Elezioni europee, cosa resta del Green Deal
di Giacomo TalignaniC’era una volta il Patto verde che voleva salvare il mondo. Per come lo immaginava nel dicembre 2019 la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il Green Deal doveva essere il grande faro da seguire per la transizione ecologica, «il nostro uomo sulla Luna» diceva. Un’intesa, piena di pacchetti e riforme, non solo necessaria per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 in Europa, ma nata anche per issare una bandiera verde talmente grande che altre potenze mondiali avrebbero potuto seguirne la rotta.
Cinque anni dopo, e alla vigilia del voto europeo, quel che resta di un Green Deal in gran parte svuotato è una bandiera su cui soffia un vento nero: anziché la luce da seguire per curare il Pianeta sempre più bollente, per molti partiti italiani ed europei è diventato il fuoco da spegnere per garantirsi consensi. E pazienza se il clima dice altro.
C’era una volta il Patto verde che voleva salvare il mondo. Per come lo immaginava nel dicembre 2019 la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il Green Deal doveva essere il grande faro da seguire per la transizione ecologica, «il nostro uomo sulla Luna» diceva. Un’intesa, piena di pacchetti e riforme, non solo necessaria per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 in Europa, ma nata anche per issare una bandiera verde talmente grande che altre potenze mondiali avrebbero potuto seguirne la rotta.
Cinque anni dopo, e alla vigilia del voto europeo, quel che resta di un Green Deal in gran parte svuotato è una bandiera su cui soffia un vento nero: anziché la luce da seguire per curare il Pianeta sempre più bollente, per molti partiti italiani ed europei è diventato il fuoco da spegnere per garantirsi consensi. E pazienza se il clima dice altro.
Lo scorso anno è stato il più caldo di sempre a livello mondiale, nel 2022 nella sola Europa ci sono state 70 mila vittime delle ondate di calore e risorse fondamentali come acqua e cibo iniziano a inviare segnali d’allarme anche in Italia: si va dall’emergenza siccità in Sicilia, scattata già a febbraio, sino ai cali di produzione di vino, pere, nocciole, arance e via dicendo.
Così accade che se il grande obiettivo della riduzione delle emissioni va bene a tutti e continua anche dal nostro governo a essere sostenuto in vertici alti come il G7, oppure alla Cop28, sono tutti i passaggi necessari per centrarlo a diventare roba da «eco-follia» come li definisce Fratelli d’Italia. Perché, se la sostenibilità colpisce le imprese, se non si trasforma in competitività, allora diventa un ostacolo, «roba ideologica», «un marxismo colorato di verde» tuona il generale Vannacci candidato con la Lega.
Pezzo per pezzo
Di conseguenza smontare il Green Deal – esigenza diventata incontenibile per i partiti di destra a partire dalle proteste degli agricoltori (che però si lamentavano soprattutto per il reddito) – è diventata una decostruzione da attuare pezzo per pezzo, come mette nero su bianco la classifica Indice di impegno climatico per le elezioni europee, realizzata dall’associazione Italian Climate Network.
In Italia i cinque componenti che, se disassemblati, porteranno alla rottura del motore, sono ben chiari sia a chi il Green Deal vuole affossarlo, come Fratelli d’Italia, Lega e in parte Forza Italia, sia a chi a parole lo sostiene ma a fatti talvolta un po’ meno, come il Pd. In discussione da noi vengono messi soprattutto la direttiva case green, lo stop ai motori endotermici nel 2035, la Politica agricola comune (Pac), la già decapitata Nature Restoration Law e quelle politiche che possono impattare direttamente sulle industrie. Tutti passaggi che Fratelli d’Italia, con i Conservatori e riformisti europei, già da mesi contesta apertamente definendoli roba da «approcci ideologici», regolamenti che secondo europarlamentari come Sergio Berlato andrebbero «tutti annullati».
Il punto per il partito di governo è mettere al centro lo «Stato sovrano che decide per sé» e amen se non centreremo gli obiettivi verdi o quella decarbonizzazione che per FdI andrà sostenuta a “tutto gas” nell’Italia futuro «hub del gas del mediterraneo». Le regole sul ripristino della natura? «Da cambiare». La direttiva case green? «Da rivedere». E ovviamente, «va cancellato il blocco alla produzione di motori endotermici».
Anche per la Lega il Green Deal è entrato nei radar della comunicazione elettorale, ma solo per bocciarlo: “A difesa della casa e delle auto degli italiani” recitano i poster di Matteo Salvini, che ha descritto alcuni impegni verdi dell’Ue come «fesseria», «roba filo-cinese» sulle auto. Come per le elezioni nazionali, crisi climatica e ambiente non sono al centro della visione di partito, ma se si arriva a parlare di restituzione delle terre alla natura, di riduzione dei pesticidi e di scelte non gradite agli agricoltori, allora diventano terreno di battaglia per chiedere lo scalpo del Green Deal, tanto che in caso di vittoria alle Europee il gruppo Identità e democrazia (di cui fa parte il Carroccio) punta a una «totale revisione» del patto verde il cui padre, Frans Timmermans, è il grande nemico, «un pericolo pubblico».
Il bello è che così com’è, la strategia green per il futuro del Vecchio continente non piace più nemmeno a chi l’ha lanciata: il Partito popolare europeo, di cui fa parte Forza Italia, dopo le prime proteste dei trattori aveva già fatto un passo indietro per accogliere le richieste degli agricoltori. Ora Forza Italia cavalca quest’onda di revisione chiedendo un Green Deal «più pragmatico» dove dall’automotive alla casa, dalla siderurgia all’agricoltura, vanno riviste le politiche per «non avvantaggiare avversari strategici come la Cina» dice Antonio Tajani.
Per molti, come per Azione, Von der Leyen ha sparato troppo in alto fin dall’inizio puntando a ridurre al 2030 le emissioni del 55 per cento. Per cui va riformata «la tabella di marcia» dicono Carlo Calenda e soci, magari rinviando gli obiettivi «almeno al 2035».
Del resto, energeticamente parlando, per tutti questi partiti nel frattempo la decarbonizzazione dovrà passare in Italia per altro: la svolta nucleare.
Cuori rossi
Chi all’atomo italiano non crede, ma spinge per rinnovabili e un rafforzamento del Green Deal, è il Partito democratico. Annalisa Corrado, candidata e responsabile “Conversione ecologica” del partito si è detta più volte preoccupata per la deriva di smobilitazione di quel patto verde che invece dovrebbe essere «strategico e centrale». I democratici sanno che la transizione ha costi elevati, ma spingono per nuovi fondi in ogni settore e per creare un’Agenzia per la manutenzione e la cura del territorio. Investimenti e miglioramenti che però, indica lo stesso Pd, non possono andare a discapito dei lavoratori: «Va fatta la transizione verde con il cuore rosso, senza lasciare indietro nessuno» spiegano, spesso senza però (nonostante il voto in parlamento) esporsi troppo sulla questione motori endotermici.
Le idee più chiare le mostra forse il Movimento 5 stelle, che non solo appoggia il patto verde e chiede di ristabilire subito l’iniziale Nature Restoration Law, ma nel suo programma di oltre dieci pagine sul tema avanza proposte specifiche per rimpolparlo e finanziarlo, come le tasse temporanee sugli extra profitti delle compagnie energetiche. M5S che, chiedendo direttive anche sul benessere animale, trova più punti di contatto con Alleanza verdi-sinistra, il partito che più si espone per il prosieguo del Green Deal. Anzi, i verdi chiedono addirittura uno sforzo in più: il loro appello è a un voto per eliminare fonti e sussidi al fossile già dal prossimo anno e arrivare a un sistema energetico rinnovabile al 100 per cento entro il 2040, anticipando gli obiettivi.
Un voto, quello per i prossimi cinque anni, che ci dirà con più chiarezza che colore per gli europei dovrà avere quel grande patto che oggi sarebbe dovuto essere verde brillante, è invece ancora tenue ed annacquato.
Sul Venerdì del 7 giugno 2024