John Grant, lunga vita alla regina di Danimarca
di Giuseppe VidettiQuesto è un fuggitivo. Dall’America, dopo molti anni nella band The Czars, si rifugiò a Berlino («Troppo dark e distruttiva»), poi in Finlandia, dove con l’aiuto di Biggi Veira dei Gus Gus, incise il secondo album, Pale Green Ghosts (2013). Alle spalle si era lasciato un passato traumatico, ma anche un capolavoro, che aveva dato il titolo all’album Queen of Denmark (2010).
Omosessuale, bullizzato a scuola, rifiutato da una famiglia di protestanti bigotti («Beati voi cattolici, almeno vi è concesso un bicchiere di vino!», mi disse dieci anni fa in un’intervista al K West Hotel di Londra – allora aveva 44 anni, ora 55), John Grant è cresciuto con un’insicurezza cronica. Depressione, fragilità, dipendenza, istinti suicidi, totale mancanza di autostima: di questo parlano le sue canzoni. «Volevo cambiare il mondo / E non riesco neanche a cambiarmi le mutande», canta in Queen of Denmark.
Di quel brano si invaghì Sinéad O’Connor, che ne incise una versione memorabile. «Mi sento come il …
Questo è un fuggitivo. Dall’America, dopo molti anni nella band The Czars, si rifugiò a Berlino («Troppo dark e distruttiva»), poi in Finlandia, dove con l’aiuto di Biggi Veira dei Gus Gus, incise il secondo album, Pale Green Ghosts (2013). Alle spalle si era lasciato un passato traumatico, ma anche un capolavoro, che aveva dato il titolo all’album Queen of Denmark (2010).
Omosessuale, bullizzato a scuola, rifiutato da una famiglia di protestanti bigotti («Beati voi cattolici, almeno vi è concesso un bicchiere di vino!», mi disse dieci anni fa in un’intervista al K West Hotel di Londra – allora aveva 44 anni, ora 55), John Grant è cresciuto con un’insicurezza cronica. Depressione, fragilità, dipendenza, istinti suicidi, totale mancanza di autostima: di questo parlano le sue canzoni. «Volevo cambiare il mondo / E non riesco neanche a cambiarmi le mutande», canta in Queen of Denmark.
Di quel brano si invaghì Sinéad O’Connor, che ne incise una versione memorabile. «Mi sento come il contadino che coltiva la terra per ottenere del buon vino», mi disse anche Grant. E così è rimasto, un artigiano della musica; un cult singer per dirla in maniera più chic. Anche se all’epoca, con gli endorsement di Sinéad e Patti Smith (che lo volle al MyFestival all’Auditorium Parco della Musica di Roma), immaginavo un futuro commercialmente più brillante per quest’orso dalla voce cavernosa. Da allora ha inciso altri cinque album (l’ultimo, The Art of the Lie, esce la prossima settimana), e non ce n’è uno che meriti di essere trascurato.
Queen of Denmark è il punto di partenza, una ballata pensosa, una full immersion nei tormenti di un artista perseguitato dalla solitudine e da amori impossibili. Lo rivedo ancora accarezzarsi la barba e con un sorriso sornione chiedermi: «Ma in Italia l’omosessualità è meglio tollerata dal Vaticano o dalla mafia?».