Mafia e Vaticano: che cosa è stato fatto dopo le scomuniche ai mafiosi?
di Andrea GualtieriFrancesco era scosso. La mattina aveva incontrato nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza, la mamma di Cocò, un bimbo di tre anni che pochi mesi prima era stato ucciso e carbonizzato all’interno di un’auto insieme al nonno. Una faida di ’ndrangheta. Dopo il colloquio, Francesco telefonò a don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, accanto al quale aveva partecipato a una veglia di preghiera a Roma con i familiari delle vittime di mafia. Poi, nella messa conclusiva del suo viaggio in Calabria, a due passi dalla spiaggia di Sibari, pronunciò d’impeto e fuori dal testo programmato la frase che nessun pontefice, prima di lui, aveva formulato: «I mafiosi non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Sembrava il colpo di cesoia definitivo sulle contiguità tra sacro e criminale. Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, ringraziò Bergoglio: «È una giornata indimenticabile». E invece.
Francesco era scosso. La mattina aveva incontrato nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza, la mamma di Cocò, un bimbo di tre anni che pochi mesi prima era stato ucciso e carbonizzato all’interno di un’auto insieme al nonno. Una faida di ’ndrangheta. Dopo il colloquio, Francesco telefonò a don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, accanto al quale aveva partecipato a una veglia di preghiera a Roma con i familiari delle vittime di mafia. Poi, nella messa conclusiva del suo viaggio in Calabria, a due passi dalla spiaggia di Sibari, pronunciò d’impeto e fuori dal testo programmato la frase che nessun pontefice, prima di lui, aveva formulato: «I mafiosi non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Sembrava il colpo di cesoia definitivo sulle contiguità tra sacro e criminale. Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, ringraziò Bergoglio: «È una giornata indimenticabile». E invece.
Dieci anni dopo, la Chiesa fa ancora fatica a codificare l’atteggiamento da tenere nei confronti dei mafiosi. Persino la commissione istituita dalla Santa Sede per dare un seguito alle parole del Papa è rimbalzata tra i palazzi del potere ecclesiastico e poi è stata abbandonata all’oblio. L’Istituto teologico calabro, nei giorni scorsi, ha organizzato un incontro per capire cosa sia cambiato dopo la scomunica. È stato raccontato che un arcivescovo si è rivolto al Pontificio consiglio per i testi legislativi, una sorta di Consiglio di Stato per le leggi ecclesiastiche, per chiedere come comportarsi alla luce dell’anatema pontificio. E la risposta è stata interlocutoria: prima di tutto, hanno fatto sapere dai Sacri Palazzi, è necessario definire chi va considerato mafioso. Non è una questione da azzeccagarbugli: anche ammettendo di rifarsi alla legge italiana, la Chiesa – si chiedono gli esperti di diritto canonico – deve attendere una condanna in terzo grado? E i pentiti? A quali condizioni possono essere ammessi ai sacramenti? Ancora: la moglie di un boss che ne condivide la mentalità e permette che i figli siano educati in contesto mafioso, va scomunicata anche se non è coinvolta in un’inchiesta penale?
Nel 2021 la Santa Sede ha affidato la materia ad un gruppo di lavoro, sotto la competenza del dicastero pontificio per lo Sviluppo umano. Ne facevano parte, tra gli altri, proprio don Ciotti e Cafiero de Raho, oltre a Giuseppe Pignatone, presidente del tribunale vaticano ed ex procuratore capo di Roma e Reggio Calabria, don Raffaele Grimaldi, coordinatore dei cappellani carcerari, e all’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi.
C’erano anche don Marcello Cozzi – per anni punto di riferimento di Libera e fondazione antiusura, ora impegnato nell’assistenza spirituale di molti collaboratori di giustizia – e Michele Pennisi, arcivescovo della diocesi di Monreale sotto cui ricadono la Corleone di Riina, Bagarella e Provenzano e San Giuseppe Jato dei fratelli Brusca. Data scelta per l’istituzione della commissione: il 9 maggio, giorno in cui veniva beatificato il giudice Rosario Livatino, assassinato dalla mafia siciliana e proclamato martire per la sua testimonianza di fede. Il gruppo di lavoro ha fatto in tempo a riunirsi una mezza dozzina di volte, a redigere una bozza di documento e a consegnarla al dicastero da sottoporre al Papa. Il 21 settembre successivo, prima che arrivasse una risposta dal pontefice, una scarna nota vaticana riferiva che «il gruppo di lavoro è stato trasferito alla responsabilità della Cei». Da allora, non è mai stato convocato.
E dire che oltre trenta Paesi avevano offerto collaborazione dopo che la commissione aveva scritto alle conferenze episcopali di tutto il mondo: si erano mobilitati vescovi dal Sudafrica, dal Messico infestato dai narcos, dall’Albania, frontiera emergente delle organizzazioni criminali. E anche dalla Germania, che dopo la strage di Duisburg del 2007 ha scoperto la ’ndrangheta in patria. Tutti erano interessati a dare un seguito alla scomunica e a definire linee guida chiare per i sacerdoti. il giusto modoIl documento della commissione, rimasto riservato, partiva proprio dalla constatazione dei ritardi e dall’impreparazione della Chiesa. Oltre a papa Francesco, si ispirava a Benedetto XVI, che nel 2010 a Palermo definì la mafia «strada di morte, incompatibile con il Vangelo». E a Giovanni Paolo II che ad Agrigento nel 1993 dall’altare gridò ai boss: «Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio». E dai tre pontefici ricavava altrettante linee di intervento: estromettere i mafiosi dai sacramenti, ribadire l’inconciliabilità tra simbologie mafiose e riti sacri e sostenere un eventuale reinserimento per chi si pente. Restavano da definire strumenti e criteri. Ed è un lavoro delicato perché, a sentire i preti in prima linea, c’è il pericolo di tagliare il grano insieme alla zizzania. Don Pino Demasi opera da decenni nella piana di Gioia Tauro, una delle zone in cui gli interessi delle cosche sono altissimi e la pressione sociale asfissiante. I suoi ragazzi hanno fondato cooperative antimafia come la Valle del Marro, la prima a farsi avanti in Calabria per lavorare sui terreni confiscati. Nelle sue attività vengono coinvolti anche giovani dai cognomi pesanti. «È un segnale prezioso, qualcosa sta cambiando» spiega don Demasi. «Nella movida o a scuola frequentano coetanei che sono liberi di fare le proprie scelte. E per qualcuno appartenere a una famiglia mafiosa con le sue regole e i suoi codici comincia a diventare un peso anziché un vanto».
L’altra novità è che ora ci sono padri che non si oppongono agli interventi della Chiesa: «La repressione funziona, le confische portano gli uomini dei clan a chiedersi cosa resterà per i loro figli. E a volte iniziano a sperare in un futuro diverso almeno per loro». È in questo spiraglio che prova a inserirsi la pastorale antimafia. Se però una cooperativa assume il figlio di un mafioso rischia l’interdittiva. E nelle diocesi calabresi prima di una processione i parroci sono tenuti a consegnare in questura gli elenchi di chi porterà le statue: ogni cognome a rischio viene depennato. «Se lo Stato segue le sue logiche, la Chiesa non può guardare alle norme solo in modo restrittivo perché brucerebbe le possibilità di recupero», sottolinea Demasi. E questo, aggiunge, vale anche per la scomunica.
Soldi e reputazione
«Dobbiamo stare attenti a non percepirla come una rimozione del problema, come dire: tu non mi riguardi più», fa eco don Giuseppe Fazio, docente di Teologia sacramentaria al seminario regionale calabrese. Con i mafiosi, dice, bisogna comportarsi come con gli arti atrofizzati: «Prima di tutto serve uno shock. La ’ndrangheta ha due capitali: quello economico e quello sociale. Si pensi all’impatto che ha sullo status di un mafioso sapere che il matrimonio che ha celebrato è nullo, che sua moglie è libera dal vincolo. Ma dopo la terapia d’urto serve la cura. E quindi la proposta di una possibile via d’uscita, la predicazione della bellezza di una vita diversa». Ma una pastorale del genere non si improvvisa, commenta don Ennio Stamile, responsabile di un centro studi antimafia nato in una struttura confiscata a Limbadi, nel Vibonese, feudo del potente clan Mancuso: «C’è bisogno di una formazione specifica per i seminaristi e per i laici. Sono passati dieci anni dalla scomunica, ma il vero lavoro nelle diocesi deve ancora iniziare».