LIVORNO. Fortunato il cronista che nel bagaglio di lavoro debba mettere infradito e occhialini. Sfortunato il cronista che a cinquantacinque anni non sappia ancora nuotare. Con l’aggravante specifica che, essendo di Viareggio, l’inabilità suona come anatema identitario («Ma come, sei anche nato sul mare!»). Già, ma non nel mare. E anche mio nonno, se vale da attenuante genealogica, pur figlio di marinaio era terrorizzato dall’acqua dove non si tocca. Sia quel che sia, non credo nelle condanne a vita e, nel secondo tempo della mia, ho deciso di rimediare. Salvo scoprire, ed è così che la parentesi egotica diventa piccola storia universale, che i nuotatori attempati sono legioni.
Come conferma a bordo piscina Marco Rossi, cofondatore di Swimprove, un innovativo corso online per – da ragione sociale – migliorare la tecnica di clienti sparsi per l’Italia e anche oltre: «Un centinaio quelli attivi. Età tra i trenta e i sessanta, con il grosso tra quaranta e cinquanta e uno che ne ha addirittura settantasette. E qualcuno che vive anche a Singapore, Zurigo e alle Canarie». D’altronde, superato il bisogno della presenza fisica del maestro, che l’allievo stia nella stessa città o dall’altro capo del mondo fa lo stesso. Già, ma com’è possibile insegnare all’asciutto bracciata, gambata e respirazione?
CORSIA LENTA
Il fatto che mi trovi a mollo nella corsia lenta della piscina comunale Camalich di Livorno, con cui Swimprove collabora, potrebbe suonare come argomento a sfavore della validità dell’approccio. Ma è solo un’eccezione giornalistica, motivata dalla vividezza del racconto, alla regola digitale. Come nelle lezioni, però, procediamo per gradi: dal fare le bolle alla virata. In questo caso dal ventiseienne Rossi, nato a Ponsacco, nel pisano, in una famiglia di operai piuttosto sportivi, che da ragazzo si allena sei volte alla settimana sognando le Olimpiadi. È campione toscano di stile libero, anche finalista nazionale – come dimostra una foto di lui a bordo piscina con una giovanissima Federica Pellegrini – ma capisce che i cinque cerchi sono al di fuori della sua portata. È bravo con la tecnica, però. Insegnare gli piace e diventa il suo mestiere, fino alla laurea in Scienze motorie.
Poi arriva il Covid e le piscine chiudono. Con l’amico Mattia Torrioni, altro membro di tante staffette 4x100, Rossi si domanda: «Perché tutti fanno yoga e fitness via Zoom mentre nessuno il nuoto?». Aprono una pagina su Facebook, mettono i primi video tutorial. Alessandra da Lodi, che credeva di saper nuotare ma si stancava facile, è la loro “allieva zero”. «Le avevo chiesto di mandarmi un filmato per vedere cosa sbagliava» ricorda Rossi «e poi avevo preso a mandarle in pdf, su WhatsApp, gli allenamenti da fare. Mi pagava anche bene, perché era molto soddisfatta dei progressi, ma non era un sistema scalabile, perché si poteva fare con una persona alla volta».
Dunque si fermano a lungo per inaugurare, siamo agli inizi del 2022, un canale YouTube in cui cominciano a postare un video alla settimana aggredendo tutti i problemi più ricorrenti dei nuotatori scarsi. Il quarto video sull’“affanno respiratorio” fa 250 mila visualizzazioni e genera un sacco di richieste. A febbraio 2023 fondano la società che oggi ha tre dipendenti e due collaboratori. Cominciano a vendere un videocorso base da 97 euro e un corso più interattivo da 2-3 mesi che varia da 300 a 500 euro e prevede la valutazione via video del livello di partenza, tre videochiamate con il coach e un programma di allenamenti personalizzati. Che, a giudicare dai commenti lasciati dagli allievi sulla piattaforma, vengono piuttosto apprezzati. «Una volta superato l’ostacolo psicologico di imparare un’attività decisamente fisica da remoto» ammette Marco «le ricompense arrivano».
Il vostro scrivente, che ha avuto il privilegio della valutazione dal vivo, può solo dire che i consigli sono stati molto specifici, utili e convincenti.
UN VIDEO ALLA VOLTA
D’altronde, se in Italia è una novità, su scala mondo il tentativo di “Insegnare a nuotare un video per volta”, ovvero lo slogan di Skills NT Swimming, che su Instagram ha quasi 400 mila follower, vanta innumerevoli tentativi di imitazione. La formula di quest’ultima azienda è organizzare camp intensivi, da cinque giorni, dai 1.000 dollari in su escluso albergo ed eventuale volo, se non abiti in Perù, Messico o Florida. Tale e quale a MySwimPro che ne organizza uno in agosto ad Antalya, in Turchia. Mentre Swim.com, piattaforma usata tra l’altro per tenere traccia delle vasche fatte, posta brevi videolezioni molto professionali. Come Lseperformance il cui fondatore si propone come coach per triatleti o Effortless Swimming che dà lezioni che hanno tutta l’aria di essere d’alto livello, sia online che di persona. E questa è solo la minima selezione che seguo, tra le dozzine che mi propone quotidianamente l’algoritmo di Instagram, inesorabile nello scodellarti mille variazioni dell’originale su cui una volta hai cliccato.
Anche restando nei confini patri, oltre a Swimprove c’è Swimbox (Official, perché quello senza quest’ultima aggiunta si occupa di catering), che si pubblicizza come «correzione biomeccanica per atleti e triatleti in presenza e a distanza» e offre libro più webcall di consulenza scontato a 59 euro, che sembrerebbe andar bene anche per i principianti. Considerato il numero di schiappe, c’è spazio per tutti.
SCUOLA TRADIZIONALE
Dal basso della mia esperienza non so se questa leva di insegnanti nativi digitali sia davvero migliore di quella analogica, alla Cosimo Rinaudo che a Cefalù ha provato a insegnarmi a nuotare in mare e sembra davvero un tritone, uno che ti aspetti di veder respirare direttamente con le branchie. O Noemi di Santo dell’Accademia del nuoto di Roma, sirenetta paziente che per motivarmi mi ha raccontato pure la storiella aspirazionale del giapponese timido che non completava una vasca e alla fine del percorso con lei ne faceva cinquanta. Dico, a parziale giustificazione del mio deficit, che da ragazzo nuotavo male ma non avevo paura. Sino a quando un paio di scampati affogamenti, uno a largo dell’infame spiaggia di Cavallo in Corsica, già teatro di ben altre tragedie, e una assai più banale nella baietta di Polignano a Mare, mi hanno defraudato della giovanile incoscienza verso il Gran blu. Il problema, in tutta evidenza, è più psicologico che fisico. Ma alla fine, quando senti che i polmoni sono vuoti e vuoi solo togliere la testa da sotto nella maniera più sguaiata e meno idrodinamica possibile, l’esito è lo stesso: invece di andare avanti vai a fondo. Che in piscina non è grave mentre in acqua salata sì. Per di più trattasi di un problema con un enorme potenziale metaforico dal momento che mettersi per l’alto mare aperto, come Dante fa dire al suo Ulisse, significa sfidare i propri limiti, uscire dalla propria comfort zone e sfidare l’ignoto per capire, infine, qual è la propria misura esistenziale. E se la tua misura è una vasca senza pinne e tre con (per un totale di 40 con molte interruzioni), insomma, c’è poco da stare tranquilli. Da qui l’esigenza senile di affrontarlo.
Esigenza comunque meno isolata di quanto si potrebbe credere, a giudicare da una splendida articolessa sul Guardian dell’estate scorsa dal titolo “Come imparare a nuotare a cinquant’anni mi ha liberata”. Lo firmava la quasi coetanea scrittrice e poetessa Diane Mehta, riepilogando il suo tardivo apprendistato acquatico tra modeste disfatte e discreti trionfi. Citando da Shifting Currents: A World History of Swimming di Karen Eva Carr, propone una specie di correlazione tra eroismo e nuoto. Dall’Ulisse di Omero che, congedatosi dall’amante Calipso, sopravvive a forza di bracciate sempre più disperate a un fortunale scatenato da Poseidone, per arrivare a Giulio Cesare, si scopre che i “grandi” tendono ad avere un’ottima galleggiabilità. Per tacere della convinzione di Platone secondo cui non saper nuotare sia semplicemente un altro sinonimo di stupidità. Convinzione che sembrano aver preso terribilmente sul serio all’università americana frequentata dal figlio dell’autrice dove, in ossequio a un regolamento del 1905, le matricole devono dimostrare di poter nuotare di seguito almeno 75 iarde, poco più di 68 metri, per poter essere ammessi. Fortunatamente gli atenei italiani ignorano il requisito altrimenti temo che non avrei potuto laurearmi.
TECNICA SALVAVITA
Sul fronte delle buone notizie, invece, a un certo punto Mehta cita anche la tecnica sidestroke, una nuotata laterale che insegnano ai bagnini nei corsi di salvamento. Perché nessuno dei miei maestri l’ha mai menzionata? Snobberia immagino. Se tutto il resto fallirà io e la grande tribù degli iponatanti abbiamo una nuova ciambella cui aggrapparci. Da buon purista, Rossi di Swimprove detesta tutti gli aiutini: «Niente pinne, palette per le mani, tubi da snorkeling: sono come il doping, che alla fine uno crede di essere quello che non è. Una volta imparato sul serio, poi, va bene tutto». Sul mio conto, alla fine, si è espresso come Moretti su Spinaceto: «Pensavo peggio». Da lì a poter dire che se cado in mare mi salvo ce ne corre. Galleggiare per molti è il minimo sindacale. Per altri, invece, una meta asintotica.