✕

La Perla resiste: nessuna di noi vuole metterci un punto

Bologna, 30 aprile 2024, stabilimento La Perla: il flash mob delle lavoratrici. ( Gianluca Perticoni / EIKON STUDIO) 
Dopo il successo nella lingerie di lusso, l’azienda bolognese è passata da un compratore all’altro, in un declino che le operaie fanno di tutto per fermare
3 minuti di lettura

Bologna. Mercoledì 22 maggio, quando il Comune di Bologna ha intitolato una ciclabile in un parco alla periferia della città ad Ada Masotti, “stilista e imprenditrice” come recita la targa, ad assistere alla cerimonia sono arrivate una sessantina di donne, tra i cinquanta e gli ottant’anni. Tre generazioni di operaie della Perla, venute a rendere omaggio alla fondatrice, o alla padrona, come dicono le più anziane. Da quando la fabbrica ha chiuso, il 15 dicembre, le operaie rimaste (ad oggi 250) si trovano tutti i giorni: cuciono le magliette che vendono per autofinanziarsi, mangiano, stanno insieme. Resistono. Per perorare la loro causa sono andate fino a Bruxelles. «Siamo ancora attaccate, come col cordone ombelicale», riassume Marina Prati, 54 anni, tagliatrice e Rsu.

Bologna. Mercoledì 22 maggio, quando il Comune di Bologna ha intitolato una ciclabile in un parco alla periferia della città ad Ada Masotti, “stilista e imprenditrice” come recita la targa, ad assistere alla cerimonia sono arrivate una sessantina di donne, tra i cinquanta e gli ottant’anni. Tre generazioni di operaie della Perla, venute a rendere omaggio alla fondatrice, o alla padrona, come dicono le più anziane. Da quando la fabbrica ha chiuso, il 15 dicembre, le operaie rimaste (ad oggi 250) si trovano tutti i giorni: cuciono le magliette che vendono per autofinanziarsi, mangiano, stanno insieme. Resistono. Per perorare la loro causa sono andate fino a Bruxelles. «Siamo ancora attaccate, come col cordone ombelicale», riassume Marina Prati, 54 anni, tagliatrice e Rsu.

Tutto inizia con Ada

C’era una volta La Perla, settant’anni fa. Un impero da 580 negozi monomarca sparsi per il mondo, leader mondiale nella lingerie di lusso, nato dalle mani di una donna, su un tavolo di cucina. «Il primo marchio si chiamava Ape» ricorda il figlio di Ada, Alberto Masotti, oggi 88enne «perché l’ape rappresentava il miele, il cibo, l’essere usciti dalla miseria». Per parlare di sua madre comincia dalla nonna, Adalgisa, «che faceva bellissimi corredi col punto a giorno». A 14 anni Ada viene mandata a lavorare alla Draghetti, una ditta di lingerie: la chiamavano forbici d’oro, un soprannome che l’accompagnerà tutta la vita. Poi scoppia la guerra, la Draghetti chiude e Ada, che nel frattempo si era sposata e aveva avuto un figlio, inizia «a fare di tutto, incluso la gelataia». Finita la guerra, nel 1945, il marito trova un impiego nell’“Opera pia dei poveri vergognosi”, che mette a disposizione della famiglia un piccolo appartamento in via Marsala numero 5. È qui che Ada ricomincia a cucire.

Pizzi e merletti

«I primi capi mia madre li confezionava in casa, per la borghesia della città», ricorda Masotti. Finché un rappresentante di bottoni, tessuti e cerniere, Ubaldo Borgomanero, non la convinse a realizzare un mini-campionario, che iniziò a portare con sé. Andò così bene, che nel salotto di Ada arrivarono venti sarte. E siccome in casa non ci stavano più, presero in affitto un laboratorio. Era il 1954 «e in una seduta di marketing casalingo decidemmo di cambiare nome all’azienda» ricorda il figlio. «Stavano uscendo i primi film a colori e io ne avevo appena visto uno con questi pescatori di ostriche indigeni…». Fu così che nacque La Perla. «Sono cresciuta in mezzo ai pizzi» racconta invece Anna, la nipote di Ada, ex direttrice della comunicazione del gruppo. «Il pomeriggio spesso mia nonna mi portava in azienda, le operaie mi tenevano a turno, ho passato la mia infanzia così. Mi dispiace molto vedere questa situazione, ma sono sicura che il marchio non verrà perduto». Era il 2008, quando suo padre vendette l’azienda a un fondo americano, Jh Partners. «Io e mia moglie avevamo settant’anni» ricorda ancora Masotti. «Scegliemmo un fondo fatto dalle cinque più importanti università americane, perbacco. Ma mandarono un Ceo che ne sapeva solo di numeri e presentò un campionario di sei capi. Un anno dopo lasciai il Cda. Per quello che è successo dopo, sono disperato». Un tracollo.

Nel 2013 il marchio venne acquisito all’asta per 69 milioni di euro dall’imprenditore Silvio Scaglia, e nel 2018 finì nelle mani di Tennor, un fondo di investimenti anglo-olandese guidato da Lars Windhorst, finanziere tedesco dalla dubbia fama, con due procedure di fallimento alle spalle. A novembre dello scorso anno La Perla Uk, che detiene il marchio, finisce in liquidazione. E trascina con sé tutte le altre società del gruppo.

Aspettando un acquirente

Adesso la produzione (che fa capo alla Perla Manufacturing) è andata in amministrazione straordinaria, il che sarebbe il primo passo verso la ripresa della produzione, e i curatori assicurano che ci sono già quattro compratori alla finestra. Ma le operaie di salvatori ne hanno già visti passare troppi. «L’unica cosa che ci auguriamo» dice Marina Prati «è che sia un imprenditore, e non un altro squalo». Alcune dipendenti, nel frattempo, hanno trovato un nuovo lavoro. Le loro abilità tecniche sono molto richieste. «Se hai dei figli o un mutuo da pagare non puoi stare in cassa integrazione troppo a lungo. Il nostro stipendio è sui 1.300 euro al mese, con la cassa arriviamo a 1.000». Elena Castano ha 53 anni e lavora alla Perla da 32. «Sono una modellista e sono entrata nel 1992 con un corso di formazione della Regione. Il motivo per cui siamo così legate all’azienda? Ci siamo cresciute». Dietro questo declino, secondo le operaie c’è anche una perdita di identità. «Scaglia si era messo in testa di svecchiare l’azienda» prosegue Castano. «Al terzo stilista che cambiava, ci chiamò in mensa per scusarsi, dicendo che aveva fatto un errore. Ma poi andò sempre peggio. Con l’arrivo di Tennor, prima ripescarono la nostra stilista storica, poi la mandarono via per una che faceva solo katfani. Dopo di lei, ne arrivò una che veniva dalla Nike. Mi son sempre chiesta, da ignorante: ma perché?».

Uniche e unite

Fiorella Cartoccio all’inaugurazione della ciclabile di Ada si è presentata con un album di foto dalla copertina arancione: «Le facevo durante la pausa». Bianca Guardi invece ha 83 anni e fu assunta che ne aveva poco più di venti. «Quando rimasi incinta la signora Ada mi diede le macchine da portare a casa. E per due anni ho potuto lavorare da lì». «Povera signora Ada» ripete un’altra ex operaia di 82 anni, Marina Mazzoni. «Vado sempre a trovarla, quando sono al cimitero. Chissà come sta male a vedere la sua Perla». Adesso un gruppetto di operaie vuole fondare un’associazione. «Parteciperemo a un bando per future startup. La nostra prima opzione resta continuare a lavorare in azienda, ma vogliamo costruirci un piano B», racconta una di loro, Antonella Bettonte. Hanno già il nome: uniche e unite.

Sul Venerdì del 14 giugno 2024

Leggi i commenti