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Natalia Aspesi: cercherò di aver cura di me

Disegno di Mojmir Jezek 
5 minuti di lettura

Mia piccola bimba cresciuta, perdonami se sono stato, come al solito, irruento come un trattore che dovrebbe curare queste campagne. Mi sono rifatto a quanto scritto da te in due occasioni almeno, per descriverti in qualche divagazione. La prima fu quando, all’uscita dopo il Lockdown, raccontasti, come prima gestione del nuovo corso verso una liberazione: «Sono andata all’edicola,ho acquistato un fascio di giornali e nonostante l’aria pungente mi sono seduta su una panchina tra quelle che si trovano intorno a Piazza Duomo,e mi sono messa a leggere...».

La seconda mi pare tra la scorsa estate e l’autunno, parlando di cinema, scrivesti a proposito del tuo piacere nell’assistere alle proiezioni cinematografiche: «Mi metto le scarpe col tacco e mi reco al cinema...». Quindi in un certo senso mi sento come un innocente che non ha fatto proprio niente. Invece ti ho fatto adombrare a causa delle tue vicissitudini recenti. In fondo non ti sveli in nessun modo, sarà anche una scelta; in fondo …

Mia piccola bimba cresciuta, perdonami se sono stato, come al solito, irruento come un trattore che dovrebbe curare queste campagne. Mi sono rifatto a quanto scritto da te in due occasioni almeno, per descriverti in qualche divagazione. La prima fu quando, all’uscita dopo il Lockdown, raccontasti, come prima gestione del nuovo corso verso una liberazione: «Sono andata all’edicola,ho acquistato un fascio di giornali e nonostante l’aria pungente mi sono seduta su una panchina tra quelle che si trovano intorno a Piazza Duomo,e mi sono messa a leggere...».

La seconda mi pare tra la scorsa estate e l’autunno, parlando di cinema, scrivesti a proposito del tuo piacere nell’assistere alle proiezioni cinematografiche: «Mi metto le scarpe col tacco e mi reco al cinema...». Quindi in un certo senso mi sento come un innocente che non ha fatto proprio niente. Invece ti ho fatto adombrare a causa delle tue vicissitudini recenti. In fondo non ti sveli in nessun modo, sarà anche una scelta; in fondo cosa dire ad uno zuzzurellone balenco che si è introdotto impropriamente con le sue scemenze a tormentarti quasi da vicino. Sono mortificato e triste. Quando si commettono certe impudenze ci sente di m...a. Come ora. Ciao, ti saluto ed abbi Cura di te. Serafino

Ero arrabbiata, perché io, che mi getto sulla posta da secoli con grande piacere e grande fatica, mi sentivo riportata a una severità dura che almeno da lei non conoscevo. Sì, lei è stato irruento, poi “mortificato e triste”. Avrò cura di me, cosa che lei sa dire con grazia.

Tradire per risvegliare un marito assonnato?

Gentile signora, mi è capitato di leggere una cafonata in cui un lettore diceva che ci vogliono almeno dieci partner prima di riuscire a costruire una relazione duratura. Non sono un po’ troppi? O magari troppo pochi? E chi lo dice? Lo dice l’Università dello Utah! Secondo l’università ci vogliono almeno dieci partner per poter considerare l’ultima relazione la più stabile. E infatti chi ne ha avuti meno, secondo un emerito professore e dice pure il nome, riesce a fare le corna al compagno per un bel po’. Sogno o son desto, mi scusi? E siccome l’infedeltà, dice la cafonata, è uno dei segreti della longevità delle coppie, ecco il modo per aprire una parentesi quando c’è una diminuzione del desiderio nei confronti del coniuge. Io ho 44 anni, due figli che non mi rovinano la giornata, un marito un po’ assonnato ma non del tutto fastidioso. Ma se l‘università dello Utah avesse ragione? A.B.

Senta, la sua visione dei partner necessari mi risulta abbastanza confusa. Quanti amanti ci vogliono per avere una relazione stabile? 10 giusti, 20 troppi? Non sarà l’università dell’Utah, per quanto sapiente, a dirci quanti ce ne vogliono: purtroppo certe volte ne basta uno perché il marito ti faccia fuori e anche l’amante: per femminicidio quest’anno sono state uccise tante donne e non avevano neppure l’amante. Temo che l’Italia sia diversa dal resto del mondo, uomini inferociti, oppure che si ammazzano, con figli e tutto. Io se fossi in lei lascerei perdere, non mi tormenterei con questa stupidaggine, a meno che non sia lei, silenziosamente, a sognare un nuovo partner per niente assonnato.

In quel battito di cuore si dibatte anche l’aborto

Gentile signora Aspesi, prima di tutto grazie per le sue risposte sempre sincere e intelligenti, non me ne perdo una. Le scrivo perché nella sua ultima rubrica mi ha colpito un’espressione che lei ha usato: rispondendo alla lettera di un lettore, ha scritto “il battito di un cuore nascente” accostando l’espressione a considerazioni sul diritto ad abortire.

Ne sono rimasta turbata perché ha riproposto con chiarezza il dilemma in cui mi dibatto (e forse non sono l’unica) e sul quale forse può darmi la sua opinione. Sono una trentenne con valori di sinistra, ma non riesco a fare pace con l’idea che si possa volontariamente fermare “un battito nascente” perché non riesco a non vederci un, per quanto nascosto e mimetizzato, omicidio.

Il dibattito attorno all’aborto credo stia tutto qui: se tutti concordiamo che uccidere è un reato, il nodo della questione sta nell’irrisolvibile problema dello stabilire quando una vita si può definire tale, a quale punto di sviluppo. Non pretendo certo di saperlo io, e in fondo penso che sia una questione più filosofica che biologica. Ma un’amica medico, contraria all’aborto, mi ha detto una volta di pensare al fatto che dalla fecondazione, se non intervengono fattori avversi, il percorso dell’ovulo fecondato “lasciato a sé stesso” trova il suo esito in una vita umana, insomma in quella che è comunemente accettata essere una persona. Non ho saputo obiettare.

E il suo riferimento al “cuore battente” mi ha fatto ricordare l’affermazione della mia amica: non è un segno di qualcosa che è già vivo e autonomo? Dipende dal corpo della madre, mi dirà, ma in un modo simile a come io dipendo dall’aria che respiro e dal cibo che mangio e dalle buone intenzioni delle persone che incontro ogni giorno per strada.

Allo stesso tempo però, istintivamente non me la sento di schierarmi contro il diritto all’aborto, e credo che questo mio sentire sta nel fatto che la gravidanza è stata usata per tanto tempo, e anche oggi in maniera più subdola, per tenere in ostaggio le donne attraverso il loro corpo, come una violenza insomma, e perciò oggi che noi donne siamo più forti semplicemente rispondiamo a violenza con violenza. È ideale? No. Ma, mi sono detta, nel nostro mondo non ideale spesso a scontrarsi non sono il bene e il male, ma più realisticamente due cose egualmente brutte ma che rispondono a gruppi di interessi diversi: il gruppo che ha il potere in un dato momento, decide quale cosa brutta legittimare.

Oggi forse, semplicemente, è arrivato il turno di noi donne di esercitare il monopolio della violenza, come avrebbe detto Foucault, e lo usiamo. Trovo che sia triste e necessario insieme, così va il mondo. Però non riesco a scordare la dimensione ontologicamente violenta dell’aborto, e nemmeno a farci pace. Mi sembra che perdiamo tutti, un po’ come in una guerra. Non so se quel che dico fila, in ogni caso, lei che tipo di ragionamento fa sulla questione? Mi interesserebbe molto leggere la sua in proposito. Grazie!

R.B.

Gentile signora, perché la parola “uomo” non c‘è nella sua bella lettera? Chi ci ha dato quel dono che può rovinarci la vita? Non nella sua lettera, non in nessuna delle cose che ho letto, c’è questa parola, uomo, uomo, uomo. È come se LUI fosse inesistente, nel momento in cui lei è sola e costruisce, da sola, quello che poi sarà un uomo, o una donna. Da sola. Lei pensava alla gioia del momento, come lui, e non a una condanna. Poi, lui se le vuol bene, può dire che è stato un errore e non avere per nulla la possibilità di un figlio. Insieme, in quel momento. È lei ad aspettare un figlio, non lui, è lei ad averlo dentro di sé, non lui. Oggi si sa, anche le ragazze vanno a letto con i ragazzi, non gli chiedono neppure il nome e immagino che forse sanno proteggersi.

Allora perché si sente responsabile, signora, se le capitasse di “sentire ‘il battito di un cuore nascente’” dentro di sé? Io ho vissuto tempi in cui restare incinta era una autentica disgrazia: lui di solito fuggiva rifugiandosi dalla mamma, lei veniva cacciata di casa per diventare la madre di un bastardo.

Poi venne la pillola: e tutte noi ne comprammo dei quintali con i ginecologi quasi sempre contenti. Poi venne la legge che consentiva l’aborto, e i ginecologi a ritirarsi di colpo. Non possiamo oggi, con la nostra libertà, chiedere a un maschio di firmare il suo consenso alla eventuale scopata? Forse non esiste ancora un galateo. Però possiamo salvarci: non restare incinte, se non lo vogliamo, prendere anticoncezionali (io li ho presi, orrore, per molto) o riuscire ad arrivare dove vendono la pillola del giorno dopo, e difendersi da sé. Ciò che conta davvero è che l’aborto non scompaia come vorrebbero certi maschi assatanati. Perché chiunque ne ricorra deve sapere di essere innocente, essendo l’altro, forse, il colpevole.

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