Il direttore di Le Monde: “L’incognita delle elezioni in Francia è colpa di Macron”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI. «La Francia entra in una fase politica inedita, nessuno sa come finirà, probabilmente non lo sa neanche Emmanuel Macron», osserva Jérôme Fenoglio, 58 anni, niente legami diretti con lo scrittore ma lontane origini italiane a Cortemiglia, nelle Langhe.
Dal 2015, Fenoglio è alla guida di Le Monde che ha riportato al successo, con oltre 600 mila abbonati. Dall’inizio della crisi che si è aperta con la decisione di indire legislative anticipate, il quotidiano della sera ha pubblicato analisi approfondite dei flussi elettorali, scoop politici – come il racconto delle ore all’Eliseo che hanno portato allo scioglimento dell’Assemblée Nationale – e ribadito una linea di valori, lanciando un appello a non votare per l’estrema destra.
PARIGI. «La Francia entra in una fase politica inedita, nessuno sa come finirà, probabilmente non lo sa neanche Emmanuel Macron», osserva Jérôme Fenoglio, 58 anni, niente legami diretti con lo scrittore ma lontane origini italiane a Cortemiglia, nelle Langhe.
Dal 2015, Fenoglio è alla guida di Le Monde che ha riportato al successo, con oltre 600 mila abbonati. Dall’inizio della crisi che si è aperta con la decisione di indire legislative anticipate, il quotidiano della sera ha pubblicato analisi approfondite dei flussi elettorali, scoop politici – come il racconto delle ore all’Eliseo che hanno portato allo scioglimento dell’Assemblée Nationale – e ribadito una linea di valori, lanciando un appello a non votare per l’estrema destra.
Non si sa come finirà, ma intanto l’ipotesi di un governo di estrema destra non è mai stata così verosimile in Francia. Come si è arrivati a questo punto?
«Forse dall’estero si è creata un’illusione ottica che ha impedito di vedere una cosa che qui è chiara. Si tratta del dégagisme, una spinta elettorale molto potente in Francia: la voglia di mandare via chi è al potere per provare sempre qualcun altro di nuovo. Quello che favorisce Jordan Bardella oggi è quello che aveva permesso a Macron di farsi eleggere nel 2017: un volto nuovo, la voglia di rinnovamento. Il dégagisme continua a produrre sconvolgimenti senza che sia chiaro dove ci porterà».
Macron era arrivato all’Eliseo promettendo di sconfiggere i populisti e in particolare l’estrema destra.
«Se il Rassemblement National otterrà una maggioranza assoluta penso che il capo dello Stato non potrà fare altro che constatare di aver fallito. È da sette anni all’Eliseo, un tempo lungo per provare a cambiare il Paese. Ci sono stati molti discorsi, molte promesse, ma pochi fatti e poco ascolto di quello di cui la Francia aveva davvero bisogno. Macron non si è preoccupato delle cause profonde del voto al Rn. Oggi abbiamo quasi tutta la Francia rurale che sceglie l’estrema destra. È dovuto al deterioramento dell’offerta di servizi pubblici, al fatto che le persone si sentono disprezzate da un’élite parigina. Era già il senso della protesta dei gilets jaunes. Ora il messaggio è generalizzato, salvo qualche grande città. Il voto dice: vi siete dimenticati di noi».
Il capo dello Stato è l’unico responsabile di questa situazione?
«Non è tutta colpa sua, ovviamente. Ci sono tendenze che esistevano già e che lui non è riuscito a contenere. E sicuramente Macron non è responsabile del naufragio morale avvenuto nella destra francese, che da anni rincorre l’agenda di Le Pen. Era anche difficile prevedere che ci sarebbe stato un intero gruppo di media, come quello di proprietà di Vincent Bolloré, impegnato nel diffondere l’idea che gli stranieri sono la causa principale di tutti i problemi della Francia, creando un clima favorevole alle idee dell’estrema destra».
La Costituzione della Quinta Repubblica immaginata da De Gaulle può resistere allo shock?
«È stata progettata per resistere a una normale alternanza tra partiti ma non a quello che sembra profilarsi. Il primo scenario è un risultato in cui non c’è nessuna maggioranza assoluta, con il rischio di ingovernabilità. È una cosa che non abbiamo mai vissuto nella Quinta Repubblica. Voi, in Italia, sapete gestire queste situazioni, ma l’attuale sistema francese è stato concepito proprio per far sì che questo non accada mai, per rimediare alle carenze del regime parlamentare della Quarta Repubblica. L’altro scenario, anche questo del tutto inedito, è una maggioranza assoluta per il Rn, e quindi un governo di coabitazione con un partito che noi, a Le Monde, consideriamo fuori dall’arco repubblicano».
Anche se il Rn accedesse al potere attraverso elezioni continuerete a definirlo di estrema destra?
«Il nocciolo ideologico del Rn rimane quello. È di estrema destra perché discrimina e respinge le persone di origine straniera, designa dei capri espiatori e ha una visione estremamente nazionalista, nel senso maurrassiano del termine (riferimento a Charles Mauras, ndr). E ha una visione pericolosa dell’Europa, soprattutto nei confronti di nostri nemici come la Russia».
In questi giorni viene spesso citato un famoso editoriale contro l’estrema destra firmato nel 1999 da Philippe Sollers su Le Monde: Le retour de la France moisie. Il ritorno della Francia putrescente.
«Il problema è che nel 1999 il voto per l’estrema destra era ancora una realtà minoritaria. Ora è diventato così importante che è difficile usare quella definizione di Sollers. Sarebbe riduttivo dire che tutti i francesi che votano Rn sono razzisti. Ci sono molteplici cause sociali, economiche, che andrebbero affrontate».
I media progressisti sono spesso accusati dai populisti di occultare i problemi creati dall’immigrazione.
«A Le Monde non abbiamo aspettato i populisti per dire che in Francia c’era uno scandalo sui ghetti urbani. Lo scriviamo da vent’anni. Non abbiamo avuto bisogno dei populisti per dire che intere popolazioni sono ammassate in alcune aree svantaggiate, senza servizi pubblici, con scarso accesso alla sanità, al mondo del lavoro. Non abbiamo bisogno dei populisti per capire che oggi c’è un’emergenza, che crea un senso di insicurezza del tutto giustificato, e che si chiama droga. Abbiamo dedicato una lunga serie di reportage alla criminalità legata al traffico di stupefacenti. Il problema è che i populisti, e in questo caso l’estrema destra, ci dicono che è tutta colpa degli stranieri. Non è vero».
Con il sistema a doppio turno, i francesi dovranno forse scegliere tra candidati di estrema destra e altri della coalizione delle sinistre, Nouveau Front Populaire. Il pericolo per la democrazia francese è lo stesso, come ripetono alcuni esponenti dell’attuale maggioranza?
«È profondamente sbagliato metterli sullo stesso piano. L’estrema destra diffonde idee moralmente inaccettabili per chi è un umanista. Il Nuovo Fronte Popolare ha un programma di sinistra, di una gauche radicale come poteva essere quello del 1981, ma contiene l’orizzonte della socialdemocrazia. Questo non vuole dire che non bisogna vigilare su una certa deriva settaria, antidemocratica, che c’è all’interno della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Ma è sbagliato dire che la coalizione delle sinistre è uguale all’estrema destra. Non c’è un’equivalenza nel voto».
Alle Europee avete fatto un editoriale per chiamare a fare barrage, sbarramento, contro l’estrema destra. Lo rifarete anche adesso?
«Le Monde è stato fondato nel 1944, ottant’anni fa. La nostra storia è stata costruita all’indomani della Seconda guerra mondiale, nella lotta contro il nazionalismo o tutto ciò che ha portato ai disastri che abbiamo visto nella prima metà del Novecento. Il rischio principale oggi è l’estrema destra, in Europa e nel mondo. Donald Trump si sta gradualmente avvicinando a una pratica fascista del potere, con la sua violenza, la sua mancanza di scrupoli, il suo rifiuto della giustizia delle istituzioni. Il dibattito politico è sempre più brutale. In questo contesto la cosa fondamentale, che ho ripetuto anche ai miei giornalisti, è mantenere calma e professionalità. La nostra tradizione è arricchire il dibattito pubblico mettendo in luce fatti e argomenti. Vogliamo contribuire alla qualità del dibattito pubblico. Confermiamo la nostra indipendenza e non mi interessa se siamo criticati da vari partiti, anche dall’attuale maggioranza che ci vorrebbe filo-governativi. Abbiamo un metodo giornalistico, dobbiamo continuare ad applicarlo, senza lasciarci trascinare dalle provocazioni».
Sul Venerdì del 28 giugno 2024