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Emmanuel Carrère racconta L’arte della gioia di Valeria Golino: “Ecco perché mi ha rapito”

Lo scrittore Emmanuel Carrère (66) e la regista Valeria Golino (58 anni) (Getty images. Agf) 
Il grande scrittore francese ha visto la serie tv di Valeria Golino, tratta dal libro di Goliarda Sapienza “L’arte della Gioia”: se ne è innamorato. E ci scrive perché
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Trovarsi davanti a un film ricavato da un libro famoso senza avere letto il libro è un vantaggio. Nel migliore dei casi, fa venire voglia di leggerlo, ed è quel che è appena accaduto a me con L’arte della gioia. Me lo avevano consigliato spesso, fin da quando era stato pubblicato in Francia, nel 2006, ma poi si sa come vanno le cose: manca il tempo, si rinvia, sono comunque quasi ottocento pagine.

Mentre sto scrivendo, ci sono immerso, non lo mollo più, ora tocca a me consigliarlo con calore a chi mi circonda (molti dei miei amici: «Dopo tanto tempo che te ne parliamo...»). Ma ancora una settimana fa, quando ho iniziato a vedere il film, mi trovavo in questa felice condizione: totale ignoranza. Non sapevo nulla di Modesta, né di madre Leonora, né della triste suor Ilaria (che, se non sbaglio, non figura nel libro), né della famiglia Brandiforti, della principessa Gaia, della zoppa Cavallina e del disgraziato principe Ippolito, questo elephant man siciliano recluso all’ultimo piano del…

Trovarsi davanti a un film ricavato da un libro famoso senza avere letto il libro è un vantaggio. Nel migliore dei casi, fa venire voglia di leggerlo, ed è quel che è appena accaduto a me con L’arte della gioia. Me lo avevano consigliato spesso, fin da quando era stato pubblicato in Francia, nel 2006, ma poi si sa come vanno le cose: manca il tempo, si rinvia, sono comunque quasi ottocento pagine.

Mentre sto scrivendo, ci sono immerso, non lo mollo più, ora tocca a me consigliarlo con calore a chi mi circonda (molti dei miei amici: «Dopo tanto tempo che te ne parliamo...»). Ma ancora una settimana fa, quando ho iniziato a vedere il film, mi trovavo in questa felice condizione: totale ignoranza. Non sapevo nulla di Modesta, né di madre Leonora, né della triste suor Ilaria (che, se non sbaglio, non figura nel libro), né della famiglia Brandiforti, della principessa Gaia, della zoppa Cavallina e del disgraziato principe Ippolito, questo elephant man siciliano recluso all’ultimo piano del palazzo. Con una pistola puntata alla tempia, avrei detto, al massimo: è la storia di una donna.

Sì, la storia di una donna. Come Moll Flanders, come Madame Bovary, come Anna Karenina. Che lusso sarebbe avere un appuntamento al buio con queste tre. Incontrarle senza sapere chi sono, cosa capiterà loro, cos’hanno proiettato su di loro generazioni di lettori.

Lo scrittore Emmanuel Carrère (66) e la regista Valeria Golino (58 anni) (Getty images. Agf) 

Vitalità e morte

Il film di Valeria Golino mi ha fatto vivere questo mistero: non sapere, in ogni istante, quello che accadrà nell’istante successivo. È una rara sensazione di libertà, come se il film non smettesse mai di inventarsi sotto i nostri occhi, di sorprenderci, di sorprendersi, e penso che in gran parte lo si debba al fatto che anche la protagonista non smette di inventare la sua vita, sotto i nostri occhi, che nemmeno lei ha mai la minima idea di quale sarà il prossimo capitolo, la prossima svolta del suo destino.

Le tre grandi protagoniste di romanzi che ho appena citato – e potrei aggiungerne altre, come Isabel Archer in Ritratto di signora di Henry James, e Thérèse Raquin di Zola – sono donne che vivono sotto le leggi in egual misura alienanti della società e della passione: donne che subiscono. Modesta è tutto il contrario. Non subisce mai. La violentano, e lei appicca il fuoco. La rinchiudono, e lei evade. La opprimono, e lei uccide chi la opprime. Vogliono spegnerla: lei desidera. «Quante volte mi sono innamorata?» chiede. «Tutte le volte che è stato necessario». Modesta è una piccola contadina analfabeta: lotterà contro l’aristocrazia.

La sua vitalità ha la meglio non solo sui pregiudizi, ma sulla morale. È disposta a tutto, sempre. Paga a caro prezzo, sempre, senza mercanteggiare. Il prezzo è quello della libertà, del desiderio, della gioia, la gioia sfolgorante e selvaggia che rende il libro unico e che attraversa il film, dalla prima all’ultima inquadratura, come un flusso di corrente elettrica.

Dico «il film», anche se so che è una serie tv in sei episodi, e probabilmente la prima stagione di un ciclo che, se si suddivide il libro, dovrebbe contarne altre due o tre – si interrompe dopo circa duecento pagine, quando Modesta arriva a Catania. Ma l’ho visto come un film, un film di cinque ore, e bisogna essere grati alla televisione quando permette a una regista di girare un film di cinque ore che merita di durare cinque ore – senza tempi morti, senza riempitivi, senza scene di raccordo o esplicative.

I due film precedenti di Valeria Golino sono Miele (su una ragazza che dedica la vita a dare la morte) ed Euforia (sul rapporto tra due fratelli, uno dei quali sta per morire). Quello che hanno in comune non è solo che affrontano la morte in maniera molto diretta, ma che non si impelagano nelle sfiancanti ricette degli sceneggiatori (anche perché la Golino lavora con ottime sceneggiatrici: Francesca Marciano e Valia Santella).

I manuali di drammaturgia analizzano ogni tipo di regola – tre atti, cliffhanger, payback... – che valgono quello che valgono. Personalmente ne seguo due. La prima: se ti senti in dovere di girare una scena perché è necessaria alla trama ma ti rompe scriverla, non esitare: non scriverla. Assolutamente, non scriverla. Vedrai che il film sarà molto meglio senza. Le informazioni, le spiegazioni, le premesse viaggeranno in altro modo, su altri canali; non si sbaglia mai a saltare un gradino. La seconda, che solo apparentemente è in contraddizione con la prima – ma, come dice la principessa Brandiforti: «Non vorrai certo impedirmi di contraddirmi?» – è che un film, per essere riuscito, basta che contenga una o due scene memorabili. Una è già bene. Due è fantastico. Mi sembra che nell’Arte della gioia ce ne siano piuttosto tre per episodio, e queste scene sono costruite intorno a immagini memorabili perché non si tratta di televisione ma di cinema.

Quando tutto trema

Prendete il passaggio da Modesta bambina a Modesta adulta. Per portarci da un’attrice all’altra, dall’incredibile piccola Viviana Mocciaro all’impeccabile Tecla Insolia, Valeria Golino fa intervenire nientemeno che l’Etna.Tutto trema e crolla, le suore lasciano in fretta e furia il convento, restano fuori, senza fiato davanti al vulcano in eruzione. Il loro gruppo potrebbe essere il coro di un’opera. E da questo gruppo scappa, come una bestiolina, la Modesta di dieci anni che inizia a correre, correre, fila via attraverso il giardino per andare a perdersi in una foresta di lenzuola bianche da cui riemerge a vent’anni, pronta ad azzannare il mondo e la vita, ebbra della sua grazia cannibalesca.

Questo cinema moderno e agile ritrova spesso il grande cinema del passato. Dato che siamo in Sicilia, aleggia sopra questi palazzi, questi tuguri, queste viuzze, qualcosa che arriva da Visconti – e a Visconti, in fondo, forse non sarebbe dispiaciuto poter girare, grazie a una piattaforma, dei film di sei ore, sviluppati come quei grandi romanzi dell’Ottocento che erano il suo nutrimento non meno dell’opera. E se parliamo di opera e di grandi romanzi, allora non posso terminare questo articolo senza dire che quanto fa Valeria Bruni Tedeschi nella parte della principessa Gaia Brandiforti – che domina gli ultimi quattro episodi come Jasmine Trinca domina i primi due – è qualcosa di assolutamente pazzesco, una interpretazione monumentale.

Questa principessa, sarebbe stato contento Proust di inventarla. Davanti a un personaggio del genere facciamo a priori un passo indietro, a tal punto esso è sempre e – va detto – solo malvagio: l’arroganza classista moltiplicata dalla crudeltà e dal piacere di umiliare. Cerchiamo un angolino di cielo azzurro in questa anima nera – senza riuscirci, oppure sono io che non ho cercato bene. In confronto, la marchesa de Merteuil delle Relazioni pericolose è Pocahontas. Ma basta che questa diabolica creatura apra bocca, sospiri, alzi gli occhi, si spazientisca, soffochi una delle sue sprezzanti risatine per innalzarci al paradiso della grande arte. Non un’inflessione, non un manierismo che non valga un’aria d’opera.

Una musica, una voce riconoscibile come quella di una Callas o di una Schwarzkopf – per prendere due esempi diametralmente opposti –, ma anche il boss dell’ultimo livello di un videogioco, un avversario degno della nostra intrepida Modesta. Che naturalmente ne farà un sol boccone, e vi invidio perché non sapete ancora come.

(Traduzione di Francesco Bergamasco)

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