1994, il primo Pride non si scorda mai
di Claudia ArlettiRoma. Verrebbe da scomodare Marc Bloch o almeno un bravo psicologo della testimonianza per mettere insieme il prima, il durante e il dopo del corteo-evento che il 2 luglio 1994, un sabato, spettinò Roma al grido di froci qui / froci là / frocia tutta la città. Fu il primo pride d’Italia e siccome sono passati ben trent’anni, gli ideatori e i partecipanti di allora, i testimoni diretti insomma, un po’ confondono i dettagli. Ma su alcuni fatti concordano tutti. A iniziare dall’horror vacui di cui furono preda gli organizzatori, che temevano il flop; e poi la presenza del sindaco Francesco Rutelli; il silenzio (forse sbigottito) della Chiesa; l’euforia e il senso di appartenenza a un movimento allora detto solo “gay”.
Da Strasburgo al “Mucca”
Il corteo (piazza Santi Apostoli-Campo de’ Fiori) servì a dimostrare che la tragedia dell’Aids, dopo tanti morti e tanto dolore, dopo gli anni dello stigma e della paura, non aveva ucciso l’orgoglio: occorreva l’occasione giusta per tornare allo sco…
Roma. Verrebbe da scomodare Marc Bloch o almeno un bravo psicologo della testimonianza per mettere insieme il prima, il durante e il dopo del corteo-evento che il 2 luglio 1994, un sabato, spettinò Roma al grido di froci qui / froci là / frocia tutta la città. Fu il primo pride d’Italia e siccome sono passati ben trent’anni, gli ideatori e i partecipanti di allora, i testimoni diretti insomma, un po’ confondono i dettagli. Ma su alcuni fatti concordano tutti. A iniziare dall’horror vacui di cui furono preda gli organizzatori, che temevano il flop; e poi la presenza del sindaco Francesco Rutelli; il silenzio (forse sbigottito) della Chiesa; l’euforia e il senso di appartenenza a un movimento allora detto solo “gay”.
Da Strasburgo al “Mucca”
Il corteo (piazza Santi Apostoli-Campo de’ Fiori) servì a dimostrare che la tragedia dell’Aids, dopo tanti morti e tanto dolore, dopo gli anni dello stigma e della paura, non aveva ucciso l’orgoglio: occorreva l’occasione giusta per tornare allo scoperto, e una data utile da ricordare sempre, nel futuro, su su fino a oggi che i pride ufficiali – caduta la parola “gay” per fare spazio a mille e una identità – in Italia sono diventati più di cinquanta, fra capoluoghi e piccole città. A Roma il corteo si farà domani, 15 giugno, dopo due settimane di festival in zona Terme di Caracalla con artisti, scrittori, autorità e sponsor: un altro mondo, se confrontato con quella prima edizione «messa su con una scarpa e una ciabatta e le lampadine da sagra di paese», come ricorda la sempre resistente Vladimir Luxuria.
(Qui su Onepodcast Il Pride secondo Luxuria)
Nel 1994 la politica italiana è sottosopra. Splende la stella di Silvio Berlusconi, vincitore delle politiche di marzo, mentre quella di Bettino Craxi precipita malamente a Hammamet. In primavera l’atmosfera dentro il movimento però è frizzante perché a Strasburgo l’8 febbraio è passata la risoluzione della Verde tedesca Claudia Roth che invita gli Stati a legiferare sulla parità tra etero e omosessuali in materia di adozioni e matrimoni. «Sembrava che di lì a due giorni avremmo avuto tutto» ricorda Deborah Di Cave, allora presidente del circolo Mario Mieli, «era arrivato il momento di mettere da parte i dubbi e organizzare un gay pride come quelli che si facevano da anni negli Usa e in mezza Europa». Le uscite pubbliche, che pure c’erano, le feste al “Mucca” (la discoteca Muccassassina), i seminari dell’associazione Oro di Carola Susani e degli altri studenti nella Sapienza occupata dalla Pantera, i libri degli intellettuali come Francesco Gnerre per dirne uno, e i tanti piccoli e grandi eventi per ricordare la rivolta di Stonewall (28 giugno 1969): tutto questo non bastava più.
Rompiscatole all’arrembaggio
Il Mario Mieli era ed è a massima presenza maschile e sembra perciò bizzarro che al tempo fosse presieduto da una donna. «Ero entrata nell’89, a 22 anni, per fare volontariato per i malati di Aids» racconta Di Cave. «Lasciata la Luiss e l’idea della carriera diplomatica, nel ’94 sono ancora lì a preparare cartelli e fiocchetti rossi, a spazzare i pavimenti o a gestire il guardaroba al Mucca. A un certo punto c’è un avvicendamento generazionale, e quasi per caso mi ritrovo presidente. Ma le questioni femminili avevano poca visibilità. Erano i maschi cis gay a dettare la linea. Lo ammetto: facevo una politica frocia. La componente maschile, ancor più quando gay, ha una forza simbolica, numerica e consolidata nel tempo che schiaccia, non per cattiveria, tutte le altre. Oggi ho un collettivo transfemminista di sole donne, separatista, il KinkyGirls».La data del 2 luglio viene scelta all’hotel Beaurivage di Riccione durante il congresso nazionale Arcigay che si tiene fra il 30 aprile e il 2 maggio: affluiscono da tutta Italia i rappresentanti dei circoli locali, c’è naturalmente il Mario Mieli, «un bel gruppo pasionario di rompiscatole, allergico ai partiti, mica come l’Arcigay che era vicino al Pci» dice ancora Di Cave. Trent’anni dopo, sulla primogenitura del pride non si sono ancora messi d’accordo. E il bolognese Franco Grillini, fondatore dell’Arcigay, precisa: «Non è che il movimento non fosse mai sceso in piazza. Nel 1991, per esempio, in occasione della Conferenza internazionale sull’Aids, avevamo portato 90 mila persone a Firenze, con il questore e il prefetto isterici perché i manifestanti americani minacciavano di gettare la vernice sui monumenti… A Riccione comunque parlo per due ore davanti a 270 delegati. Il Gay Pride si farà. Si discute se sia meglio Roma o Milano, vince Roma per via del papa polacco, che io non nomino mai per principio».
Di chiunque sia la paternità (o maternità) dell’idea, a quel punto tocca ai romani rimboccarsi le maniche. Deborah Di Cave: «Cerco di coinvolgere quante più associazioni possibile, partiti, sindacati, anche quei matti scocciati dei raeliani che credevano negli extraterrestri. Non c’è internet, passo la giornata al telefono. La sera tiro le somme: siamo trecento, siamo quattrocento…». Sulle mappe del Tuttocittà studia col pennarello un itinerario che sia centrale «ma non troppo lungo, nel caso ci si trovi in quattro gatti». Va in autobus in via Genova a chiedere l’autorizzazione: «Mi riceve il questore. Per mostrarsi friendly racconta di avere letto tutti i libri di Virginia Woolf, che cosa imbarazzante...».
Con l’elezione di Francesco Rutelli, il Campidoglio per la prima volta ha un delegato del sindaco per le questioni delle persone omosessuali: è Vanni Piccolo, andato via giovanissimo da Bovalino, in Calabria, «senza dare modo alla famiglia di pronunciarsi», come tanti e tante hanno fatto e continuano a fare: una transumanza dai paesi verso le grandi città, in cerca di libertà.Nel ’94 Piccolo è il preside di una scuola media della provincia, amato e rispettato, ma siccome al tempo duro dell’Aids era sempre in tv, in metropolitana lo insultano: frocio malato.
Rutelli, chiese e Roth
Oggi, a 84 anni, dice che il pride venne organizzato “contro” il governo Berlusconi e che «la scelta cadde su Roma perché c’era un sindaco amico». Anche lui nell’estate del ’94 corre da una parte all’altra, tra le tante incombenze allestisce il palco in Campo de’ fiori, poi il giorno fatidico va col motorino in Santi Apostoli: «Non vedo nessuno, sono sgomento. Ma in pochi minuti, e all’improvviso, la piazza è piena. Quando il corteo si muove, siamo un fiume. La gente ci applaude. Procediamo tra gli incoraggiamenti. Non si sente una parola sbagliata, un’offesa. Camminiamo uniti, orgogliosi, forti. Molti piangono».Per tanti ragazzi, che ancora si nascondono alle famiglie o agli amici, è un coming out su scala nazionale. “Io sono gay” dichiarano semplicemente tanti cartelli. Be’, gli slogan sono assai meno sobri (ma perché avrebbero dovuto esserlo?); eccone uno preso in prestito dalle manifestazioni sindacali: Come mai come mai / sempre in culo agli operai / d’ora in poi d’ora in poi / un po’ in culo pure a noi. Fresco come una rosa, Rutelli si unisce per un pezzo al corteo, consapevole del significato simbolico di quella passeggiata. Racconta: «Per me era giusto e ovvio esserci, ma mica era scontato che il sindaco della Capitale partecipasse al Gay Pride, con indosso la fascia tricolore», anche se su questo ultimo dettaglio si sbaglia (sembra che solo Ignazio Marino tra i sindaci di Roma abbia percorso tutto il Pride, con la fascia, mentre Virginia Raggi non ha mai fatto neanche una comparsata).
Anni prima, quando era un radicale scapigliato, Rutelli si era speso tantissimo per la legge sul cambiamento di sesso: «Fu approvata in commissione, di notte, io aspettavo sotto l’obelisco di Montecitorio con la gente del Mit, il movimento transessuale. Qualche deputato passando strizzava l’occhio: ci vediamo dopo... Oggi è una legge superata, ma nel 1982 fu una rivoluzione».
Nel ’94, giura, interferenze del Vaticano non ce ne furono, neanche una telefonatina. Ma se quel primo Pride ottiene il patrocinio del Comune, non lo avrà nel 2000, l’anno del Giubileo, quando – tu vedi il destino – lo spazio del Mucca diventa la sala stampa del Vaticano. Come mai il Comune si tirò indietro? «Un comunicato annunciava che lungo il percorso davanti a ogni chiesa un gruppo avrebbe mostrato il culo. Non giudico nessuno, ebbero comunque tutto il sostegno logistico, ma il patrocinio si concede a chi promuove diritti, non a chi organizza le stazioni delle chiappe al vento». Quando tutto il corteo è in Campo de’ Fiori, parlano i leader, Vanni Piccolo per primo: «Non ho mai più fatto un discorso così bello e intenso come quello». Arrivata da Berlino, ecco Claudia Roth , accolta come il Messia. Sul palco sale Ricky Tognazzi. Dicono che lui e Simona Izzo, sorpresi a cena in un ristorante lì vicino, siano stati quasi trascinati fin lì a forza. Loro rispondono che non ce ne fu bisogno: «C’eravamo, felici di esserci» racconta lui. «Negli anni 70 a Montréal mia madre era amica di tutta la comunità gay, che mi aveva adottato. Mio padre, poi, aveva fatto Splendori e miserie di Madame Royale e Il Vizietto... Quella era la mia gente. Dopo il campo di battaglia dell’Aids, finalmente si rialzava la testa, c’era l’orgoglio, senza il glamour. E sono fiero che ci si ricordi di me per quell’evento».
Scende la sera e Luxuria canta La pelle nera facendo su e giù per il palco con due scolapasta come reggiseno (vedere, per credere, il documentario Tuttinpiazza di Claudio Cipelletti e Valerio Governi). Oggi ricorda bene le riunioni del lunedì al Mario Mieli con Deborah Di Cave, La Karl Du Pigné – una drag queen detta zia Karl che faceva l’ufficio stampa del circolo – e Imma Battaglia: «Figo fare la madrina al Pride nel 2024», dice, «ma allora ci volle la caparbietà di due donne, di una trans e una drag queen per convincere tutti che era arrivato il momento».
Meglio oggi, meglio ieri?
Nel 1994 a Roma gli incontri occasionali nei parchi, a Valle Giulia o a Monte Caprino, erano ancora frequenti, benché molto in calo per paura dell’Aids. Dal 2000, con la diffusione di internet e poi delle app, quel mondo sparisce del tutto. Sul piano dei diritti, la legge sulle unioni civili (2016) è una pietra miliare che però tanti considerano «una banana concessa alle scimmie», come dice Lillo Di Mauro dell’associazione Agapanto cui fanno capo gli anziani, spesso sopravvissuti all’Aids, che per affrontare la vecchiaia oggi immaginano il co-housing. Il matrimonio egualitario – conferma l’attuale presidente del Mieli, Mario Colamarino (che nel ’94 aveva 4 anni) – resta perciò una priorità «insieme a una maggior protezione per la comunità trans, al riconoscimento dei figli delle famiglie Arcobaleno e alla gestazione per altri».
A chi dice che il movimento abbia perso effervescenza e si sia istituzionalizzato; che il Pride serva alle aziende per fare rainbow washing; che dopo il 2016 non si sia ottenuto più niente, se non ventate di odio grazie alla destra di governo, risponde il buon Grillini. Oggi quasi settantenne, sta facendo il giro del mondo con il suo film biografico Let’s Kiss, lui che era terrorizzato dagli aerei. Tira le somme così: «Negli anni 70 il movimento era talmente transfobico che le persone trans dovevano tenersene alla larga. Oggi la sigla lgbtq+ comprende tutti e tutte. Negli anni 90 c’erano tre, quattro omocidi la settimana, per lo più delitti d’impeto, e il New York Times dedicò un editoriale ai gay che venivano accoppati. Era omofobica la Chiesa e lo era la società. La militanza è stata a lungo una scelta eroica». Morale: «Chi dice che non è cambiato niente dice una stronzata».
Sul Venerdì del 14 giugno 2024