Emanuela Orlandi ai tempi di Vatican girl
di Marco CicalaMilano. Pino Nicotri fa il giornalista da oltre mezzo secolo e indaga sul caso Orlandi da 22 anni. Gli ha dedicato una montagna di articoli e quattro libri, l’ultimo nel 2023, Emanuela Orlandi, il rapimento che non c’è (Baldini+Castoldi). Con lui vorremmo ripartire invece da quel poco che c’è, ossia da qualche punto ragionevolmente fermo di una storia iniziata 41 anni fa nella quale raccapezzarsi è fatica improba. Soprattutto adesso che sulla vicenda – e su quella di Mirella Gregori – stanno lavorando due magistrature (vaticana e italiana) più una neonata Commissione bicamerale d’inchiesta. A quattro decenni di distanza, sulla sparizione di Emanuela sappiamo infinitamente meno che sul caso Moro, la strage di Bologna, Ustica o Piazza Fontana. E allora non resta che ricominciare per l’ennesima volta dal principio. Intorno alle 19.20 del 22 giugno 1983, Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, scompare nei pressi di piazza Navona. È appena uscita da una scuola dove frequenta cors…
Milano. Pino Nicotri fa il giornalista da oltre mezzo secolo e indaga sul caso Orlandi da 22 anni. Gli ha dedicato una montagna di articoli e quattro libri, l’ultimo nel 2023, Emanuela Orlandi, il rapimento che non c’è (Baldini+Castoldi). Con lui vorremmo ripartire invece da quel poco che c’è, ossia da qualche punto ragionevolmente fermo di una storia iniziata 41 anni fa nella quale raccapezzarsi è fatica improba. Soprattutto adesso che sulla vicenda – e su quella di Mirella Gregori – stanno lavorando due magistrature (vaticana e italiana) più una neonata Commissione bicamerale d’inchiesta. A quattro decenni di distanza, sulla sparizione di Emanuela sappiamo infinitamente meno che sul caso Moro, la strage di Bologna, Ustica o Piazza Fontana. E allora non resta che ricominciare per l’ennesima volta dal principio. Intorno alle 19.20 del 22 giugno 1983, Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, scompare nei pressi di piazza Navona. È appena uscita da una scuola dove frequenta corsi di musica e ha telefonato a casa raccontando alla sorella Federica di essere stata avvicinata da un tizio che poche ore prima le ha offerto un lavoretto promozionale, strapagato e dunque assai sospetto, per il marchio di cosmetici Avon. Verrà appurato che la ditta non impiega uomini tra i suoi rappresentanti ed è totalmente estranea alla proposta.
Nel tuo libro scrivi che l’Avon potrebbe essere stata un’invenzione. Ma un’invenzione di chi? Dei familiari che ne parlano da 40 anni? Della stessa Emanuela?
«Non dico che quella telefonata non sia mai avvenuta, però la storia dell’adescamento resta fumosa. Inizialmente fu avvalorata dalle testimonianze di un poliziotto e di un vigile che erano di stanza davanti al Senato e dissero di aver visto Emanuela con un uomo che le mostrava dei prodotti. Ma col tempo le dichiarazioni dei due hanno mostrato incongruenze e contraddizioni che le hanno rese poco attendibili. C’è poi la questione degli orari…».
Molto ballerini.
«Per confermare che si fosse trattenuta con il fantomatico uomo della Avon, si disse che Emanuela arrivò al conservatorio in ritardo. Ma l’insegnante di flauto, Loriano Berti, con cui ho parlato più volte, non ricordava alcun ritardo. Sempre per suffragare la tesi della Avon, si disse pure che Emanuela chiese di uscire dalla scuola in anticipo per incontrare il rappresentante e dargli una risposta sull’offerta di lavoro che nel frattempo, al telefono, la sorella Federica le aveva consigliato di rifiutare. Sappiamo invece che quel pomeriggio non solo Emanuela ma tutte le allieve vennero fatte uscire in anticipo dall’insegnante di canto, il sacerdote Valentino Miserachs Grau, che doveva celebrare una messa per le nozze d’argento della segretaria dell’istituto. Quindi all’arrivo non ci fu nessun ritardo e all’uscita Emanuela lasciò la scuola insieme alle compagne».
Si è ipotizzato che con la sorella la ragazza possa aver inventato la storia dell’Avon come scusa per giustificare un ritardo nel rientro a casa. Quasi che terminate le lezioni avesse altri programmi. Il problema è però che dell’offerta di lavoro Emanuela non parlò soltanto nella telefonata, ma anche alla compagna Raffaella Monzi, uscendo da scuola. Che motivo avrebbe avuto di mentire all’amica?
«Di quella breve conversazione Monzi ha fornito varie versioni. In una riferì che Emanuela le aveva detto di aver ricevuto la proposta di lavoro in un momento indefinito, non per forza quello stesso pomeriggio, e in compagnia di una non meglio precisata amica. Monzi ha inoltre dichiarato di aver ascoltato Emanuela distrattamente, perché quella sera doveva tenere un concerto importante, era in ansia e aveva altro per la testa. Potrebbe aver dunque ricordato male le parole della compagna».
Pare che all’epoca i servizi segreti francesi avessero allertato la Santa Sede circa una minaccia-sequestri di cittadini vaticani.
«È ormai accertato che non c’era nessun allarme. Se ci fosse stato, Emanuela e le amiche del Vaticano sarebbero andate a scuola o avrebbero circolato per Roma scortate dai familiari. Risulta invece che si spostavano liberamente. In caso di allerta, quella mancanza di protezione sarebbe stata un atteggiamento perlomeno sconsiderato».
A tuo avviso quel pomeriggio, salendo su un’auto o su una moto, Emanuela avrebbe potuto seguire soltanto una persona che conosceva bene o di cui si fidava.
«Lo si ricava da quanto suo padre Ercole non si stancò di ripetere fino alla morte. Se, come affermava, la ragazza era “particolarmente diffidente” ed era stata “più volte messa in guardia dalla famiglia”, per quale motivo avrebbe dovuto abboccare a una proposta come quella della Avon? Indagando ho scoperto comunque che per un periodo Emanuela si era fatta riaccompagnare in auto da don Gaetano Civitillo, un sacerdote che insegnava pianoforte alla scuola di musica e abitava in Vaticano. Lo rintracciai e fingendomi un fedele andai a confessarmi da lui nella parrocchia vaticana di Sant’Anna. Col registratore nascosto feci scivolare il discorso su Emanuela. Gli dissi che un mio amico sapeva qualcosa sulla scomparsa e gli rivolsi una domanda-trabocchetto: “È meglio che il mio amico venga qui a parlarne con lei o che vada dalla polizia?”. Il prete rispose: “Lo faccia venire da me, ma se non vuole, che andasse pure dalla polizia”. A quelle parole, i miei sospetti su don Civitillo cessarono. Mi disse di aver dato spesso dei passaggi a Emanuela, ma che a un certo punto lei aveva iniziato a rifiutarli perché preferiva rientrare con gli amici del Vaticano. Civitillo sosteneva di averle offerto uno strappo anche il pomeriggio della scomparsa, ma che la ragazza aveva declinato. Stando ai suoi ricordi, negli ultimi tempi Emanuela era svogliata con lo studio del pianoforte, distratta e come inquieta».
Pochi giorni dopo la scomparsa parte la giostra delle chiamate anonime in casa Orlandi. Mescolando fantasie a dettagli veridici sulla vita privata di Emanuela, i primi telefonisti non parlano di rapimento, alludendo casomai a una scappatella della ragazza. Il 5 luglio invece, dopo l’appello di Wojtyla, gli ignoti rivendicano il sequestro chiedendo in cambio il rilascio dell’attentatore del Papa Ali Agca. Da episodio circoscritto la sparizione diventa un caso internazionale. Che idea ti sei fatto dei telefonisti che si avvicendarono in quei giorni?
«Non fornirono mai la benché minima prova di avere in mano l’ostaggio. A cominciare da quella, ahimè classica, di una foto del prigioniero che mostra un giornale. Sciacalli? Mitomani? Millantatori? Chiamiamoli come ci pare, ma non “rapitori”. Non sapevano nulla di come era scomparsa Emanuela. Non ci fu nessun sequestro. Da qui il titolo del libro, Il rapimento che non c’è. Fin dai primi trafiletti pubblicati sui giornali si invitava a dare informazioni contattando casa Orlandi. Fu un errore. Reso pubblico, il numero telefonico della famiglia venne preso d’assalto da gente d’ogni genere. E, almeno sulle prime, le chiamate non furono registrate».
Ma quelle che vennero invece esaminate dagli inquirenti, possono essere davvero considerate dei “depistaggi” orditi da una qualche diabolica regia come si sente ancora ripetere? Riascoltate oggi sembrano piuttosto sgangherate, artigianali…
«È così. Del più famoso di quei telefonisti, il cosiddetto “Americano”, si disse che disponeva di un sofisticatissimo strumento capace di confondere le linee telefoniche in modo da non essere rintracciato. È l’ennesima leggenda metropolitana. A casa Orlandi avrebbe potuto chiamare chiunque senza venire individuato. Lo stesso mitico “codice segreto 158”, istituito per comunicare con la Segreteria di Stato, non aveva nulla di segreto, visto che fu divulgato dall’Ansa».
Da chi venne retribuito Gennaro Egidio, il primo legale degli Orlandi? Era un noto avvocato e la famiglia non poteva permettersi di pagarne la parcella.
«A me Ercole Orlandi disse di non averlo mai pagato. Sosteneva che delle spese si fosse fatto carico il Sisde. Ma non è escluso che ad occuparsene sia stato il Vaticano».
Si è molto strologato sul ruolo degli immancabili Servizi. Secondo te quale fu?
«I Servizi si introducono nella vicenda durante la “fase Agca”. Dopo l’appello del Papa, il Sisde trasmette a Margherita Gerunda, il primo dei magistrati ad occuparsi della scomparsa Orlandi, un’informativa basata sul nulla ma con cui si avvalora l’ipotesi del rapimento politico. Il collegamento surrettizio tra Emanuela e Agca serviva a prolungare la pista, inventata sempre dal Sisde, secondo cui l’attentato all’anticomunista Wojtyla sarebbe stato ordinato da Mosca. Pista che, in anni di Guerra fredda, faceva gioco ai Servizi segreti occidentali».
Ma anche ad Agca.
«Ricevuta l’informativa, Gerunda decise di interrogare l’attentatore turco in gran segreto nella Questura di Roma, onde evitare il Palazzo di giustizia, dove stazionano sempre molti giornalisti. Nell’interrogatorio, Agca mostrò di non sapere nulla della scomparsa di Emanuela. Ma, quando lo riportarono sul cellulare, il cortile della Questura era pieno di cronisti, evidentemente avvertiti a bella posta da chi aveva interesse a dare clamore alla pista internazionale indicata dal Sisde. In carcere, con la promessa di sconti di pena, Agca era già stato convinto ad accreditare l’idea dell’attentato al Papa orchestrato dall’Unione Sovietica. Sempre imbeccato dai Servizi, potrebbe essersi prestato anche ad alimentare la sceneggiata del rapimento di Emanuela e del ricatto internazionale».
Con un’operazione di cui è arduo decifrare gli obiettivi, fu comunque il Sisde a fabbricare di sana pianta l’ipotesi che dietro rivendicazioni e comunicati potesse esserci un’eminenza grigia del Vaticano, un monsignore che aveva il profilo del capo dello Ior, Paul Marcinkus.
«È quel che risulta da una relazione del Servizio segreto civile redatta dal criminologo Francesco Bruno. Ma di sicuro nel can can delle patacche si inserì, almeno per un tratto, anche la Germania comunista, che con alcuni dei falsi comunicati voleva dar fastidio a Wojtyla. Me lo confermò Günter Bohnsack, ex colonnello della Stasi».
Nella prima sentenza di archiviazione, 1997, già si leggeva che il collegamento tra i casi Orlandi e Gregori era da ritenersi «arbitrario e del tutto strumentale». Forse su questo piano qualche passo avanti lo si è fatto. Ormai alla connessione tra le due storie non crede quasi più nessuno.
«L’idea di collegarle fu ispirata ai sedicenti “rapitori” dalla stampa. Tra fine luglio e inizio agosto ’83, Panorama e Il Messaggero pubblicano articoli sulle decine di migliaia di persone, tra cui parecchi minori, che scompaiono in Italia. Per la prima volta, insieme al nome di Emanuela viene citato anche quello di Mirella, della quale Panorama pubblica una foto che la mostra vicino a Wojtyla durante una delle udienze in cui il Papa riceve le scolaresche. E voilà. Subito dopo, un comunicato dell’assurdo Fronte Liberazione Turco Anticristiano Turkesh menziona per la prima volta Mirella. Ma attenzione, scrivendo testualmente: “Mirella Gregori? Vogliamo informazioni. A queste condizioni la libereremo”. Vogliono informazioni? Ma come? Non l’hanno rapita loro?».
In principio fu il visionario Agca, ma in seguito – dai malavitosi pentiti ai falsi 007 – di fantasisti, chiamiamoli così, ne sono stati sgamati diversi. Ancora oggi continuano a spuntare oscuri suggeritori, sussurrando nuove mirabolanti piste. Il caso Orlandi è un giacimento inesauribile di trame?
«Ha assunto i contorni di un mito collettivo. E di miti, religioni, leggende in cui credere ci sarà sempre domanda. Della verità la gente non sa che farsene. Perché per lo più la verità è banale, prosaica, frustrante. Non eccita, non distrae, non fa sognare».
Ormai nella narrazione del caso Orlandi dominano web, social, piattaforme. La docu-serie di Netflix Vatican Girl ha spalancato la vicenda al pubblico globale. Tu polemizzi spesso con la “mediosfera”, anche all’interno del tuo gruppo Facebook. Dunque non ritieni che lo strumento-social sia di per sé dannoso per informare, indagare, riflettere…
«Vatican Girl ha rafforzato il mito del grande “mistero vaticano” che non c’è. Quanto a Facebook, presenta vantaggi e limiti. Il gruppo è un luogo di discussione in cui molte persone intervengono dicendo cose interessanti e apportando anche nuovi elementi d’indagine. Quelli che invece delirano di complotti, orge papali o sette pedo-sataniche vengono accompagnati alla porta».
La serie Netflix si è appropriata di una testimonianza che era stata già raccolta anni addietro dal giornalista Tommaso Nelli. Un’ex amica dal volto oscurato racconta che poco prima di scomparire Emanuela le confidò di essere stata infastidita da un uomo “molto vicino al Papa” mentre passeggiava nei giardini vaticani. La “pista sessuale” è attualmente tra le più in voga. Tu che ne pensi?
«Alla confidenza dell’amica non credo neanche un po’. Se a quindici anni sei vittima di un episodio simile forse non corri a raccontarlo ai genitori, però ne parli con le tue sorelle o con tuo fratello, che magari acchiappa quel tizio e lo rimette in riga. Riguardo alla pista sessuale, penso anch’io che sia la più plausibile, ma in un senso del tutto diverso da quello in cui la intendono Pietro Orlandi e i suoi seguaci ossessionati dal Vaticano».
Con i tuoi articoli e i tuoi libri non ti sei fatto benvolere dalla famiglia.
«Purtroppo le statistiche ci ricordano che la stragrande maggioranza degli abusi e dei crimini sui minori maturano e si consumano nell’ambito amical-parentale, ossia nella cerchia delle amicizie, dei vicini di casa, dei conoscenti o dei parenti più o meno stretti. Oggi ritengo che la pista amical-parentale sia la più convincente. Le attribuirei un 80 per cento delle probabilità».
Quindi secondo te l’ipotetico incontro tra Emanuela e quel qualcuno di cui si fidava sarebbe stato casuale.
«Sì, anche se c’è un venti per cento di probabilità che il responsabile della scomparsa fosse estraneo alla sfera delle persone a lei più vicine».
Hai definito la Commissione d’inchiesta «assurda».
«Non credo che riusciranno a combinare granché. Per leggersi tutti gli atti una legislatura non basta. In vent’anni nemmeno io sono riuscito a consultarli per intero. È una mole di carte mostruosa e caotica. In ogni caso alla Commissione consegnerò una serie di mie note su imprecisioni e falsi relativi ad alcuni protagonisti e testimoni di questi quarant’anni. Augurandomi che il materiale non faccia la stessa fine di un mio verbale trasmesso dal magistrato Franco Ionta alla seconda Commissione Moro. Conteneva una pista, a mio avviso del massimo interesse, sulla mancata liberazione dell’ostaggio. Ma fu ignorato».
Sul caso Orlandi hai fatto pubblica ammenda, eri partito a testa bassa sulla pista vaticana ma poi hai cambiato idea e lo hai scritto. Però oggi, 2024, è immaginabile che – a dispetto di silenzi, reticenze e qualche magheggio – in questa vicenda il Vaticano non c’entri assolutamente nulla?«Penso che non c’entri nulla». Che cosa ti ha fatto ricredere?
«Varie scoperte. Innanzitutto è una leggenda che il Vaticano non abbia collaborato con le autorità italiane. Lo ha fatto esercitando le proprie prerogative di Stato sovrano. Due esempi per spiegarmi meglio: quando negli Stati Uniti è scomparsa la figlia di Al Bano non è che i magistrati italiani siano piombati in America prendendo tutti a schiaffi e interrogando chi volevano… No, hanno dovuto affidarsi alle rogatorie. Che tra l’altro non so se siano mai state presentate. Quando è sparito Giulio Regeni, e nonostante che lo abbiano ritrovato nello stato che sappiamo, non è che la magistratura italiana abbia messo l’Egitto sottosopra investigando a tappeto, spremendo i capi dei Servizi segreti… No, è ricorsa alle rogatorie. E alle rogatorie sul caso Orlandi il Vaticano ha risposto. Sono stati sentiti religiosi che hanno detto di non sapere niente. Si è trattato di interrogatori insufficienti? Può darsi. Ma si sono svolti nella piena legittimità di uno Stato sovrano. Emanuela non è sparita in Vaticano, ma su territorio italiano. Il Vaticano non poteva indagare per omicidio, occultamento, distruzione di cadavere. Non ne aveva titolo. Anche perché in Vaticano gli Orlandi hanno sporto denuncia di scomparsa soltanto nel 2017. Però sulla presunta “mancata collaborazione” lasciami aggiungere una cosa».
Prego.
«Su questa faccenda ho un senso di colpa nei confronti del vaticanista del Messaggero Orazio Petrosillo, scomparso nel 2007. In una trasmissione Rai lo avevo sentito dire che, quando Emanuela sparì, la Santa Sede aveva lasciato che polizia e carabinieri italiani si installassero nel centralino vaticano per controllare il traffico telefonico. Gli scrissi una email in cui lo insolentivo: “Ma che ti inventi?”. Quando dalle carte ho scoperto che aveva ragione lui ci sono rimasto di m… Ho provato a ricontattarlo per scusarmi, ma era troppo tardi».
Eppure dal Vaticano – veri, falsi o apocrifi che siano – continuano a scappar fuori documenti, messaggi criptici… L’impressione è che dentro le Mura Leonine questa storia sia ancora strumento se non di ricatto, quantomeno di pressione nelle eterne lotte tra fazioni.
«Certo che lo è. È lo strumento di una o più cricche. Ma da quelle cricche non bisognerebbe lasciarsi manipolare bevendosi ogni nuova balla che propalano».