Christina Koch sarà la donna più vicina alla Luna
di Giuliano AluffiNessuna donna ha mai visto la Luna più da vicino di quanto la vedrà lei: Christina Koch, 45 anni, da Grand Rapids (Michigan), a settembre 2025 farà parte di Artemis 2, la prima missione con equipaggio che sorvolerà il satellite della Terra, oltre mezzo secolo dopo l’ultima missione Apollo. Seguirà, nel 2026, Artemis 3, che prevede lo sbarco. Koch è già oggi un’astronauta da record: è la donna che ha vissuto di più nello Spazio (328 giorni sulla Stazione spaziale internazionale nel 2019-2020) e lì, con Jessica Meir, ha effettuato la prima “camminata spaziale” tutta al femminile della storia.
Che cosa impareremo da Artemis 2?
«È la prima volta in cui degli esseri umani voleranno su Orion, che sarà la base di tutte le missioni future. Quindi speriamo di imparare che cosa significa mandare persone così lontano su questo veicolo, e come potremo gestire in futuro missioni più complesse come quelle con l’allunaggio o l’attracco a una stazione orbitante attorno alla Luna. Con Artemis 2 il lav…
Nessuna donna ha mai visto la Luna più da vicino di quanto la vedrà lei: Christina Koch, 45 anni, da Grand Rapids (Michigan), a settembre 2025 farà parte di Artemis 2, la prima missione con equipaggio che sorvolerà il satellite della Terra, oltre mezzo secolo dopo l’ultima missione Apollo. Seguirà, nel 2026, Artemis 3, che prevede lo sbarco. Koch è già oggi un’astronauta da record: è la donna che ha vissuto di più nello Spazio (328 giorni sulla Stazione spaziale internazionale nel 2019-2020) e lì, con Jessica Meir, ha effettuato la prima “camminata spaziale” tutta al femminile della storia.
Che cosa impareremo da Artemis 2?
«È la prima volta in cui degli esseri umani voleranno su Orion, che sarà la base di tutte le missioni future. Quindi speriamo di imparare che cosa significa mandare persone così lontano su questo veicolo, e come potremo gestire in futuro missioni più complesse come quelle con l’allunaggio o l’attracco a una stazione orbitante attorno alla Luna. Con Artemis 2 il lavoro è principalmente testare i sistemi di supporto vitale e di comunicazione. Dal nostro successo dipende quello delle missioni future».
E per lei qual è la sfida più grande?
«Essendo una missione completamente nuova, dovremo attingere a tutte le nostre esperienze e ci sarà più spazio per l’indeterminatezza e l’adattabilità. Una volta in volo avremo pochi criteri specifici per sapere se stiamo riuscendo o meno».
Quasi una “navigazione a vista”... Quando è nata la sua passione per lo Spazio?
«Credo di essere sempre stata “quella ragazzina che voleva fare l’astronauta”, non ricordo un periodo in cui non avessi questo sogno. A dieci anni con la famiglia feci una gita al Kennedy Space Center di Orlando, in Florida. Da quelle parti c’è anche Disneyland, con giostre, principesse e tutto il resto: ma a me interessava solo il centro spaziale, e ricordo di aver tappezzato la mia cameretta con i manifesti sui pianeti che comprammo lì. A pensarci oggi, capisco di aver sempre amato ciò che mi fa sentire piccola, come pensare all’universo o all’oceano. Ecco perché la fisica, dove si studiano i meccanismi fondamentali di tutto ciò che esiste e spesso è invisibile, è diventata subito una passione. A scuola ero brava in scienza e matematica, e a casa avevo un capanno in giardino dove io e mio padre aggiustavamo di tutto. È una combinazione di interessi ideale per fare l’astronauta».
Nello spazio la navetta Crew Dragon a bordo tre americani e un russo
Qual è stata la decisione che per lei ha rappresentato una “svolta” nella carriera?
«C’è stato un momento della mia vita in cui mi sono resa conto che stavo ricevendo molti consigli su come diventare astronauta, ma erano tutti molto prescrittivi. “Fai così, così e così e potresti andare nello spazio”. Io un giorno mi dissi: “Non voglio diventare un’astronauta perché ho fatto quello che qualcuno mi ha detto di fare”. Quel giorno ho deciso che, se fossi diventata astronauta, lo avrei fatto in un modo che fosse significativo per me».
Come hanno reagito i suoi genitori a questa sua determinazione?
«All’inizio l’eventualità sembrava così remota da non destare allarme. È solo dopo che sono stata selezionata dalla Nasa che mia madre ha iniziato a preoccuparsi un po’. E comunque, fossi stata in loro, mi sarei semplicemente detta “Beh, cerca di avere un piano B”... perché diventare astronauti non è facilissimo».
Tanta passione e tanto lavoro, e poi è arrivata la proposta Nasa per la missione lunare. Com’è andata?
«È stato un momento imbarazzante. Sono arrivata in ritardo proprio alla riunione in cui mi hanno assegnato l’incarico, e quindi ho sentito da subito di dover dimostrare che non ero irresponsabile come potevo sembrare. Serve una spiegazione: avevo una riunione fissata sul calendario, ma con un titolo fasullo. Non si capiva che fosse per Artemis 2. In più ero sicura che fosse online, solo all’ultimo mi sono accorta che non c’era nessun link. Allora ho chiamato il mio capo, per chiedere se potessi collegarmi da fuori. Ma lui ha insistito: “No, devi venire qui”. E così tardai di un quarto d’ora. Lì mi chiese semplicemente: “Che ne diresti di volare con Artemis 2?”».
Nel suo curriculum c’è anche un anno di ricerche scientifiche in Antartide. Che cos’ha in comune quell’ambiente con lo Spazio?
«Andare laggiù non è pericoloso come lo Spazio: di più! Se hai un’emergenza medica, per dire, puoi tornare a casa molto più in fretta dallo Spazio. Al Polo Sud in pieno inverno resti bloccato per mesi».
Nello Spazio però si sta spesso a testa in giù: come ci si abitua?
«È la cosa più bella, è come essere Spiderman che può semplicemente saltare ovunque. Perché non c’è gravità che ti attiri in nessuna direzione. Se ti capovolgi per sistemare qualcosa sul soffitto, all’improvviso ti chiederai: “Ma sono sul soffitto o sul pavimento?”. Perché la tua mente è così abituata a come si fanno le cose sulla Terra, che ti inganna. È come un tiro alla fune mentale, dove vincono le abitudini che hai preso sulla Terra. E quindi sei sul soffitto, ma la tua mente ti dice che è impossibile che tu stia sul soffitto, perché non ha senso sulla Terra, e “quindi devi essere per forza sul pavimento”. Così la mente trasforma il soffitto in pavimento».
La vostra camminata spaziale con Jessica Meir è già un pezzo di Storia.
«Ciò che il pubblico non sa è che è stata una spacewalk imprevista: io e Jessica siamo dovute uscire perché si è rotto qualcosa in maniera del tutto inaspettata. Così abbiamo avuto solo una settimana per prepararci: in genere invece le camminate spaziali sono pianificate con allenamenti specifici nella piscina della Nasa, per mesi, su ogni singola mossa».
Ve la siete cavata benissimo. In un senso antropologico, che tipo di posto è la Stazione spaziale internazionale? Ha i suoi costumi, il suo folklore?
«C’è una cultura specifica, transnazionale, che si sviluppa solo lì. Che comprende alcune cose “sacre”. Se qualcuno sta facendo una videochiamata con la sua famiglia, e fluttua in giro per la Stazione con un laptop, nessuno lo disturba. Se invece qualcuno si trova nella cupola, la finestra che guarda giù sulla Terra, nessuno ci entra in quel momento. Se si è in cucina, magari per condividere una colazione virtuale con i figli, si lascia libero quello spazio, anche se si ha fame ed è ora di pranzo...».
Qual è la cosa più divertente tra quelle impossibili da fare sulla Terra?
«Senza dubbio il bowling umano! Si fa così: uno di noi forma una specie di palla di cannone abbracciandosi le ginocchia, mentre un compagno, spingendolo, lo lancia verso gli altri astronauti che si mettono dritti come birilli in fondo al modulo: questi, se vengono colpiti, si sparpagliano proprio come capita al bowling. Poi c’è anche il “surf umano”, dove uno fa la tavola da surf e un altro il surfista. È una cosa che abbiamo fatto più volte per scherzare con i controller di terra. Anche lassù, ogni tanto, c’è spazio per divertirsi...».
Sul Venerdì del 31 maggio 2024