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Tra barche e oppio la Dolcevita preistorica viveva al lago di Bracciano

La sala del Museo delle Civiltà (ex Pigorini) di Roma con le piroghe neolitiche della Marmotta (Museo delle Civiltà- Roma) 
I sub hanno riportato alla luce dal Lago di Bracciano un villaggio neolitico dove, si scopre ora, si usavano le piroghe più antiche dell’area mediterranea. E anche qualche droga...
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Anguillara (Roma). «Pompei è rimasta preservata due millenni sotto alla cenere. Il villaggio neolitico della Marmotta si è conservato sette millenni e mezzo, sepolto e protetto dal limo del lago di Bracciano». Mario Mineo è un archeologo subacqueo. Per oltre dieci anni ha trascorso i mesi estivi con le bombole sulle spalle, undici metri sotto alla superficie del bacino vulcanico dei Colli Sabatini (30 chilometri a Nordovest di Roma), rimuovendo il fango limaccioso che, come la cenere di Pompei, ha conservato intatti i dettagli della vita quotidiana dei nostri antenati del VI millennio a.C.

Non un’eruzione, ma probabilmente un effetto vulcanico come il bradisismo ha fatto gradualmente sprofondare nel lago il villaggio neolitico intorno al 5.100, costringendo gli abitanti ad abbandonare le case e i preziosi strumenti di lavoro costruiti in 450 anni di vita dell’insediamento. Con i colleghi del Museo delle Civiltà della capitale (l’ex museo Pigorini), Mineo si è tuffato per riscoprire il…

Anguillara (Roma). «Pompei è rimasta preservata due millenni sotto alla cenere. Il villaggio neolitico della Marmotta si è conservato sette millenni e mezzo, sepolto e protetto dal limo del lago di Bracciano». Mario Mineo è un archeologo subacqueo. Per oltre dieci anni ha trascorso i mesi estivi con le bombole sulle spalle, undici metri sotto alla superficie del bacino vulcanico dei Colli Sabatini (30 chilometri a Nordovest di Roma), rimuovendo il fango limaccioso che, come la cenere di Pompei, ha conservato intatti i dettagli della vita quotidiana dei nostri antenati del VI millennio a.C.

Non un’eruzione, ma probabilmente un effetto vulcanico come il bradisismo ha fatto gradualmente sprofondare nel lago il villaggio neolitico intorno al 5.100, costringendo gli abitanti ad abbandonare le case e i preziosi strumenti di lavoro costruiti in 450 anni di vita dell’insediamento. Con i colleghi del Museo delle Civiltà della capitale (l’ex museo Pigorini), Mineo si è tuffato per riscoprire il villaggio neolitico più ricco di reperti di tutto il Mediterraneo. «Spesso non usavamo neanche le pinne per non rischiare di rovinare i reperti, mantenevamo il corpo radente al fondale, semplicemente regolando la quantità d’aria nei polmoni».

I sub hanno spazzolato delicatamente il fango da 5 piroghe di legno, 11 abitazioni, 450 macine per la farina, 70 mila resti ceramici (tra cui più di 700 vasi interi o ricostruiti per intero), 12 mila selci scheggiate, ossa di animali domestici, due cani inclusi, silos pieni di cereali diversi, falcetti, remi, fusi con il gomitolo di filo ancora arrotolato e quattro pipe per fumare, probabilmente, i papaveri da oppio di cui pure sono stati ritrovati i resti.

«La Marmotta è un sito unico. Non ne esistono altri in cui della materia organica risalente al Neolitico si sia conservata così bene» spiega Niccolò Mazzucco, professore di Preistoria e Protostoria all’Università di Pisa specializzato in Neolitico (con una passione per falcetti primitivi: qui, tra gli agricoltori della Marmotta, ha trovato il suo bengodi).

Il nuovo studio

Sulle rive di uno dei laghi più belli d’Italia, tra agricoltura, allevamento di pecore, maiali e mucche, e lavori collettivi come la costruzione delle piroghe (la più lunga, scavata da un unico tronco di quercia, sfiora gli undici metri) scorreva la vita tutto sommato prospera e sicura dei nostri antenati. «Sulla terraferma trovare pochi chicchi di grano risalenti al Neolitico è come trovare un tesoro. Alla Marmotta ce ne sono manciate. Tutto ben conservato grazie a due metri e mezzo di limo che hanno tenuto i reperti al riparo dall’ossigeno, impedendogli di degradarsi», racconta Mineo.

Oggi che piroghe, falcetti e altri reperti di legno e pietra sono stati datati con precisione grazie al carbonio 14, è emerso che il villaggio è ancora più arcaico di quanto si pensasse. Le sue case sulla sponda del lago sono state abitate tra il 5.700 e il 5.100 avanti Cristo, rivela un articolo appena pubblicato sulla rivista Plos. Le imbarcazioni in particolare sono le più antiche, fra quelle risalenti all’epoca Neolitica, di tutto il Mediterraneo. Seguendo il corso dell’Arrone, l’emissario che esce dal lago di Bracciano in Località La Marmotta, i nostri antenati potevano raggiungere il Tirreno distante 38 chilometri. Da lì probabilmente commerciavano con il resto d’Italia: una parte dell’ossidiana ritrovata è originaria delle isole di Lipari e Palmarola, alcune selci di Defensola, nel foggiano, e alcune asce di pietra delle Alpi.

Al sito è stato anche dedicato un volume specialistico: The submerged site of La Marmotta: decrypting a Neolithic Society, scritto da Mineo e Mazzucco con Juan F. Gibaja del Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo.Questo fervore di studi farebbe pensare a una scoperta recente. Non è così. Il villaggio non è stato solo ricoperto dal fango per 7.500 anni. È rimasto poi nell’ombra, fra le nostre scoperte poco valorizzate, anche per altri 35 anni. I primi reperti dal fondo del lago sono apparsi infatti nel 1988, quando l’Acea (la municipalizzata dell’acqua della capitale) decise di costruire un acquedotto per dissetare Roma sfruttando il lago di Bracciano. La bocca del tubo fu poggiata 300 metri al largo della spiaggia della Marmotta, proprio a 11 metri di profondità. Il profluvio di resti che iniziò a saltar fuori non poteva essere ignorato.

Il Museo delle Civiltà (che allora si chiamava Museo Pigorini) ha organizzato campagne di scavo in grande stile tra il 1992 e il 2006, dirette dall’allora soprintendente Maria Antonietta Fugazzola. «Abbiamo lavorato molto, e rapidamente» ricorda Mineo, che nel frattempo è andato in pensione. «Iniziavamo a giugno. Ci voleva quasi un mese per rimuovere i due metri e mezzo di limo che ricoprivano il sito. Luglio e settembre erano dedicati agli scavi. Dovevamo sbrigarci, man mano che scoprivamo il legno delle piroghe, le alghe vi crescevano sopra. I persici sole ne prendevano possesso mordendoci le mani quando ci avvicinavamo per scavare. Era come se un luogo rimasto per tanto tempo morto ricominciasse a vivere».

In 18 anni gli archeologi romani hanno esplorato un quarto di un sito che si stima raggiunga i due ettari. Poi le campagne si sono fermate. Oggi il limo è tornato a riavvolgere il villaggio e progetti di ripresa degli scavi non ce ne sono. Se alcuni reperti, fra cui tre delle cinque piroghe, sono esposti in una sala del Museo delle Civiltà dell’Eur, il resto è chiuso in cassette all’interno di un grande deposito lungo almeno venti metri.

L’intervento spagnolo

Perché allora proprio oggi le riviste scientifiche tornano a parlare della Marmotta? Finalmente, dopo tanto tempo, i reperti hanno ricevuto una datazione precisa. «Abbiamo recuperato i fondi per la datazione con il Carbonio 14 grazie a un accordo con il Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo» spiega Mineo. «Fino a ieri erano stati datati solo alcuni pali ai quali le piroghe erano fissate, non le imbarcazioni. Non sapevamo nemmeno da quale albero fossero state ricavate».

Campioni di legno grandi quanto un’unghia sono stati portati al Centro Nacional de Aceleradores dell’università di Siviglia. «Non è stato necessario insistere con i colleghi spagnoli. La Marmotta è un sito talmente straordinario che chiunque vuole collaborare per studiarlo», dice Mineo. «Un villaggio moderno», lo definisce semplicemente Mazzucco. Tra agricoltura, allevamento, commercio, abilità marinare e divisione del lavoro (scavare le imbarcazioni ha impiegato parecchie persone per centinaia di ore totali), «la Marmotta presenta in nuce tutte le caratteristiche di una società avanzata» spiega l’archeologo pisano. «Erano uomini competenti, del tutto a proprio agio nell’ambiente in cui vivevano». Tra oppio (i paleobotanici hanno osservato che le piante più antiche erano selvatiche, le più recenti addomesticate) e Oenanthe crocata (detta anche erba sardonia), una pianta velenosa e stordente, responsabile del cosiddetto riso sardonico già citato da Omero, i nostri antenati sfruttavano tutto ciò che la natura metteva loro a disposizione, non solo per nutrirsi.

Sul Venerdì del 24 maggio

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