Abruzzo, il paradiso dei surfisti è a rischio. Ecco perché
dalla nostra inviata Brunella GiovaraVasto (Chieti). Più che surfisti, ambientalisti. Anche perché nel futuro ci sarà ben poco da surfare, su questa Costa dei Trabocchi. E in generale, su tutto l’Adriatico, stretto com’è tra i frangiflutti, centinaia di barriere di cemento e pietre, le vecchie e quelle di prossima costruzione, l’unica maniera attuata in Italia per proteggere la terraferma dall’erosione.«Vogliono trasformare tutto in una laguna, così da salvare gli interessi dei balneari», che sono poi una delle categorie o lobby più potenti d’Italia, assieme ai tassisti e ai cacciatori.
Mario Trave vive sulle colline di Ortona, in mezzo ai vigneti, ma «solo qui siamo almeno in cinque, a surfare». Questo per dire l’amore per uno sport duro, ma elegante e anche istrionico, e per le poche onde che ancora arrivano a riva. E per spiegare quanto sia grande questa passione da donne e uomini intrepidi, basta dire che hanno addirittura rivelato al mondo uno dei loro massimi “secret”. Nell’anglo-gergo talvolta misterioso, signi…
Vasto (Chieti). Più che surfisti, ambientalisti. Anche perché nel futuro ci sarà ben poco da surfare, su questa Costa dei Trabocchi. E in generale, su tutto l’Adriatico, stretto com’è tra i frangiflutti, centinaia di barriere di cemento e pietre, le vecchie e quelle di prossima costruzione, l’unica maniera attuata in Italia per proteggere la terraferma dall’erosione.«Vogliono trasformare tutto in una laguna, così da salvare gli interessi dei balneari», che sono poi una delle categorie o lobby più potenti d’Italia, assieme ai tassisti e ai cacciatori.
Mario Trave vive sulle colline di Ortona, in mezzo ai vigneti, ma «solo qui siamo almeno in cinque, a surfare». Questo per dire l’amore per uno sport duro, ma elegante e anche istrionico, e per le poche onde che ancora arrivano a riva. E per spiegare quanto sia grande questa passione da donne e uomini intrepidi, basta dire che hanno addirittura rivelato al mondo uno dei loro massimi “secret”. Nell’anglo-gergo talvolta misterioso, significa uno “spot”, cioè il posto giusto per surfare, che non va tanto raccontato in giro né tanto meno instagrammato, «ma siamo stati costretti a svelare il “santuario” più importante, pur di salvarlo».
E siamo così davanti al “secret”, che è la cosiddetta Grotta di Vignola. Baia a mezzaluna, rimasta quasi intatta dai tempi di Gabriele D’Annunzio, che aveva casa-eremo sul promontorio delle Portelle. Qui arriva il “point” del Saraceno, che permette corse di oltre 300 metri, su un’altezza di 2: non saranno quelle atlantiche, ma per chi sa prendere l’onda, e soprattutto aspettarla, questo posto è magico.
Area SIC, tra l’altro, che significa Sito di Interesse Comunitario, su cui però incombe un progetto di nuovi frangiflutti da tre milioni e mezzo. «Perciò abbiamo costituito il Comitato Litorale Vivo, e fatto ricorso al Tar», spiega il presidente Antonio Mercorio, ginecologo a Campobasso ma qui surfante da trent’anni, quando venne scoperta l’onda del Saraceno.
Una raccolta di firme ha dato forza agli sportivi, cinquecento persone hanno protestato online e per strada, «ma con il Comune di Vasto non c’è stato dialogo. Eppure, le barriere andranno a stravolgere per sempre la baia, dove peraltro non ci sono case direttamente in pericolo, né infrastrutture», a parte la spiaggia in concessione a un grosso campeggio, quella sì, a rischio erosione.
«Il ricorso è stato fatto sulla procedura di valutazione di incidenza ambientale, la Vinca, che era stata conclusa senza esaminare le osservazioni del Comitato», spiega l’avvocato Pietro Paolo Ferrara, che ha studio a Pescara. «Il Comune di Vasto ha quindi annullato quell’atto, riconoscendo che bisognava dare risposta alle osservazioni. Ma poi le ha respinte tutte». E allora? «Stiamo preparando un nuovo ricorso. La Vinca doveva essere fatta prima dell’individuazione del progetto, invece era già tutto pronto, e i lavori aggiudicati. Il Comune ha fretta, i finanziamenti della Regione scadevano alla fine del 2023…». Che si sappia, questa è la prima causa in Italia a difesa di un’onda, e di quanto le sta intorno.
Dune, pietre e fiori viola
Va anche detto che la Regione Abruzzo appare sul tema leggermente sconnessa. Da una parte finanzia i frangiflutti, dall’altra prevede «un progetto di bio-ricostruzione delle dune, da realizzare davanti alla pineta artificiale, con l’obiettivo di riqualificare l’area e contenere le mareggiate invernali» (delibera 494 della giunta, 15 settembre 2017).
A Punta Vignola, proprio lì, dove «è presente un residuo lembo di macchia mediterranea da tutelare, anche per la segnalazione di una specie rarissima come la Limonium narbonense», un bellissimo arbusto dai fiori viola, di cui evidentemente non importa più niente a nessuno. Altri soldi stanno arrivando sul litorale, e quanti. A inizio maggio, la notizia di 74 milioni e 105 mila euro per proteggere la costa dall’erosione, finanziati con i fondi di Coesione e Sviluppo, dal governo alla Regione. Da Martinsicuro fino a San Salvo, trenta progetti per costruire “barriere parallele rigide”, cioè frangiflutti.
«Diventerà una lunghissima piscina stagnante», commenta l’agricoltore e contrabbassista Giuseppe, «sul surf da 25 anni». E Mario, che sta lisciando una tavola di Paulownia (e pinna nera di Okumè, perché ci sono anche quelli che se le costruiscono da soli): «In Italia ci sono circa 200 onde adatte al surf, e qualche decina di eccellenti. Significa rare, uniche, un patrimonio naturale. Se le elimini, distruggi anche un ecosistema». Ed è persino «commovente vedere come invece la natura si autoregola. Un giorno c’è l’erosione, il giorno dopo la sedimentazione, sempre che i fiumi riescano a portare al mare i sedimenti… E sempre che l’uomo non tocchi quell’equilibrio», dice Giovanni Di Fabio, che è geologo e sa che «i frangiflutti creano un impatto energetico che non trova poi sfogo».
Per la cronaca, tutti questi del Comitato sono stati definiti da Francesco Menna, sindaco Pd di Vasto, come «simpatici scoiattolini», durante un collegamento con Mi manda Rai3, che si occupava della faccenda. La cosa non inquieta il dottor Mercorio, «essendo noi gente che vive il mare tutto l’anno, non solo durante l’estate», e con un punto di vista che è dentro l’acqua, non sotto l’ombrellone.
«In effetti, resiste lo stereotipo del surfista, come di uno che vuole vivere la vita divertendosi» sulla cresta dell’onda, e senza troppi pensieri. Lo pensa Paolo Stocchi, ricercatore a Urbino, geofisico e oceanografo. Qui manca la componente folk e vintage di questo sport, prevale l’ecologismo e c’è in tutti la conoscenza di venti e di correnti – e dell’erosione. A gennaio è franato un bel pezzo del lungomare di Casalbordino, e che i lunghi “pennelli” artificiali (i vecchi, e quelli in costruzione) facciano più danno che protezione, lo sostengono anche Legambiente, Wwf, e gli scienziati.
Stocchi: «Una scogliera artificiale ferma l’erosione in quel punto, ma la sposta più a sud», non per niente i Comuni di Casalbordino e Torino di Sangro stanno litigando per la barriera che favorisce il primo, e penalizza il secondo.
Come han fatto a Cala Gonone
Ma ci sono troppi interessi a costruire le spiagge-salotto, «senza valutare costi e benefici, usando le solite vecchie tecniche, che in altri Paesi sono abbandonate, come in Olanda», dice Enzo Pranzini, docente di Dinamica e difesa dei litorali all’Università di Firenze. La Costa dei Trabocchi, poi, gli ricorda quella sarda di Cala Gonone, «su cui si è intervenuto con un ripascimento di ghiaietto rosa, non di sabbia, creando secche che sembrano naturali. È lì da trent’anni, ed è stabilissima, oltre che apprezzata dai turisti».
Esistono quindi soluzioni più morbide, come anche in Liguria, «dove si fanno secche semiaffioranti, circolari o ellittiche. E a parte questi esempi, è sempre mancato il coraggio di trovare alternative. La costa adriatica italiana presenta una densità di scogliere parallele come nessun Paese al mondo». E c’è questa idea «che le onde mangino la spiaggia, che l’acqua divori. Che il mare sia cattivo, insomma. Al contrario, le coste sabbiose sono ambienti sedimentari estremamente dinamici e variabili, e andrebbero lasciate lì come sono», dice Stocchi, invece di irrigidirle, sbarrando le correnti e creandone altre di ritorno, pericolose: le Rip Currents, che ogni anno fanno strage di bagnanti, proprio vicino ai rassicuranti frangiflutti.
L’alternativa? Le dune, difficili però da ricreare, se la logica del business prevede stabilimenti, ristoranti e baretti sull’acqua. «E altri sistemi moderni, come i reef che stanno costruendo a Ventimiglia, per la prima volta. Si possono fare substrati di materiali inerti, simili a quelli corallini, dove andranno a insediarsi vegetali, mitili e ostriche, creando un ecosistema che interagisce bene con l’energia dell’onda». Un mix di ingegneria, tecnica e natura, mica gli antiquati ammassi di pietre e cemento, che sono pure così brutti, tra l’altro.
Sul Venerdì del 31 maggio 2024