Lo scrittore Lawrence Osborne: ecco come è uscito dalla dipendenza dall'alcol
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA. Già paragonato a Evelyn Waugh, Francis Scott Fitzgerald e Graham Greene, Lawrence Osborne vive da tempo a Bangkok, «città perfetta per uno scrittore, mai conquistata dagli imperi europei». Qualche anno fa proprio un nipote di Greene, agente degli eredi di Raymond Chandler, gli chiede di scrivere un nuovo romanzo di Philip Marlowe. «Alla fine ho accettato, ma alle mie condizioni», ci racconta Osborne dalla Thailandia, tra una fisioterapia e l’altra. «Dissi che non avevo alcun interesse a scrivere un pastiche degli anni Cinquanta, bensì un romanzo ambientato nel 1989 in Messico con protagonista un anziano Marlowe. Ossia, il mio Only to Sleep. Accettarono a malincuore».
Perché Osborne, padre di eccelse opere come Il turista nudo, Bangkok, Giocatori nel buio, Nella polvere, L’estate dei fantasmi e Il regno di vetro, raramente scende a compromessi. Lo dimostrano la sua vita e la sua carriera, entrambe diventate un culto per molti lettori. Il suo ultimo Santi e bevitori, in libreria…
LONDRA. Già paragonato a Evelyn Waugh, Francis Scott Fitzgerald e Graham Greene, Lawrence Osborne vive da tempo a Bangkok, «città perfetta per uno scrittore, mai conquistata dagli imperi europei». Qualche anno fa proprio un nipote di Greene, agente degli eredi di Raymond Chandler, gli chiede di scrivere un nuovo romanzo di Philip Marlowe. «Alla fine ho accettato, ma alle mie condizioni», ci racconta Osborne dalla Thailandia, tra una fisioterapia e l’altra. «Dissi che non avevo alcun interesse a scrivere un pastiche degli anni Cinquanta, bensì un romanzo ambientato nel 1989 in Messico con protagonista un anziano Marlowe. Ossia, il mio Only to Sleep. Accettarono a malincuore».
Perché Osborne, padre di eccelse opere come Il turista nudo, Bangkok, Giocatori nel buio, Nella polvere, L’estate dei fantasmi e Il regno di vetro, raramente scende a compromessi. Lo dimostrano la sua vita e la sua carriera, entrambe diventate un culto per molti lettori. Il suo ultimo Santi e bevitori, in libreria dal 25 giugno come sempre per Adelphi, è un pregiato memoir alcolico di questo 66enne scrittore, giornalista e bohémien inglese. Che, ogni giorno dalle 18 e10, va a caccia di vodka martini, vini d’annata, margarita e negroni in Paesi arabi o musulmani. Dove molto spesso l’alcol è proibito o il bancomat indonesiano dove si reca a prelevare viene fatto esplodere dagli jihadisti. Un piacere proibito, catartico e dionisiaco di un Accidental connoisseur (titolo di un altro suo “viaggio”), dalla Turchia al Pakistan, dall’Egitto agli Emirati, dal Libano all’Iraq. Un flâneur talvolta «pervertito, che si avvicina al suo desiderio più tenebroso».
Osborne, questo libro arriva in Italia dieci anni dopo il suo esordio in inglese. Che cosa rappresenta per lei?
«Scrissi Santi e bevitori a New York, in un periodo di crisi, in cui molti scrittori non avevano un soldo, me incluso. Questo diario di viaggio alcolico per me è stata una fuga dalla monotonia di quella città. Ma è anche una digressione filosofica che avevo rimandato troppo a lungo. Perché beviamo? Perché ci infonde piacere? Il vino è davvero il sangue simbolico di Cristo? E che cos’è davvero l’alcol?».
E che risposte si è dato?
«Sono questioni personali che ognuno deve chiarire dopo aver letto questo libro. Per me il vino e l’alcol offrono quella trascendenza necessaria dalla noia e dal tedio quotidiani».
Alcol come anestesia nell’operazione della vita, sosteneva George Bernard Shaw.
«Già. Ma l’alcol può essere anche tossico. Un’altra dimensione simbolica, ma i danni al fegato ti riportano presto alla cruda realtà».
Santi e bevitori si concentra soprattutto sul suo pressante desiderio di bere alcol in Paesi arabi. Perché?
«Per me è stata una piacevole ricerca filosofica. Ma anche una provocazione, certo, oltre a una prova per me stesso. Alla fine, devo ammettere che qualche volta ho approvato il proibizionismo dei musulmani».
Perché?
«A volte, quando non ce l’ho fatta a trovare da bere, mi sono sentito meglio. Quindi capisco perché certe persone si astengano dall’alcol. Hai pensieri più chiari, puoi mantenere più facilmente compostezza e disciplina. E il tuo fegato ti ringrazierà».
Proprio per i danni alla salute e i relativi costi per lo Stato, molti Paesi occidentali vogliono persuadere i cittadini a limitare il consumo di alcol. Lei che cosa ne pensa?
«Ma i giovani già bevono meno rispetto a dieci anni fa, persino in Gran Bretagna. Sono stanchi dell’alcol e hanno ragione. Dopo i 50 anni, l’alcol può farti davvero del male. A meno che tu non sia Gerard Depardieu. O anzi, a conferma di questo...».
Cosa l’ha ispirata per questo ebbro memoir?
«Durante la crisi finanziaria del 2009 propongo a Playboy di andare in Pakistan a scrivere un reportage sulla birreria Murree circondata da miliziani di Al Qaeda. All’epoca solo Playboy pagava bene per simili articoli. Ma prima di andare, partecipo alla Milanesiana, mi portano in Galleria, inizio a bere e a pensare all’alcol, all’Islam, a me stesso, alla mia famiglia irlandese e a come quel viaggio in Pakistan per il reportage sarebbe potuto essere in realtà un diario di viaggio alcolico. Così ho iniziato a girare il mondo. È stato tutto improvviso, senza alcun sostegno di un giornale. Ho fatto tutto da solo».
Il libro parte proprio da Milano, con le sue riflessioni inebriate da un gin & tonic da 40 euro in Galleria. E c’è anche una sua ex ragazza italiana.
«Da bambino passavo le estati a Fiesole e Firenze, con alcuni amici di mia madre, che aveva vissuto a Napoli e Roma negli anni Cinquanta. Mamma è sempre stata una italofila e voleva che parlassi italiano. In realtà mi sono dedicato più alle Vespe, alle Case del Popolo, alle droghe e a Lucio Dalla. Dopo aver abbandonato un dottorato in greco ad Harvard, mi trasferii a Panzano, nel Chianti, per scrivere il mio primo romanzo, Ania Malina (1986), mentre gestivo un frantoio. Ma questa è ancora un’altra storia!».
Ce la racconti.
«A Harvard stavo impazzendo, allora me ne vado a Parigi, incontro una ragazza che mi convince ad andare con lei a Panzano, dove un amico sta cercando qualcuno che gestisca un frantoio durante l’inverno. In Toscana! Una favola, mi dico. Ma presto diventa un incubo: operai sardi, liti con il municipio per l’uso di acqua ed elettricità, e alla fine ci hanno tagliato la corrente. Così mi misi a scrivere Ania Malina, alla luce del fuoco».
Lei scrive di notte?
«Sì, spesso».
E l’alcol è una delle sue muse?
«Solo se è un vino d’annata. E non ogni sera! Non sono un alcolizzato. Bevo raramente oramai».
Perché?
«Ho dovuto smettere quasi del tutto per un brutto incidente, un lungo e complesso intervento e le medicine che prendo».
E come vive questo cambiamento? Nella sua famiglia l’alcol ha provocato molto dolore.
«Mia madre beveva molto e dunque ho sempre avuto chiare le conseguenze dell’alcolismo. Ma il vino è una cosa a parte».
In vino veritas.
«È l’unica cosa che bevo al momento, il mio corpo la accetta. Sono i liquori come il whisky e la vodka che ti distruggono. Colleziono whisky e ogni tanto ne bevo una goccia. Ma non berrò mai quanto la mia famiglia irlandese».
Qual è stata la sua peggiore esperienza con l’alcol?
«Anni fa, perdo conoscenza in una discoteca russa a Brooklyn per poi svegliarmi in una macchina della polizia, verso casa. Avevo bevuto 29 shot di vodka. Non riuscii a camminare per due giorni».
E la migliore?
«Bere uno Chambave Ezio Voyat del 1961, grazie all’enoteca di Neal Rosenthal, che a New York importa molti vini. Un rosso con il profumo di un campo di fragole. New York incarna il meglio e il peggio».
Lei è inglese. Come giudica il rapporto degli inglesi con l’alcol?
«Violento, primitivo. Non riesco a sopportarlo».
E quello degli italiani?
«Basato sulla qualità, come l’approccio mediterraneo. Insieme alla Grecia, l’Italia è la patria del vino occidentale. Insomma, è chiaro dove preferirei vivere».
Però ora risiede da tempo a Bangkok, perché?
«Mi sono trasferito qui nel 2012, dopo un anno a Istanbul. New York mi aveva sfinito. A Bangkok invece ho trovato finalmente la pace. Tutto è economico, posso vivere in una bella e grande casa, non sono costretto a una vita sociale e posso concentrarmi solo sui libri che voglio scrivere, cosa che in venti anni a Manhattan è stata impossibile. Qui ho ritrovato me stesso, mentre in America è stato il contrario. Non so perché».
Tra Bukowski, Joseph Roth e Hemingway che diceva che beveva «per rendere gli altri più interessanti», chi l’ha ispirata di più?
Nessuno, a parte La Leggenda del Santo Bevitore di Roth. Lo stile e i sentimenti di quel libro hanno decisamente influenzato il mio romanzo La ballata di un piccolo giocatore. Bukowski invece s’ingozzava di birra. Cosa che non condivido affatto. Ma almeno faceva ridere».