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Ron Howard firma un doc su Jim Henson, il papà dei Muppet: “Era un genio”

Il gruppo di lavoro del Muppet Show. Al centro, con in mano Kermit la rana, Jim Henson (1936-1990). 
Arriva su Disney+ “Idea Man”, sull’ideatore di Kermit & co. Intervista al regista: “Creava per innocenza, come Orson Welles”
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Los Angeles. Ho incontrato molte volte Ron Howard e ha sempre dimostrato di essere la persona più umile e gentile di Hollywood. Nonostante lo status di super produttore/attore/regista con centinaia di film e show alle spalle, rimane sempre l’amato geek Richie Cunningham di Happy Days. Ma è anche l’autore di film eccezionali tra cui Splash, Cocoon, Apollo 13, A Beautiful Mind (Oscar per la miglior regia), Il codice Da Vinci e Tredici vite. Nel suo ultimo documentario, Jim Henson: Idea Man (disponibile su Disney+), Howard ci porta dentro la mente dell’artista visionario Jim Henson, cominciando dai suoi primi anni come burattinaio in una televisione locale fino al successo mondiale di The Muppet Show, Sesame Street (Sesamo apriti, in italiano) e di film cult come Labyrinth del 1986 (con David Bowie e una giovanissima Jennifer Connelly) e Dark Crystal, co-diretto con Frank Oz (1982).

Utilizzando filmati d’archivio, foto e diari personali di Henson mai visti prima, interviste ai suoi figli…

Los Angeles. Ho incontrato molte volte Ron Howard e ha sempre dimostrato di essere la persona più umile e gentile di Hollywood. Nonostante lo status di super produttore/attore/regista con centinaia di film e show alle spalle, rimane sempre l’amato geek Richie Cunningham di Happy Days. Ma è anche l’autore di film eccezionali tra cui Splash, Cocoon, Apollo 13, A Beautiful Mind (Oscar per la miglior regia), Il codice Da Vinci e Tredici vite. Nel suo ultimo documentario, Jim Henson: Idea Man (disponibile su Disney+), Howard ci porta dentro la mente dell’artista visionario Jim Henson, cominciando dai suoi primi anni come burattinaio in una televisione locale fino al successo mondiale di The Muppet Show, Sesame Street (Sesamo apriti, in italiano) e di film cult come Labyrinth del 1986 (con David Bowie e una giovanissima Jennifer Connelly) e Dark Crystal, co-diretto con Frank Oz (1982).

Utilizzando filmati d’archivio, foto e diari personali di Henson mai visti prima, interviste ai suoi figli, a Oz, Connelly, Rita Moreno e al direttore creativo del Muppet Show Michael Frith, Ron Howard ci regala il ritratto definitivo di uno dei creatori più ispirati e iconoclasti, scomparso prematuramente nel 1990 a soli 53 anni.

Il regista Ron Howard (70 anni) (Gisela Schober/Getty Images) 

Perché un documentario su Jim Henson?
«Stavo cercando il prossimo progetto e il mio team di documentaristi mi ha fatto sapere che la famiglia Henson, pur essendo sempre stata riluttante a realizzare un documentario sul padre, era aperta a parlarne. George Lucas, mio carissimo amico, ha sempre descritto Jim come un vero genio. Questo era tutto ciò che sapevo di Jim, a parte quanto i suoi personaggi fossero stati importanti per me e la mia famiglia, oltre che per altri milioni di persone: dai classici Muppet come Kermit la rana e Miss Piggy a tutti gli iconici abitanti di Sesame Street, tra cui Big Bird, Grover, Cookie Monster, Bert ed Ernie».

Lo ha mai incontrato?
«Solo una volta, molto brevemente. Ma quando ho incontrato i figli, ho capito che erano disposti a parlare del padre e della madre in un modo molto specifico. Mi hanno mostrato ore di filmati d’archivio che mi hanno fatto morire dal ridere, pubblicità in bianco e nero super irriverenti e film industriali molto all’avanguardia, satirici e taglienti, sperimentali. Persino i suoi filmati casalinghi erano opere d’arte che prefiguravano Sesame Street. Mi sono reso conto che non avevo mai capito l’estensione della sua creatività e, come dice George, del suo genio. Così ho pensato che, insieme alla storia della famiglia e alle origini dei suoi personaggi, avremmo potuto offrire al pubblico una storia nuova. Da Jim c’è molto da imparare e trarre ispirazione, anche solo capendo un pochino il suo percorso creativo».

Ha detto che i suoi personaggi sono stati importanti per la sua famiglia. Chi è stato per lei Jim Henson?
«Quando mia figlia Bryce era piccola, mi sedevo a guardare Sesame Street con lei, e ne ero affascinato, non avevo mai visto niente di simile. Ma solo lavorando a questo progetto mi sono reso conto che Jim aveva creato una nuova estetica. Ciò che mi ha davvero colpito mentre realizzavamo il doc è che questo suo lavoro era il risultato di una sperimentazione iniziata quando era adolescente. Il suo umorismo, quel senso visivo sperimentale e i Muppet, hanno creato un fenomeno straordinario».

Come regista, è stato ispirato da Jim?
«Il suo tono e il suo stile sono molto diversi dai miei, ma sono anche fonte di ispirazione perché era molto intelligente e incredibilmente fantasioso, anche lui ha sempre voluto fare il regista. Con il suo lavoro ha dimostrato che nessuna forma d’arte deve essere sottovalutata, soprattutto quella al servizio dei bambini. Da quando l’ho riscoperto ho capito l’eccitazione di guidare un gruppo di persone nell’esplorazione di una storia, il suo desiderio di indirizzare il pubblico senza prepotenza, dando l’esempio. Devo anche dire che Jim è un modello anomalo e la sua creatività unica è qualcosa che mi piacerebbe avere in abbondanza».

Cosa pensa del suo film Labyrinth?
«Ai suoi tempi il film non è stato accolto bene, credo che la gente non l’abbia capito, perché era molto anomalo, era una commedia con David Bowie! Per me è come Rocky Horror Picture Show, un’opera unica che non ha avuto particolare successo quando è stata realizzata, ma è diventata un cult. Un film enorme, da rispettare».

Qual è il punto di partenza del suo processo di produzione quando si tratta di realizzare un doc?
«Succede tutto all’improvviso ma prima ci sono molte ricerche da fare. Tanti registi, veterani documentaristi, mi prendono in giro perché, ogni volta che arrivo a metà strada, mi chiedo disperato: “Ma cosa sto facendo!”. Si tratta di raccogliere montagne d’informazioni, tutte da fonti diverse, archivi, interviste, articoli, libri, per poi capire come organizzare la struttura. Con i miei documentari voglio intrattenere il pubblico, ma allo stesso tempo intraprendere un viaggio con loro. Dopo anni capisco perché Martin Scorsese e Spike Lee passano dal cinema a documentari, perché il documentario ti dà l’opportunità di sperimentare un diverso tipo di realismo».

Ha mai avuto paura di non fare il documentario che voleva?
«Sì, quando ho girato quello sui Beatles. Mi sono buttato in quell’impresa a capofitto, felice che Paul, Ringo e le famiglie di John e George avessero fiducia in me ed erano disposti a farmelo fare. Poi quando la notizia è arrivata sui social, c’è stata una specie di ondata di commenti, non apertamente aggressivi, ma del tipo “attento a non fare cazzate”. Questa pressione l’ho sentita anche con Jim Henson: Idea Man, e mi sono reso conto di quanto fosse importante fare le cose per bene, anche per conto della famiglia. Si sono fidati di me, non ho avuto nessuna restrizione. Volevo essere all’altezza della loro stima».

Qual è stata la sua prima intervista per il documentario?
«Frank Oz. È stato uno dei più stretti collaboratori di Jim, insieme hanno condiviso moltissime cose. Le sue parole mi hanno aiutato a capire senso e struttura del documentario. C’è da dire che raccontando la storia di Jim non ho dovuto nascondere niente, nessun episodio da censurare. Jim era straordinario, trattava le persone nel modo in cui voleva essere trattato. La sua energia e il suo spirito, ci hanno guidato in questo progetto. Si sono tutti fatti in quattro per realizzarlo».

Un aneddoto raccontatole da Frank Oz?
«Jim e Frank una volta sono stati a cena con Orson Welles. Orson ha detto a Frank che le persone creano per esperienza, mentre lui invece, creava per innocenza. Per Orson creatività significava aprire completamente la mente e lasciare che le idee crescessero con il tempo, al contrario di essere razionali e fare sempre le stesse cose solo perché erano già state sperimentate. Credo che Jim fosse come Orson».

Cosa spera che le nuove generazioni, che magari non conoscono bene Jim Henson, imparino da questo film?
«Essere creativi non è automatico. La creatività non è un’attività perfetta, dipende dalla pratica, dall’impegno e dal divertimento che avviene nel processo. Jim creando imparava sempre qualcosa su se stesso, sul mondo. Sapeva di essere diverso rispetto alle altre persone. All’inizio della sua carriera lo consideravano un outsider, ma poi ha dimostrato che essere diversi dagli altri significa essere unici, originali e innovativi».

A 15 anni lei ha deciso che sarebbe diventato regista: era molto giovane.
«Quando avevo dieci anni, uno dei registi dell’Andy Griffith Show mi disse che guardavo sempre la macchina da presa anche quando non ero nelle scene, e quindi pensava che forse sarei dovuto diventare regista. Poi a 13 anni ho cominciato a innamorarmi del cinema, quello ribelle di Il laureato o Gangster Story, film che prendevano in prestito l’idea rivoluzionaria del cinema europeo. Ho amato quel periodo di scoperta, perché avevo iniziato a capire che oltre le sitcom di mezz’ora su cui lavoravo esisteva un altro mondo. E la persona più importante dietro questo processo era proprio il regista».

Il suo Muppet preferito?
«Big Bird (in Italia diventò Bibo, ndr). Quando lo vedo non posso staccare gli occhi da lui, è sciocco, ma in modo intelligente. Secondo me il più carismatico di tutti».

Sul Venerdì del 7 giugno 2024

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