Dai Campi Flegrei al Giappone: bellezza e paura sotto i vulcani
di Marino Niola“La regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielo più puro, il terreno più infido”. Così Wolfgang Goethe, nel 1787, definisce i Campi Flegrei fotografando perfettamente quell’intreccio inestricabile di bellezza e pericolo, di magnificenza e di emergenza che ha fatto di questa terra ardente una delle contrade più celebri del pianeta. Il grande scrittore tedesco coglie al volo che è proprio quella lama di coltello che tiene insieme potenzialità e precarietà a rendere ambito e abitato il territorio che sta fra Pozzuoli e Cuma, nonostante i timori degli uomini e i tremori della terra.
Del resto, le zone vulcaniche sono da sempre tra le più abitate del pianeta, proprio a causa dei vantaggi quotidiani offerti da una natura in stato di grazia, a fronte delle paure periodiche che quella potenza sconfinata richiede come contropartita. Quasi una sorta di compensazione tra la società e gli elementi. Non è un caso che Giacomo Leopardi, nel celebre Dialogo della Natura e di un Islandese, facc…
“La regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielo più puro, il terreno più infido”. Così Wolfgang Goethe, nel 1787, definisce i Campi Flegrei fotografando perfettamente quell’intreccio inestricabile di bellezza e pericolo, di magnificenza e di emergenza che ha fatto di questa terra ardente una delle contrade più celebri del pianeta. Il grande scrittore tedesco coglie al volo che è proprio quella lama di coltello che tiene insieme potenzialità e precarietà a rendere ambito e abitato il territorio che sta fra Pozzuoli e Cuma, nonostante i timori degli uomini e i tremori della terra.
Del resto, le zone vulcaniche sono da sempre tra le più abitate del pianeta, proprio a causa dei vantaggi quotidiani offerti da una natura in stato di grazia, a fronte delle paure periodiche che quella potenza sconfinata richiede come contropartita. Quasi una sorta di compensazione tra la società e gli elementi. Non è un caso che Giacomo Leopardi, nel celebre Dialogo della Natura e di un Islandese, faccia proprio di quella terra di geyser ribollenti, crateri eruttanti e ceneri volanti il simbolo di un’energia tellurica più forte di ogni disegno umano. Per il poeta di Recanati, il vulcano in fiamme, che sia il Vesuvio – lo “sterminator Vesevo” della Ginestra, o la Solfatara di Pozzuoli. O, ancora, il temutissimo Eyjafjallajökull che oscura periodicamente i cieli d’Islanda, diventa una maschera dietro la quale si cela e si svela il mistero della “natura onnipossente”. Che si manifesta agli uomini solo nell’incandescenza mutevole e imprevedibile degli elementi. Nel male ma anche nel bene.
Non è un caso che la California, l’area più ricca del pianeta, sia malfermamente seduta su uno dei suoli più ballerini del mondo, la cosiddetta faglia di Sant’Andrea. Una fenditura della crosta terrestre che corre per 1.200 chilometri da San Bernardino a Hollister e passa sotto città come San Francisco, distrutta dal terremoto del 1906, e Los Angeles. Ma anche San Jose e la Silicon Valley, acropoli mondiale della civiltà digitale. A tutto va aggiunto l’incubo, in realtà eccessivamente distopico, del Big One, l’apocalisse sismica che potrebbe produrre addirittura il distacco della California dal resto del continente. Ciò nonostante, nessuno ha mai pensato di abbandonare quello Stato, che con i suoi 40 milioni di abitanti resta il più popoloso d’America. E il più ricco. Il suo Pil, 3,5 trilioni di dollari, è il doppio di quello di New York e vale da solo il 15 per cento dell’economia Usa. Se fosse indipendente, questa terra sospesa sull’orlo dell’abisso sarebbe la quinta potenza economica del globo.
Lo stesso si può dire del Giappone, terza economia mondiale. Cinquemila terremoti l’anno e, soprattutto, una media di 160 di magnitudo superiore a cinque. Ciononostante, è sovrappopolato. Forse perché proprio la potenza della natura è all’origine dello strapotere economico di questi Paesi. Una potenza simile a quella che storicamente ha segnato paesaggio e paesi dei Campi Flegrei, facendone “la contrada dell’universo dove i vulcani, la storia e la poesia hanno lasciato più tracce”. Parole di Madame de Staël, la scrittrice francese considerata una delle madri dell’Europa moderna. Che ai primi dell’Ottocento scelse di farsi ritrarre da Élisabeth Vigée Le Brun sullo sfondo di Capo Miseno.
Questi grandi intelletti, insomma, riconoscono che la convivenza con il rischio vulcanico mette a disposizione degli uomini una parte di quel plus assicurato da una natura che mostra i muscoli. Lo avevano già capito i Greci che, abbacinati dalla bellezza inquieta e dai palpiti soprannaturali di questi luoghi, ambientarono tra i boschi sacri di Cuma e l’imponente falaise di Capo Miseno la battaglia cosmica tra Giove e i Titani. In effetti era la presa d’atto, in linguaggio mitologico e poetico, di una energia tellurica fuori dell’ordinario. Pericolosa ma vitale.
Poesia, ma anche scienza
Da allora gli dèi dell’acqua e del fuoco, esiliati in questo perturbante sottosuolo, non hanno mai smesso di far sentire la loro voce. Certificata dai più grandi ingegni dell’Occidente. Da Omero a Virgilio, da Plinio a Dante, da Petrarca a Flaubert, da Boccaccio a Turner. Da queste parti in ogni insenatura, bosco, fumarola, cratere echeggiano, come un mormorio lontano, le sorgenti remotissime dell’immaginario mediterraneo. A cominciare dalla memoria di Enea che arriva a Cuma per interrogare la Sibilla prima di scendere nel regno dei morti, scivolando sulle acque oscure del lago d’Averno, un nome che è tutto un programma. E che gli antichi identificavano con le acque infernali del mitico Acheronte, a causa delle esalazioni di gas che accrescevano l’aura infernale del luogo. Qui è impossibile, anche per i più distratti, non accorgersi di esser giunti “al limitar di Dite”, per dirla con Foscolo. E da queste parti era di casa la Sibilla, una delle più celebri indovine dell’antichità, che fece di Cuma la Delfi italiana.
Ma tutto questo non è solo poesia. È anche scienza. Lo scenario di vapori, soffioni, fumarole, fuochi, sabbie ribollenti e luce abbagliante ha stregato anche personaggi come Galileo Galilei. Che nel 1558 in due celebri lezioni all’Accademia Fiorentina, dopo attenti calcoli matematici, conclude che la selva oscura di Dante si trova proprio tra il Lago d’Averno e la Solfatara di Pozzuoli. Mescolando scienza e fantascienza, l’autore del Dialogo sopra i due massimi sistemi, nonché fondatore del moderno metodo scientifico, dimostra che quello scenario di fuoco e di acqua, dove tutto si mescola, ribolle, arde, sbuffa, sibila, svapora, si condensa, è il vestibolo dell’Ade.
A causa dei suoi prodigi tellurici, questa “terra spasmodica”, come la chiamava John Ruskin, è stata sempre un punto di connessione con le forze cosmiche, un hub della profezia e della divinazione. Dall’antica Sibilla fino agli esoteristi, maghi, ghostbusters che ancora oggi vengono da queste parti in cerca di buone vibrazioni. Insomma, nonostante da duemila anni il cristianesimo abbia cercato in tutti i modi di congedare i geni pagani della natura, loro rifiutano di farsi sfrattare. E contribuiscono a mantenere viva l’energia dei Campi Flegrei. Che resiste anche all’abusivismo, al traffico, al turismo mordi e fuggi. Perché ha dalla sua l’arcano di una natura grandiosa che contagia e rigenera, ferisce e guarisce. E che potrebbe fare di questo meraviglioso scenario di mare e di costa il più grande parco naturalistico, culturale ed archeologico d’Europa. A condizione di usare gli strumenti della tecnologia antisismica, della buona amministrazione e della conoscenza diffusa. Per trasformare il magma devastante in fuoco amico.
Sul Venerdì del 7 giugno 2024