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Michele Serra: tra bene pubblico e comodi propri

PER POSTA: le risposte ai lettori del Venerdì. L’Italia è un Paese povero abitato da ricchi
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Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Buongiorno Michele Serra, sto cercando un giornalista (“radical chic” ovviamente) che abbia visibilità ed autorevolezza per riproporre all’attenzione della pubblica opinione lo strano fatto che l’Italia può considerarsi un Paese povero abitato da ricchi, o se si preferisce un Paese ricco abitato da poveri. E avrei una voglia matta di chiedere agli attuali governanti che cosa ne pensano. Non gli chiederei della evasione e di come combatterla, si sa come la pensano. Ma gli chiederei di un Paese dove a fronte di una tassazione secondo loro esagerata e di un mostruoso debito pubblico, si è accumulata nelle tasche di alcuni una enorme ricchezza privata. Come può essere che in Italia, dove i più sarebbero vessati da troppe tasse, secondo quanto ci dice Nunzia Penelope nell’ormai datato libro Ricchi e Poveri, vi sia una ricchezza privata da 9.000 miliardi, quasi 5 volte il debito pu…

Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Buongiorno Michele Serra, sto cercando un giornalista (“radical chic” ovviamente) che abbia visibilità ed autorevolezza per riproporre all’attenzione della pubblica opinione lo strano fatto che l’Italia può considerarsi un Paese povero abitato da ricchi, o se si preferisce un Paese ricco abitato da poveri. E avrei una voglia matta di chiedere agli attuali governanti che cosa ne pensano. Non gli chiederei della evasione e di come combatterla, si sa come la pensano. Ma gli chiederei di un Paese dove a fronte di una tassazione secondo loro esagerata e di un mostruoso debito pubblico, si è accumulata nelle tasche di alcuni una enorme ricchezza privata. Come può essere che in Italia, dove i più sarebbero vessati da troppe tasse, secondo quanto ci dice Nunzia Penelope nell’ormai datato libro Ricchi e Poveri, vi sia una ricchezza privata da 9.000 miliardi, quasi 5 volte il debito pubblico? Ma “il debito è di tutti, la ricchezza di pochi”, dalla prefazione del libro citato.

Giovambattista Bossio

Caro Bossio, non so a quando risalga, né chi sia il primo ad averla usata, la proverbiale definizione dell’Italia “Paese povero abitato da ricchi”. Ma mi sembra molto azzeccata, perché inquadra il problema strutturale della società italiana: la ricchezza privata – i beni di famiglia, gli interessi di famiglia – sono sempre in primo piano, la ricchezza pubblica (i servizi, le infrastrutture, la scuola, ciò che descrive il benessere collettivo) è costantemente in secondo piano: come se la ricchezza pubblica non fosse, anch’essa, tangibile e decisiva; e come se la vita di ciascuno di noi non dovesse misurarsi con entrambi i parametri.

Un benestante che si ritrova a mandare i figli in scuole cadenti, guidando su strade scassate, che non può contare su una medicina di base efficiente e ospedali a portata di incidente o di parto, è molto meno benestante di quanto il suo reddito personale indichi. Perché non è vero che “con i soldi si può fare tutto”. Si può fare tutto con i soldi ben spesi, e la spesa pubblica è, da sempre, la via più determinante per migliorare i luoghi e le persone. Uscire da una casa pulita e ospitale e confrontarsi con luoghi trascurati, scrostati, non curati, è una condizione che dovrebbe far riflettere anche il più egoista, il più tirchio, il più superficiale. Nessuno è così sciocco e irriflessivo da sottovalutare l’enorme spinta che dà all’economia l’interesse individuale.

Per avere sottovalutato quella spinta, che è vitale e antidepressiva, la sinistra novecentesca ha perduto molta della sua lucidità. Cercando poi di recuperarla, frettolosamente e malamente, con improvvisi cedimenti al liberismo a scapito della sua missione politica, che è considerare il bene di ciascuno strutturalmente collegato al bene di tutti, o almeno di molti.

Ma per ripartire – e sarà una strada lunghissima – bisognerebbe che ognuno di noi capisse che quello che sta fuori dalla porta di casa conta, per individui sani in una società sana, quanto quello che sta dentro casa. Chissà se, e quando, questo miracoloso cambiamento di mentalità e di comportamenti potrebbe accadere, portando con sé anche l’idea che pagare le tasse sia una cosa utile anche per se stessi. Non solo per la propria coscienza, anche per la propria vita quotidiana. Diciamo che la tradizione culturale nazionale (a proposito di patriottismo…) non è mai stata incline al bene pubblico. Molto ai comodi propri.

Se Musk stesse in mutande nella foresta

Caro Serra, a proposito dell’ennesima iniziativa di Musk, che ha ritenuto giusto fornire internet e smartphone ad una tribù dell’Amazzonia, sconvolgendone totalmente la vita, gli proporrei una speculare, giusta iniziativa (giusta solo per lui ovviamente): lasciarlo in mutande e nient’altro nel bel mezzo della giungla amazzonica. Lei pensa che accetterà?

Gianni Antonacci

Mi sembra un’ottima idea. Il problema è che Musk accetterebbe solo se fosse un reality; se il network che lo produce e trasmette fosse di sua proprietà; se il suo onorario fosse di un miliardo di dollari; se la giungla potesse poi essere rasa al suolo per vendere legname e costruire una base spaziale, con gli indios, nel caso più benevolo, trasformati in inservienti. E i giaguari impagliati nel suo modesto studiolo di un ettaro.

Dedicare a Strada il policlinico di Roma

Caro Michele, perché non avviare la procedura per intitolare il Policlinico di Roma a Gino Strada? Credo che chiamarlo ancora Umberto I – a suo modo – offende la memoria di un Paese che si è liberato dalla peggior testimonianza di monarchia che ci sia stata nella storia. Questa mia proposta risulterebbe del tutto indifferente all’uomo Gino Strada, ma sarebbe di esortazione – visti i tempi che corrono – a riconoscere il valore fondante della pace come impegno da perseguire quotidianamente nella nostra vita. Ognuno per il ruolo ricoperto.

Antonio Gulli

Non tutte le cose giuste sono praticabili. Strada fu un uomo non trattabile (in tutti i sensi), cristallino negli intenti e aspro nei modi. Ha lasciato molti amici e una marea di nemici. E i suoi nemici, mi scuso per la grossolana semplificazione, hanno vinto e governano. Suggerisco, in ogni modo, di andarci cauti, con i cambiamenti di nome. Ogni volta che passo per una piazza o un corso Matteotti, mi chiedo: fino a quando?

Filmare le tragedie forse non è informazione

Caro Serra, da tantissimi anni sono una lettrice di Repubblica e della sua posta. In questi giorni viene trasmesso continuamente, sul quotidiano online, il video dei tre ragazzi abbracciati nel torrente in piena poco prima del tragico epilogo. Ora le chiedo: questa è informazione? Quanto è necessario trasmettere quel video? È utile per capire la drammaticità dell’accaduto?

Enza Di Marco

Il confine tra informazione e spettacolo è stato ampiamente varcato, non saprei dirle da quale testata con maggiore entusiasmo. E il secondo, nel complesso, ha stravinto. Fosse per me, il vaglio delle immagini “spettacolari”, ma crude e dolorose, da sottoporre ai lettori, sarebbe molto severo. E farei una vera e propria strage dell’esercito di futilità gossipare che avanza, e invade ogni pertugio mediatico.

Ma vede, cara amica: non è affatto detto che una informazione più rispettosa, più pietosa, più riflessiva, meno emotiva, otterrebbe più clic.Io, quando penso all’informazione e ai giornali, non parlo di clic, e ancora penso al lettore; ma mentre scrivo quella parola mi viene il dubbio di essere troppo novecentesco, come mentalità, per galleggiare ancora a lungo nella piena mediatica contemporanea. Nel caso che la piena mi porti via, spero che non ci sia nessuno a riprendermi con il cellulare.

Sul Venerdì del 14 giugno 2024

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