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Emma Stone in Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos. Il regista: “La realtà è più feroce di ciò che si vede al cinema”

Yorgos Lanthimos (55 anni) e Emma Stone (35) a Cannes, dove hanno presentato Kinds of Kindness. Il film sarà in sala dal 6 giugno (Getty Images) 
Dopo “La favorita” e “Povere creature!”, il regista greco e l’attrice americana tornano con una nuova, spericolata collaborazioneL. E a noi spiegano come sono diventati una coppia di fatto del cinema. Intervista doppia
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Cannes. «Ho incontrato Yorgos Lanthimos per la prima volta nell’estate del 2015, preparavo La La Land, per parlare del film La favorita. Avevo visto Dogtooth e mi aspettavo di trovare un regista contorto e difficile. Avevo appena 26 anni, mi sentivo ancora una ragazzina, ne ero intimorita. Invece ho trovato una persona che mi ha trasmesso fin da subito grande calore e umanità». Emma Stone, che ora di anni ne ha 35 ed è fresca del secondo premio Oscar vinto per Povere creature! (il primo lo aveva ricevuto appunto per La La Land), racconta così al festival di Cannes la sua prima volta col regista ateniese che sarebbe diventato il suo pigmalione: dopo La favorita e Povere creature! il 6 giugno arriva nei cinema Kinds of Kindness.

E la collaborazione non si ferma qui: i due hanno annunciato, proprio qui sulla Croisette, che inizieranno a girare presto Bugonia, adattamento di un film coreano su una coppia di giovani ossessionati dalle teorie del complotto, che rapiscono l’amministratore de…

Cannes. «Ho incontrato Yorgos Lanthimos per la prima volta nell’estate del 2015, preparavo La La Land, per parlare del film La favorita. Avevo visto Dogtooth e mi aspettavo di trovare un regista contorto e difficile. Avevo appena 26 anni, mi sentivo ancora una ragazzina, ne ero intimorita. Invece ho trovato una persona che mi ha trasmesso fin da subito grande calore e umanità». Emma Stone, che ora di anni ne ha 35 ed è fresca del secondo premio Oscar vinto per Povere creature! (il primo lo aveva ricevuto appunto per La La Land), racconta così al festival di Cannes la sua prima volta col regista ateniese che sarebbe diventato il suo pigmalione: dopo La favorita e Povere creature! il 6 giugno arriva nei cinema Kinds of Kindness.

E la collaborazione non si ferma qui: i due hanno annunciato, proprio qui sulla Croisette, che inizieranno a girare presto Bugonia, adattamento di un film coreano su una coppia di giovani ossessionati dalle teorie del complotto, che rapiscono l’amministratore delegato di una corporation convinti sia un alieno intenzionato a distruggere la Terra.

Chi è la musa?

«Yorgos è la mia musa», scherza Stone a proposito del loro rapporto che ha avvantaggiato entrambi: Lanthimos, che dopo i film in patria aveva girato i primi lungometraggi in lingua inglese (The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro), è entrato ormai in pianta stabile nella zona d’interesse di Searchlight, il braccio indipendente di Fox, ovvero Disney. In una parola: Hollywood.

«L’idea di Hollywood distorce un po’ la realtà», si schermisce il regista 50enne. «Da poco sono tornato a vivere ad Atene e per lavoro faccio avanti e indietro con Londra. Certo, se mi avessero detto all’inizio della mia carriera che sarei arrivato fin qui non ci avrei creduto: ai tempi di Dogtooth ero pronto a trovarmi un altro lavoro. Ma se ho avuto successo forse è dovuto al fatto che ho cercato di essere libero da condizionamenti: ho sempre girato i film che volevo, come volevo, e il budget mi interessa relativamente. Lo dimostra Kinds of Kindness che è un film molto più piccolo di Povere creature!, girato nell’attesa che fossero realizzati gli effetti visivi di quel film».

Amore e mutilazioni

Per chi ha conosciuto Lanthimos attraverso la biografia grandiosa di Bella Baxter, questo nuovo film rappresenta una sorpresa e un ritorno alle origini, a quel mondo distopico, cinico, malato dei suoi primi film. Kinds of Kindness è diviso in tre episodi: il primo segue il rapporto di totale sottomissione di un uomo (Jesse Plemons) nei confronti del ricchissimo capo (Willem Dafoe) in cui sarà coinvolta anche una donna (Stone); il secondo un poliziotto (Plemons) che cerca disperatamente la moglie (Stone), biologa dispersa durante una missione in mare; il terzo vede due membri di una setta (Plemons e Stone) guidata da un santone (Dafoe) alla ricerca di una donna (Margaret Qualley) con poteri miracolosi.

Il film, che vede gli attori scambiarsi i ruoli, è intriso di quel misto di cinismo, crudeltà, audacia e humour nero diventato il marchio di fabbrica del regista greco, tra dita mozzate, scambi di coppia, perversioni e obitori, torture psicologiche e cimeli di celebrità defunte: ingredienti che non lasciano indifferenti, e infatti hanno scioccato e diviso pubblico e critica qui a Cannes, e hanno fatto pensare a una versione portata all’estremo della serie tv anni Sessanta Ai confini della realtà.

«Non ho pensato tanto a quei telefilm» ci dice Stone «quanto a un legame con Luis Buñuel. Quello che mi attrae nel mondo di Yorgos, che assomiglia al nostro ma esiste in un universo parallelo e distorto, è il suo umorismo fuori dagli schemi – e le tinte scure dei suoi racconti. Ci sono moltissimi temi interessanti in questi tre episodi. Ad esempio l’indagare sul bisogno di essere amati, oppure il controllo che esercitano sulla nostra vita certe persone o istituzioni».

«È difficile ridurre a pochi elementi la mia ispirazione», le fa eco Lanthimos, «ma certo Buñuel, e in particolare Il fantasma della libertà, sono tra questi. Volevo esplorare fino a quali estremi sono capaci di arrivare le persone sotto l’incantesimo di altri individui, idee o credenze. Il primo episodio è nato rileggendo Caligola di Camus e pensando a come qualcuno può controllare gli altri. A quel punto ho cercato di costruire un trittico, ripescando (insieme al fidato cosceneggiatore Efthimis Filippou, ndr) nelle tante idee abbozzate e mai sviluppate, che mi sembravano tematicamente simili: una su una persona che offre pezzi del proprio corpo a un’altra per dimostrarle il proprio amore, e la terza su una setta esistita anni fa in Asia convinta che sarebbe arrivato un nuovo Messia donna. Ma alla fine ciò che mi interessa analizzare è sempre la natura delle relazioni umane».

Fiducia totale

«Io e Yorgos non potremmo essere più diversi caratterialmente», dice Stone con la sua voce roca e profonda e il suo modo di esprimersi un po’ sguaiato, da ragazza texana, così distante dall’aplomb di Lanthimos. «Però insieme ci troviamo benissimo. Posso dire che con lui ho raggiunto un grado di fiducia mai avuto con nessun altro autore, che mi mette totalmente a mio agio e mi permette di girare qualsiasi scena senza paura».

«Da regista cerco di esercitare il mio potere dando la massima libertà agli attori e facendoli rilassare per permettere loro di sperimentare ed esplorare anche territori che potrebbero intimorirli (come ad esempio nelle scene di nudità, di sesso e in quelle psicologicamente probanti viste in Povere creature!, che si ripropongono in questo film, ndr)».

Certamente a cementare il sodalizio Lanthimos-Stone, sulla scia di tanti altri simili nella storia del cinema (Cassavetes-Rowlands, Allen-Keaton, Bergman-Ullmann, Almodóvar-Cruz), ha contribuito il modo di lavorare del regista greco che, prima di arrivare sul set, organizza sessioni di prove che assomigliano a un lavoro di totale improvvisazione più che a un’anticipazione della vera messa in scena, durante le quali gli interpreti pronunciano le battute mentre camminano all’indietro, chiudono gli occhi, si rotolano per terra. «Quando lavoro insieme a Yorgos non c’è mai un lavoro di intellettualizzazione in cui si discutono gli stati d’animo o le intenzioni del personaggio, perché questo lavoro lui lo lascia totalmente agli attori» spiega l’attrice. «Con lui è molto più importante la fisicità, come il personaggio agisce o si muove, per esempio quando compie un gesto violento o sessuale. Io amo danzare, esattamente come Yorgos, e in qualche modo lavorare con lui mi fa pensare a una bella canzone ascoltata alla radio che ti fa venire voglia di ballare».

«Cerco solo di creare un’atmosfera estremamente collaborativa, in cui familiarizzare e sentirsi a proprio agio», si ritrae il regista. «Ma effettivamente trovo che il linguaggio del corpo sia molto importante, perché il film si realizza tutto nell’incontro tra la sceneggiatura e gli attori. E quando i personaggi sono molto solidi, l’unica cosa che ti resta da scoprire è come agiscono, come occupano lo spazio fisicamente. Tutti noi siamo percepiti dagli altri anzitutto con la presenza del nostro corpo. E a chi pensa che io talvolta maltratti i corpi dei miei personaggi, o che sia un po’ cattivo con loro, rispondo che la realtà è più feroce di ciò che si vede al cinema, e che mostro nei miei film la crudeltà, il ridicolo e l’imbarazzo perché sono elementi della vita vera».

Sul Venerdì del 31 maggio 2024

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