando da una scala antincendio per poi scendere in cortile. Stop. Nient’altro, solo il buio da fine registrazione: buio dal quale Kata non è uscita più.

Mezz’ora dopo, intorno alle 15.45, la madre torna a casa. Si sente stanca, a quell’ora i figli di solito giocano con gli amici, e nemmeno li cerca. Sale in camera, s’addormenta e quando si sveglia entra in bagno per una doccia. Quando esce incontra la madre di un’altra bambina che le racconta del litigio tra amichetti e del rientro in solitaria di Kata che adesso, però, nessuno sa dove sia.

Così Katherine inizia a cercarla e più passa il tempo e più l’ansia cresce. Controlla nei corridoi, la chiama a voce alta in cortile. Chiede allo zio, ai vicini di stanza. Niente. Alle 18.40 Katherine Alvarez telefona al 112. Invitata in caserma con una foto, per sbaglio raggiunge gli uffici della polizia ferroviaria e solo intorno alle 20 firma la denuncia ai carabinieri mentre fuori la città si svuota distratta per uno dei primi weekend da passare al mare e in tv sta per iniziare la finale di Champions tra Inter e Manchester City.

Kata, un angolo cieco

Ecco. Da quel momento Kata non è che una fotografia: il viso di una bambina dal sorriso aperto e gli occhi grandi e neri come i capelli che sfiorano la maglietta di Minnie. Una foto. Quella trasmessa negli uffici di carabinieri e polizia. Pubblicata sui giornali. Postata sul web. Appesa dalla madre sui volantini in strade, piazze, bar e pizzerie. Non esiste incubo peggiore per un genitore e quell’incubo, un anno dopo, non è ancora terminato.

«Siamo in alto mare e, dopo tutto il tempo passato, è molto preoccupante» dice l’avvocato Antonio Petroncini, che assiste la donna e ha chiesto agli inquirenti di riesaminare le immagini registrate quel sabato: «Sul retro dell’ex albergo c’è un punto non coperto dalle telecamere, una sorta di angolo cieco. Da lì per andarsene bisogna superare un muro alto un paio di metri, è una via di uscita, scomoda ma non impossibile».

A seguire il caso sono due magistrati, un uomo e una donna, Giuseppe Ledda e Christine Von Borries che scrive romanzi tra cui – incrocio del destino – un giallo ambientato in una comunità di immigrati. In silenzio continuano a lavorare consapevoli degli sforzi di questi mesi. Tremila metri quadri dell’area setacciati a fondo. Ricerche nelle fogne, nei tombini.

Un reparto speciale – un tempo schierato sull’Aspromonte nelle ricerche delle vittime di sequestro di persona, i Cacciatori di Calabria – ha sfondato muri, scavato in terra e scansionato pareti con strumenti di ultima generazione. Sono state esaminate tutte le telecamere della città e tracciati i movimenti in porti e aeroporti, stazioni, frontiere. E, come in ogni grande indagine, da un lato ci si allontana nello spazio, dall’altro si resta concentrati sul punto dove tutto è iniziato: la palazzina dell’ex Astor.

Quando Kata è scomparsa ci vivevano quasi 150 persone. A lungo la gente del quartiere ha chiesto lo sgombero. Lì dentro le stanze cadevano a pezzi e la situazione era fuori controllo. C’erano tanti lavoratori onesti, immigrati che puliscono casa dei fiorentini, lavano piatti nei ristoranti o consegnano pizze e sushi a ogni ora. Ma qualcuno aveva trasformato la disperazione in un affare sporco. Gente che pretendeva soldi in cambio di un alloggio (anche mille euro per una camera con bagno) e, se non li otteneva, minacciava e colpiva.

Un racket gestito da romeni e peruviani, compresi – si sospetta – alcuni familiari di Kata. Ancora oggi nel quartiere raccontano di urla nella notte, bastonate, persino un colpo di pistola. Fino all’episodio più grave, due settimane prima della sparizione della bambina, quando un ecuadoregno, per sfuggire a una spedizione punitiva, si era gettato dalla finestra salvandosi per miracolo dopo un volo di otto metri.

Nella casa del Comune

Per questo e altri raid, a inizio aprile, è stato chiesto il rinvio a giudizio per quattro persone, compreso lo zio Abel, a cui Katherina aveva affidato Kata il giorno della scomparsa. Quanto basta per ipotizzare una spietata vendetta contro la famiglia della bambina. Ma gli indagati negano, testimoni non ce ne sono, e la pista resta nella foschia di una storia che in questi mesi ha vissuto solo angoscia.

Il padre tornato in libertà che di notte cerca la figlia in un campo rom e racconta ai carabinieri di aver saputo dal Perù che la figlia era stata rapita per errore. La mamma che una notte sfregia un’altra peruviana in una discoteca, in tv lancia appelli a Chi l’ha visto? e sui social chiede perdono «per non esser stata attenta».

Sofferenza e sbandate culminate nel tentativo di autopunirsi ingoiando candeggina. Oggi, un anno dopo, l’ex albergo è stato transennato dopo la caduta di calcinacci dalla facciata e dal cornicione. Il segnale di una precarietà manifesta quanto le esistenze degli ultimi che l’hanno vissuto. Ormai sono tutti lontani.

Katherina con il figlio in un alloggio assegnato dal Comune; Angel Miguel, di nuovo in carcere dove, poche settimane fa, ubriaco di grappa distillata in galera, è finito in isolamento dopo una rissa. Entrambi aspettano un segnale e una speranza, soli, abbandonati e tristi come il palazzo da dove Kata è sparita.

Sul Venerdì del 24 maggio 2026

Leggi i commenti