New York. Una donna, un nero, un latino, un conservatore, una pro-life? È una shortlist davvero affollata quella per il potenziale vice di Donald Trump nella nuova corsa alla Casa Bianca: il Veep, come in America chiamano il numero due della più importante catena di comando del mondo. Dopo aver rotto con Mike Pence, l’ex governatore dell’Indiana al suo fianco nel 2016, perché si rifiutò di bloccare la ratifica della vittoria elettorale di Joe Biden il 6 gennaio 2020, il tycoon è in cerca di una figura che lo aiuti a vincere.
Collaboratori e sostenitori della campagna elettorale lavorano alla lista dei papabili da settimane: aggiungendo e cancellando. Le intenzioni del candidato repubblicano, che da tempo organizza incontri informali, restano però inintellegibili. Annuncerà il running mate, il compagno di corsa, alla vigilia della Convention del suo partito a Milwaukee, dal 15 al 18 luglio. «Punterà su chi può dargli la spinta decisiva», ha detto l’ex stratega Steve Bannon al britannico Spectator.
Per i finanziatori il nome già c’è: Nikki Haley, l’ex ambasciatrice all’Onu che alle primarie lo ha sfidato dandogli del “vecchio”, ma poi ha detto che voterà per lui. Haley ha continuato a incassare consensi anche dopo essersi ritirata. A maggio Axios la dava per certa, ma The Donald ha smentito: «Le auguro ogni bene ma non la sto valutando per il ruolo di VP». È perché Trump «non cerca un erede politico: come in Macbeth o Re Lear, sarebbe un bagno di sangue», ha spiegato ancora Bannon. Paragonando la scelta al meccanismo del reality show di cui un tempo Trump era la star, The Apprentice, l’apprendista: vincerà chi gli dimostrerà più dedizione e lealtà.
Di sicuro proprio a un casting tv somigliava la parata di potenziali Veep nel tribunale di Manhattan il giorno in cui l’ex avvocato Michael Cohen ha testimoniato sui soldi versati illegalmente alla pornostar Stormy Daniels affinché tacesse la relazione con il tycoon. J.D. Vance, Doug Burgum, Byron Donalds e Vivek Ramaswamy erano lì, tutti vestiti uguali. Tanto che Alex Wagner, conduttrice di Msnbc, li ha paragonati «alle miss di un concorso di bellezza: la sfilata dei Veep!».
Ecco dunque la lista di chi può (o non può) farcela. Manco a dirlo, è ancora provvisoria.
Tim Scott, senatore della Carolina del Sud
Trump potrebbe puntare anche su un afroamericano. E Scott, 58 anni, è l’unico repubblicano nero in Senato. Ha tentato le primarie ma i suoi risultati sono stati insignificanti e ha abbandonato prima dell’inizio. Certo non aiuterebbe a vincere il suo Stato, solidamente repubblicano. Né aiutano le sue posizioni intransigenti sull’aborto, tema caldo su cui il candidato repubblicano ha ormai posizioni più ambigue. Scott non è nemmeno un sostenitore della big lie, la grande bugia delle elezioni rubate. Ma ha appoggiato lealmente Trump dall’inizio delle primarie. Si è pure precipitosamente fidanzato con Mindy Noce, affinché nessuno notasse il fatto che è ancora scapolo.
Doug Burgum, governatore del Nord Dakota
Ricco, leale e di bella presenza: secondo il Wall Street Journal sono i motivi per cui Burgum, 67 anni, è nella lista. Milionario grazie alla vendita della sua società di software a Microsoft nel 2002, è pronto a spendere di tasca propria. Trump ne apprezza «il comportamento misurato, l’esperienza governativa, l’affidabilità». È però poco noto a livello nazionale, e non è un gran raccoglitore di fondi. La sua forza potrebbe però proprio essere la mancanza di carisma. Di lui Trump ha detto: «Spero di affidargli una posizione importante nell’Amministrazione». Ma potrebbe significare anche un posto nel governo.
Marco Rubio, senatore della Florida
A 52 anni, il senatore di origine cubana è già molto noto a livello nazionale anche perché corse le presidenziali 2016. All’epoca Trump lo maltrattò, chiamandolo sempre “little Marco”. Ma ora avere un latino nel ticket presidenziale, con pure una solida rete di finanziatori, gli procurerebbe il sostegno di un gruppo etnico cruciale. La Costituzione però vieta di votare per presidente e vice di uno stesso Stato e quindi Trump (trasferitosi in Florida per motivi fiscali) o Rubio dovrebbero spostare la residenza. Ha un altro neo: le sue pessime performance nei dibattiti.
J.D. Vance, senatore dell’Ohio
È l’autore del bestseller Elegia americana da cui fu tratto il film nominato agli Oscar: dove, raccontando la sua storia di ragazzo bianco povero con madre tossica, parla letteralmente della base di Trump. Potrebbe aiutare a riconquistare l’Ohio perso quattro anni fa ma in realtà nel 2022 il suo sostegno a campagna elettorale e raccolta fondi fu ininfluente. E ha il torto di aver definito Trump, nel 2016, «l’Hitler americano»: salvo convertirsi al trumpismo nel 2022 tanto da far dire al candidato leader: «Mi bacia il culo perché vuole il mio sostegno».
Elise Stefanik, deputata di New York
A 39 anni è già la presidente della Conferenza repubblicana, quarta in grado alla Camera. Potrebbe dare un aiuto prezioso nel lavorare col Congresso. È un’abile raccoglitrice di fondi e ha appeal sui giovani e sulle donne delle periferie che poco gradiscono il tycoon. Anche lei nel 2016 lo aveva però criticato aspramente dicendo che «insultava le donne». Per il modo in cui ha aggressivamente interrogato le rettrici di importanti college sulle proteste pro Palestina, determinando anche le dimissioni di una di loro, Trump l’ha recentemente definita “un killer”.
Kristi Noem, governatrice del Sud Dakota
Nonostante le credenziali trumpiane impeccabili, il suo nome sembra bruciato dalla pubblicazione del memoir Not My First Rodeo dove, per sottolineare la sua determinazione, racconta di aver ucciso a sangue freddo un cane di famiglia: per l’orrore degli animalisti. Alla guida del suo Stato dal 2018, si distinse per aver allentato le restrizioni anti Covid più velocemente di tutti. E per aver sostenuto le accuse di frodi elettorali. Trump sarebbe preoccupato dalle sue posizioni “assolutiste” sull’aborto, ma in passato ha detto: «Combatte in modo incredibile per me».
Vivek Ramaswamy, ex candidato alle primarie repubblicane
Nato in Ohio da genitori indiani, ha 38 anni e come immagine è l’opposto di Trump. Ideologicamente ne è invece il clone. Imprenditore biotecnologico, non ha esperienza politica ed è un complottista che ha abbracciato la teoria della “grande sostituzione”. Piace ai trumpiani ma non ai moderati. Di sicuro ha corso la sua campagna più come aspirante alla corte di Trump che per sé.
Ma la lista non finirebbe qui: circolano anche i nomi del governatore del Texas Greg Abbott, che darebbe un chiaro messaggio sulla sicurezza dei confini. L’ex segretario allo Sviluppo urbano Ben Carson e il deputato della Florida Byron Donalds in quota afroamericani. La governatrice dell’Arkansas Sarah Huckabee Sanders, già portavoce della Casa Bianca. La senatrice dell’Alabama Katie Britt, più giovane repubblicana eletta. L’ex deputata dem delle Hawaai Tulsi Gabbard, in rotta col suo partito. E la candidata al Senato dell’Arizona Kari Lake, descritta da The Atlantic come “la trumpiana perfetta”: che però ha perso le elezioni nel suo Stato nel 2022. Senza dimenticare che Trump potrebbe, appunto, sorprenderci…
Sul Venerdì del 31 maggio 2024