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Tesla, il piccolo grande sciopero svedese contro Elon Musk

Uno striscione di protesta della IF Metall all’ingresso dell’officina Tesla di Segeltorp, in Svezia. Dice: «Vogliamo l’accordo» (Bloomberg via Getty Images) 
Nel Paese della negoziazione a tutti i costi da sette mesi un terzo dei meccanici Tesla ha deciso di incrociare le braccia. E più che la classica vertenza sindacale sembra quasi uno scontro di civiltà. Reportage
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MALMÖ (Svezia). Prima hanno tolto le sedie, perché sul lavoro non si tira il fiato. Poi hanno proibito il barbeque del venerdì perché men che meno è ammesso divertirsi, foss’anche in pausa pranzo. Quindi hanno abolito gli aumenti salariali per chi avesse avuto da ridire su qualcosa, perché così veniva a mancare il positive impact, l’attitudine positiva, quel perma-sorriso di solito richiesto alle hostess ma non ai meccanici specializzati quando fanno notare che certi ritmi sono insostenibili. E così, a forza di sottrazioni, dei quindici originari a lavorare sono rimasti in due, perché qualcuno ha lasciato e gli altri da sette mesi sono in sciopero.

Da allora, ogni giorno feriale, si danno il turno qui, a fare presenza su seggioline da campo davanti all’officina autorizzata Tesla dove fino al 27 ottobre scorso avevano lavorato con legittimo orgoglio. Un picchetto silenzioso che non è tecnicamente un picchetto, perché non ostruisce né disturba in alcun modo l’ingresso ai crumiri aviotra…

MALMÖ (Svezia). Prima hanno tolto le sedie, perché sul lavoro non si tira il fiato. Poi hanno proibito il barbeque del venerdì perché men che meno è ammesso divertirsi, foss’anche in pausa pranzo. Quindi hanno abolito gli aumenti salariali per chi avesse avuto da ridire su qualcosa, perché così veniva a mancare il positive impact, l’attitudine positiva, quel perma-sorriso di solito richiesto alle hostess ma non ai meccanici specializzati quando fanno notare che certi ritmi sono insostenibili. E così, a forza di sottrazioni, dei quindici originari a lavorare sono rimasti in due, perché qualcuno ha lasciato e gli altri da sette mesi sono in sciopero.

Da allora, ogni giorno feriale, si danno il turno qui, a fare presenza su seggioline da campo davanti all’officina autorizzata Tesla dove fino al 27 ottobre scorso avevano lavorato con legittimo orgoglio. Un picchetto silenzioso che non è tecnicamente un picchetto, perché non ostruisce né disturba in alcun modo l’ingresso ai crumiri aviotrasportati da mezza Europa. Addirittura con i colleghi ancora in servizio, compreso il supervisore dell’officina che si ferma con la schiscetta di salmone e riso, che salutano e con cui scambiano imbarazzate battute. Una “cosa” che sindacalmente è intraducibile in italiano. Sia perché è la muta incarnazione del radicale dissenso a giocare secondo le regole del più ricco e prepotente capitalista del Pianeta che non vuol firmare uno dei contratti collettivi che da un secolo egregiamente proteggono nove lavoratori svedesi su dieci. Ma anche perché dura da duecento giorni e, alla faccia di Elon Musk che apotropaicamente twitta «la tempesta è passata», non ha alcuna intenzione di finire. Né presto né tardi, a dar credito alla baldanzosa dichiarazione in cui Veli-Pekka Säikkälä, il negoziatore del fronte sindacale, assicura che hanno risorse economiche per pagare gli stipendi, addirittura maggiorati, dei lavoratori in protesta (altra significativa differenza con le usanze nostrane) «probabilmente per 500 anni».

È un piccolo sciopero per il numero di lavoratori coinvolti, ma potrebbe diventare un grande balzo avanti nelle relazioni industriali della più renitente tra le aziende, disposta a fare di tutto perché non diventi un precedente. Preparate i popcorn.

Sedie, pause e barbeque, non soldi

Prima di conoscere qualche irriducibile e i loro rappresentanti sindacali, un po’ di contesto. Tesla ha fabbriche solo in America, Cina e Germania. Si dà il caso però che le sue auto elettriche, nella terra di Greta Thunberg, dove una forte sensibilità ambientalista si unisce a un alto potere d’acquisto, vadan via come il pane. L’anno scorso, nonostante i quasi 60 mila euro da listino, la Model Y è stata la macchina più venduta. Quindi servono officine specializzate. Se ne contano otto che, oltre a un discreto numero di amministrativi, impiegano 130 meccanici. Un terzo dei quali, a un certo punto, ha attaccato la tuta al chiodo e non l’ha ancora rimessa. Perché Musk, sin dal suo arrivo nel 2013, ha escluso di sottostare a qualsiasi contratto collettivo. Non è tanto un problema di soldi: oltre ai 3.000 euro, più o meno il livello base dell’accordo nazionale, un operaio prende anche stock option che possono farlo lievitare un bel po’, a patto che le azioni Tesla non scendano come hanno fatto negli ultimi mesi. È un problema di diritti, che qui prendono terribilmente sul serio. Niente scatti annuali automatici da circa 100 euro al mese. Niente tutele contro licenziamenti arbitrari, in un momento in cui Tesla ha annunciato una sforbiciata del 10 per cento negli organici mondiali e ha fatto fuori, da un giorno all’altro perché insoddisfatti delle performance, i 500 membri che lavoravano sui supercaricatori. Niente garanzie, insomma, contro i colpi di testa di un datore di lavoro che, sarà il carattere o la ketamina di cui fa uso, scapoccia spesso e volentieri. Così, dopo anni di vani negoziati e di contemporanea organizzazione dei lavoratori, la IF Metall, il principale sindacato dei metalmeccanici del Paese, ha deciso che non c’era alternativa al battere un colpo. Praticamente da subito altri lavoratori, e altre sigle, si sono uniti alla lotta. I portuali si sono rifiutati di far sbarcare dalle navi le Tesla in arrivo dall’America. I postini hanno cominciato a non consegnare più le targhe che dalla motorizzazione erano indirizzate alle officine. Gli spazzini non pulivano più nei loro dintorni. E così, un sympathy strike via l’altro, in un contagio di solidarietà sindacale che non si vedeva da tempo. Più esattamente dal 1995 quando, di fronte alla renitenza di Toys ‘r Us di piegarsi alla civiltà svedese dei contratti collettivi, uno sciopero durato quattro mesi aveva ricondotto la multinazionale americana a più miti consigli. Finirà così anche stavolta? Non è detto.

Protesta stipendiata

Non lo sa neppure Marie Nilsson che, oltre a essere la donna che ha deciso di compiere questo strappo, da pochi mesi guida anche IndustriALL, il consorzio di sindacati internazionali che rappresenta circa 50 milioni di lavoratori nel mondo. «Qui non scioperiamo praticamente mai. Dal 1938 esiste una consuetudine per cui negoziamo e troviamo sempre un accordo con le imprese: è vantaggioso per entrambe le parti. Questo per dire quanto ci è costato contravvenire a questa regola. Ma è una conquista troppo importante da difendere, anche di fronte all’uomo più ricco del mondo». Ribadisce che il problema non è economico. Hanno ampie disponibilità – i sindacalisti qui vanno in giro in Volvo aziendali che non costano troppo meno delle Model Y – per pagare a oltranza gli stipendi agli scioperanti. Compresi gli scatti di anzianità annuali negati da Musk. «È piuttosto una questione di morale delle truppe: per quanto tempo i meccanici resisteranno in questo limbo e gli altri lavoratori protesteranno in loro aiuto? È difficile dire». Anche perché, come mi confida dopo cinque minuti di sinceri complimenti alla controparte («È una donna molto in gamba, rispettata da tutti, in nessun modo un’estremista: dev’essere stata una decisione difficilissima») Mattias Dahl, vice presidente della Svenskt Näringsliv, la Confindustria locale, «gli scioperi in solidarietà danneggiano anche aziende che invece hanno i contratti collettivi. Lei lo sa bene e ne soffre. E con lei noi». Un bel dilemma. Aggiunge: «Ma se Tesla dice che le loro condizioni economiche sono le stesse, se non migliori, perché allora non firmare? Il nostro modello funziona molto bene, ne andiamo fieri. Mi sento di raccomandarlo loro come piattaforma per fare bei profitti, rispettando i diritti».

Qui lo capiscono tutti, padroni e sindacati, per non dire dell’opinione pubblica che in due distinti sondaggi appoggia lo sciopero con percentuali tra il 60 e il 70 per cento (10-20 per cento i contrari, il resto non sa). Addirittura la grande finanza extra-confine, se il leggendario fondo sovrano norvegese da 1,6 trilioni di dollari ha rilasciato un comunicato in cui invita Tesla a «rispettare i diritti umani fondamentali, compresi quelli del lavoro». Mentre il PensionDanmark, il principale fondo pensioni di Copenaghen, in polemica ha venduto tutte le azioni Tesla che aveva in pancia. Per non dire che il contagio di lotte sindacali si è già esteso, anche in Finlandia.

Nuovi tecnici in arrivo da mezza Europa

Torniamo nel capannello di resistenti dall’altro lato della strada rispetto al Tesla Center Malmö, quindici minuti dal centro della città. È tutto molto scandinaviamente organizzato. Un prefabbricato delle dimensioni di un container funge da ufficio della protesta, dove i manifestanti si scaldavano quando fuori la temperatura andava sotto zero. Accanto, i gonfaloni, tanti e diversi, delle sigle che sostengono la lotta. Emily, giovane elettricista dai capelli blu, è qui per solidarietà dopo aver fatto metà turno (l’altra mezza giornata gliela paga il suo sindacato). Essendo di origini scozzesi, dice che è la prima volta in vita sua che una vertenza le ricorda l’eroico sciopero dei minatori contro la Thatcher. Non finì bene, ma già la motivazione conta. Bekim (gli scioperanti non escludono di rientrare, e per farli parlare in libertà senza paura di ritorsioni, nonostante l’alto livello di civiltà, abbiamo cambiato loro i nomi), di origini dell’Est, è uno dei veterani. È lui che racconta il peggioramento del clima, a partire dalla de-sedizzazione e dal licenziamento del manager di prima con cui tutti si trovavano bene. La visita di un boss americano, che giocava a fare il cowboy, tutto fuck qui e fuck là. Le prime defezioni, complici obiettivi e carichi di lavoro esplosi, anche prima dello sciopero. La paura di ritorsioni se uno osava parlare.

È Mustafa, altro trentenne musulmano cresciuto qui, a dire che prima c’era la carota («Il nostro collega più veloce di tutti aveva ricevuto un premio di 9.000 dollari firmato da Elon») e il bastone, ma negli ultimi tempi era rimasto solo quello. Spiega che per Musk sembra una battaglia esistenziale: «Per sostituire quelli di noi a casa, hanno reclutato persone, anche con poca esperienza di auto elettriche, dal resto d’Europa facendole volare qui. Un crumiraggio impensabile in Svezia, che nessuno fa. E che sarebbe antieconomico per qualsiasi azienda, tranne per una così ricca e ideologicamente caricata a pallettoni». Il che spiega anche qualche altro diversivo emergenziale per neutralizzare gli effetti dell’agitazione. Tipo imbarcare interi Tir, con le auto a bordo, perché così possono scendere da sole senza intervento dei dockers solidali. O far spedire le targhe a casa dei neo proprietari, perché così è impossibile capire a quale modello si riferiscono.

D’altronde parliamo dell’azienda che, in piena guerra in Ucraina, riuscì a far arrivare dall’America al fronte una fornitura completa di satelliti Starlink: se vogliono far accadere una cosa, non c’è cifra che potrà dissuaderli. Poi, però, oltre al richiamo della foresta à la Mastercard, sopravvivono alcune cose impagabili. Tra cui, a quanto pare, la dignità dei lavoratori. E dei sindacalisti svedesi i quali al posto loro – che generalmente stanno a casa – testimoniano il Konflict, come recita lo striscione che, oltre alla loro pacificissima presenza, è l’unica prova evidente che qualcosa è andato fuori squadra in questa geometricissima società.

Il tweet del capo: no problem

L’indomani l’appuntamento è nella sede di IF Metall che, se non fosse per vecchie bandiere incorniciate, sarebbe indistinguibile da uno showroom di arredamento scandinavo di buon livello. Alle 9 si fa il punto via Teams con scioperanti nel resto del Paese. Partecipa anche Peter, membro della divisione supercaricatori, che ha appena aderito allo sciopero (sarebbero tre le new entry nelle ultime due settimane) e preferisce non parlare. Tutti concordano che le cose vanno abbastanza bene, ma potrebbero andare anche meglio. A Umeå, città operaia particolarmente rossa, in nove su dieci hanno sguarnito l’officina. Dice il delegato: «Sono tutti nuovi. Forse dovremmo andare loro incontro, gentilmente, magari offrendo un biscottino e spiegargli che hanno preso i nostri posti». Non è chiaro, con tutte queste assunzioni supplementari, che fine faranno gli scioperanti una volta che la lotta dovesse finire. «La regola è che l’ultimo assunto è il primo ad andarsene» dice Nils, altro resistente di Malmö, «ma con l’aria che tira non sarei affatto sicuro che andrà così». Di certo, se erano in 130, non terranno anche i 40 e rotti in più assunti per l’emergenza. Un altro delegato da Novalund racconta che sono andati a volantinare in un centro commerciale e qualche avventore si è sentito disturbato.

Janis Kuzma, uno degli scioperanti disposti a esporsi con nome e volto 

«Buon segno, così anche fuori qualcuno se ne accorge» commenta con nome e cognome veri Janis Kuzma, originario di un paesino della Lettonia, che a vederlo, tra tatuaggi, barba hipster, Vans ai piedi e un pile Patagonia, sembra più un influencer che un meccanico. Il fatto che si sia presentato su una Tesla rossa contribuisce alla sensazione di straniamento. «Sono venuto dieci anni fa da un posto vicino alla Russia dove potevi morire ogni giorno, quindi espormi non mi fa paura. All’inizio mi piaceva tutto di quest’azienda: la tecnologia, la sensazione di far parte del futuro, il coté green. Ben presto però mi sono reso conto che tratta i suoi dipendenti come power bank umani, oggetti che puoi attaccare e staccare giusto per il tempo che ti serve. E magari licenziarli, com’è successo altrove, con una mail notturna. E ho capito che non volevo rischiare di fare la stessa fine senza aver almeno provato a denunciare quel che non funzionava». Tipo? I carichi di lavoro sempre più intensi. «Ci sono tanti interventi. Le sospensioni, la condensa dentro i fanali posteriori perché i led non scaldano e non la fanno sparire. I freni mangiati dal sale anti neve. Per alcuni bastano 30 minuti, per altri neppure un’intera giornata. Per non dire della speciale assistenza Tesla ai clienti, una specie di pronto intervento che fa sì che sette interventi su dieci siano ormai per strada. Più laboriosi e anche pericolosi perché sono centrali elettriche su ruote quelle su cui dobbiamo intervenire. Ma di tutto questo, con i superiori, era impossibile parlare: hanno obiettivi di produttività da rispettare, come arrivarci non è affar loro». Ma dei sindacalisti sì, sempre che ci sia un interlocutore con cui parlare. Il fatto è che Tesla non parla, né con loro, né col governo, né coi giornalisti. Tranne sporadici e oracolari tweet del capo per dire, in sostanza, che non c’è alcun problema.

È anche la versione di Tibor Blomhäll, presidente del Tesla Club Sweden, che raggruppa diciassettemila appassionati di auto elettriche dalla Scandinavia: «Lo sciopero ormai esiste solo in teoria. L’agitazione persiste ma se hai una Tesla e la porti in officina qualcuno te la aggiusterà. I fastidi oggi sono molto limitati». Questa, per lui, la buona notizia. La cattiva è che non vede vie d’uscita: «Amazon, che all’inizio aveva lo stesso problema, accettò di far assumere i suoi magazzinieri da una società locale. Ma Musk non è tipo da compromessi. Oppure Tesla potrebbe aprire a officine indipendenti, non direttamente subordinate, ma ci tiene troppo a controllare tutta la filiera. Il fatto è che le due parti hanno scavato trincee profonde. E Tesla ha sempre fatto le cose a modo suo: se non l’avesse fatto avremmo ancora tutti il motore a combustione». Un’iperbole dettata dall’amore, ma con un nucleo di verità. Un paio di cose le ammette: «Questa vicenda sta avendo un prezzo sulla sua reputazione, già danneggiata dall’acquisto di Twitter. E se la Model Y è ancora bestseller quest’anno, avrebbe senz’altro venduto di più senza le proteste». Un quadro decisamente meno ottimista è quello che dà German Bender, ricercatore a Harvard e esperto di mercato del lavoro al think tank Arena: «Tesla vede questo piccolo conflitto svedese come un potenziale fattore di contagio in altri mercati. Infatti in Germania la IG Metall cerca da tempo di organizzare gli operai della Gigafactory poco fuori Berlino. Se ci riuscisse cambierebbe le dinamiche in campo». Peraltro Musk gioca da sempre su un altro equivoco: quello di accreditarsi più come innovativa azienda tecnologica che come classica fabbrica automobilistica. Ancora Bender: «Da noi Spotify e Klarna sono tra le poche grandi aziende che resistono alla contrattazione collettiva. Ma Klarna si è arresa pochi mesi fa. L’altra non ancora».

Alla fine, gli chiedo, un terzo di scioperanti è poco o tanto? «Tesla, nelle rarissime comunicazioni, preferisce considerare il totale di 300 dipendenti per abbassare ulteriormente la percentuale. Ma gli ultimi dati parlavano di 44 su 130. È un lavoro lungo e difficile organizzare persone che lavorano in piccole strutture, a stretto contatto coi capi. E anche se siamo in Svezia è normale aver paura delle conseguenze. Considerato tutto questo, e la resistenza che stanno mostrando, direi che è senz’altro una lotta molto significativa».

In America, nel reparto più tradizionale dell’automotive, 46 giorni di sciopero sono valsi un niente affatto trascurabile aumento di un quarto della busta paga. Forse è lo sciopero di un giorno, modello Cgil, che è diventato un rituale stanco e spuntato. Lo chiedo a Marie Nilsson, al momento la sindacalista con più rappresentati d’Occidente. Risponde da gran signora, anche se combattiva: «Qui sette lavoratori su dieci sono iscritti al sindacato, comunque in calo rispetto al passato. Nel resto d’Europa, Italia inclusa, non ci sono questi numeri. È quindi molto difficile dare consigli ai nostri compagni. Ogni Paese ha la sua tradizione. E pochi hanno una posizione negoziale forte come la nostra». Se avesse davanti Elon Musk si farebbe spiegare «quali paure ha. Penso che abbia un’impressione molto sbagliata sul nostro conto. Ci piacciono le auto elettriche. Loro ne fanno di belle. Vogliamo cooperare, non interferire tanto per fare. Vogliamo che facciano un sacco di soldi, da distribuire ai lavoratori». È l’ultimo inciso il più difficile da far passare. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

Sul Venerdì del 7 giugno 2024

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