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D’Innocenzo: la nostra serie piena di male

Damiano (a sinistra) e Fabio D’Innocenzo, 36 anni a luglio, fotografati in piazza Vittorio, Roma, dove abitano. Vestono Bottega Veneta (Alessandro Treves ) 
«Vogliamo una vita difficile, di una facile non sapremmo cosa farci» ci dicono i due gemelli del cinema italiano. Che ora alzano il tiro con una serie tv molto crime: Dostoevskij. Intervista doppia
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Roma. Questa intervista ai gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, 35 anni e tre film da festival (La terra dell’abbastanza, Favolacce, America Latina) è una lunga storia, iniziata nel marzo 2023 nella pineta di Ostia durante le riprese di Dostoevskij, la loro prima serie tv, girata «con libertà quasi screanzata» per Sky Studios (nel loro lessico, screanzata è il migliore dei complimenti) e conclusa nel maggio 2024, dopo una doppia visione delle sei puntate che, accorpate in due atti, saranno nei cinema dall’11 al 17 luglio per approdare in autunno su Sky e Now.

La scena che avevo visto girare non è stata montata perché, mi spiegano, ne anticipava un’altra, più rilevante, ambientata in un bar trasparente che illuminava una plaga notturna: le set visit sono così, ti fai un’idea, spesso destinata a dissolversi o smentirsi, su un minuto di riprese. Ma era bastato quel minuto per intuire che Dostoevskij era qualcosa di grande, intuizione confermata anche dalle ottime recensioni alla Ber…

Roma. Questa intervista ai gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, 35 anni e tre film da festival (La terra dell’abbastanza, Favolacce, America Latina) è una lunga storia, iniziata nel marzo 2023 nella pineta di Ostia durante le riprese di Dostoevskij, la loro prima serie tv, girata «con libertà quasi screanzata» per Sky Studios (nel loro lessico, screanzata è il migliore dei complimenti) e conclusa nel maggio 2024, dopo una doppia visione delle sei puntate che, accorpate in due atti, saranno nei cinema dall’11 al 17 luglio per approdare in autunno su Sky e Now.

La scena che avevo visto girare non è stata montata perché, mi spiegano, ne anticipava un’altra, più rilevante, ambientata in un bar trasparente che illuminava una plaga notturna: le set visit sono così, ti fai un’idea, spesso destinata a dissolversi o smentirsi, su un minuto di riprese. Ma era bastato quel minuto per intuire che Dostoevskij era qualcosa di grande, intuizione confermata anche dalle ottime recensioni alla Berlinale, dove la serie è stata presentata in anteprima a febbraio.

Il titolo si riferisce alle lettere che un serial killer lascia accanto alle vittime per illustrare la sua desolante e spietata visione del mondo. Nella cadente stazione di polizia immersa in una campagna laziale più cupa e inospitale di una stazione abbandonata, Enzo Vitello, il poliziotto che segue il caso (un dolentissimo Filippo Timi) ha ribattezzato così l’assassino grafomane.

Le indagini che dirige non portano a molto, Vitello ha i suoi tormenti anche per via di un rapporto devastato con Ambra, la figlia tossica (Carlotta Gamba). Il commissario Bonomolo (Federico Vanni), suo amico fraterno, cerca di tenerlo lontano dai guai, mentre Bonocore, un nuovo arrivato in squadra (Gabriel Montesi) vuol fagli le scarpe. Assistiamo alla dissipazione di un uomo. A un’identificazione sempre più morbosa fra l’inseguitore e la sua preda. A un finale più che sorprendente.

Perché i cineasti talentuosi rivoluzionano le serie tv e i registi tv fanno sempre la stessa fiction?

Fabio. «C’è un termine inglese, shooter, per indicare il regista che gira, ma non interpreta, è proprio questa la differenza: degli occhi vispi si calano su un territorio televisivo e lo piegano verso qualcosa di più obliquo. Ricordo ancora quando Lynch arrivò con Twin Peaks e la televisione cambiò».

Lo dicono tutti i registi di cinema che hanno fatto una serie.

Fabio. «È uno dei primi esempi, lampanti, del modo di concepire la serie anche come una grande astrazione nella quale i ritmi non devono per forza essere concitati, ma possono deviare nelle digressioni che raccontano un’atmosfera, più che una trama. La nostra serie si chiama Dostoevskij, non solo perché riporta a Dostoevskij, che abbiamo letto intorno ai 14 anni, ma anche perché ha una scrittura fluviale molto più vicina al romanzo che alle sceneggiature. Noi siamo molto febbrili nell’indagare quei lati del mondo che ci inchiodano davanti a ciò che siamo, perché non è facile guardarsi e capire che si sta sbagliando».

Damiano. «Abbiamo pubblicato un libro con La nave di Teseo, si chiama Trilogia: contiene le nostre prime tre sceneggiature e la nostra verbosità fino a un punto di non ritorno. Leggendolo mi vergogno parecchio. E, per chiudere la risposta di Fabio, credo che i cineasti affrontino le serie con un senso di riscatto perché, tendenzialmente, quando un regista di cinema fa una serie gli danno del venduto, quindi si impegna di più, mentre il regista di serie ha una postura emotiva più pigra».

E non gli squilla l’allarme che qualcuno possa fregargli il lavoro?

Damiano. «C’è gente che fa questo lavoro per passione e chi per denaro, considerandolo solo un mestiere – lo dico senza dileggio. Comunque sono tante le isole della fiction: reti più convenzionali che ti chiedono di non cambiare per un pubblico che, forse giustamente, non vuol essere svegliato».

Dopo che l’hai vista, Dostoevskij ti rimane attaccata e non è una persistenza tanto piacevole, come lo smog nel naso e sui vestiti. La stessa Sky, per non dire delle recensioni berlinesi, la definisce un prodotto complesso, forse non per tutti. Non sembra un teasing?

Damiano. «È quasi violenta l’idea che un’élite ne possa fruire e gli altri no. Non è affatto così. D’altra parte mettiamo in gioco anche delle asprezze, dei concetti che vanno digeriti. Ci sono dei film che, un secondo dopo averli visti, puoi benissimo aprire il frigorifero e cenare senza pensarci più. Ma me piace il cinema come idea di ricordo».

Perché avete scelto un crime?

Damiano. «In realtà non l’abbiamo scelto. È dal primo nostro film che con Nils Hartmann, vicepresidente esecutivo di Sky Studios, c’è un’attrazione reciproca. Per noi, che non veniamo da scuole o famiglie, nasce tutto con l’incontro o con lo scontro: Hartmann ha visto il nostro primo film a Berlino, poi è tornato per Favolacce ed era chiaro che prima o poi avremmo lavorato assieme. Ci ha chiesto due o tre cose che ci sarebbe piaciuto raccontare e in un pomeriggio abbiamo sviluppato un paio di spunti, un western che ricicliamo sempre e non sappiamo più come fare, e un crime».

Ma il genere regge ancora come categoria cinematografica?

Fabio. «Tutti i registi usano il genere. Da un certo punto di vista, noi abbiamo fatto solo film di genere. È un lasciapassare per parlare, spero, di qualcosa di più profondo, di più complesso. La terra dell’abbastanza era un romanzo di formazione virato sul crime; Favolacce una fiaba nera; America Latina un thriller psicologico».

Ho letto in una vecchia intervista che non avevate la tv ed eravate piuttosto critici con il mezzo. Qualcosa è cambiato?

Fabio. «Non so di quando è l’intervista, ma posso smentirla: ho un televisore gigantesco e sono un fiero fruitore di serie. Sarà stata l’affermazione roboante che uno butta lì per fare il fico».

Damiano. «Ero io, sicuramente. Ho detto qualcosa del genere perché non avevo un televisore, all’epoca. Adesso ne ho uno piccolino e trovo che Succession sia una serie meravigliosa, forse la più bella degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda la diffidenza, devo essere stato clamorosamente insincero perché noi veramente nasciamo dalle serie tv. Il nostro primo manuale di sceneggiatura era di Pamela Douglas, una drammaturga statunitense, e si chiamava Scrivere le grandi serie tv».

Nel vostro cinema il male, la bruttezza dei luoghi e la lontananza, intesa come periferia, provincia, terra desolata, coniugano un’estetica e un’etica che sono ormai marchio di fabbrica. Ma voi cosa dite allo scenografo quando cominciate un film?

Fabio. «Siamo sedotti dalla possibilità – forse remota, ormai – di essere ancora degli outsider, degli emarginati. I momenti più fertili della mia vita sono stati quelli in cui osservavo qualcosa che divertiva un gran numero di persone mentre pensavo: io non lo farò mai. Spero di essere ancora così. Adoro l’immaginazione, adoro chi difende la propria autonomia di pensiero e l’autonomia di vivere come desidera e non come gli viene imposto. Diciamo che la centralità in ogni contesto si avvicina alla convenzione».

Damiano. «Nei dettagli di questa apparente bruttezza, io trovo dei momenti di verità e per me la verità è bellezza. Perché quei dettagli sono l’unica cosa che non riesci a controllare».

Voi dove abitate a Roma?

Fabio. «Piazza Vittorio».

È il quartiere dei registi.

Fabio. «Ma ci sono dei forni buonissimi, l’abbiamo scelto per questo e anche per la componente multietnica, che è molto affascinante».

Ci siamo persi per strada le connessioni fra male e periferia.

Damiano. «Le due cose si parlano. Anche Parigi per me sarebbe periferia. Il modo in cui la guarderei è periferico, nel senso che trovo molto poco interessante il centro delle cose e invece molto interessante il dettaglio e quindi l’allontanarsi dall’epicentro che tutti possono vedere. E il male fa parte di uno di quei dettagli. Sono affascinato dalle cose di cui mi vergogno. E credo che, per esempio, il male, e quindi la violenza, abbia in sé i due motori più forti dell’essere umano: la paura e il desiderio. E questi due motori sono dei movimenti sui quali ragiono da quando sono bambino: parlano di ciò che mi spaventa, la violenza più di tutto».

Di cosa si vergogna?

Damiano. «Di tutto il male che ho fatto, che faccio continuamente, che penso, tutti i pensieri che durante la giornata mi attanagliano e comunque non rifuggono dal dolore, dalla spiacevolezza, dalla violenza, dall’ispido, dal livido. Quella roba lì non la metto da parte, provo ad analizzarla perché ne sono spaventato e credo che una buona posizione per iniziare ad affrontarla sia riconoscere che c’è».

Ha fatto vere carognate in vita sua o ha fregato il parcheggio a uno che aveva già messo la freccia?

Damiano. «Pure guardare dall’alto in basso uno che neanche se ne accorge può essere una carognata, o non curarmi dello sguardo della mia compagna perché non ho tempo per lei».

Così la vita è dura, però.

Damiano. «Non la voglio una vita facile, non saprei che farci».

Anche Fabio è così spietato?

Fabio. «Sono molto insofferente della clemenza, perché penso stia livellando tutto verso il basso, il facile. La facilità è la condizione in cui non cresce nulla».

Sì, ma ripeto: cosa dite allo scenografo prima di cominciare il film?

Fabio. «Allo scenografo Roberto De Angelis e all’arredatore Andrea Gullace abbiamo chiesto di restituire sempre una verità. Entravamo nelle location, piccole seconde case di pescatori sul fiume Mignone e assorbivamo l’energia di quei posti che poi manipolavamo, ma sulla base di quell’impronta. Nella casa di Vitello abbiamo messo delle assi marce e scricchiolanti sul pavimento e abbiamo dipinto di verde scuro la stanza da letto».

Citazione di La chambre verte di Truffaut?

Damiano. «Mi piacerebbe dire di sì per ostentare una grande cultura cinematografica, ma la verità è che la pellicola a 16 mm rispondeva benissimo a quel colore».

In quella casa sul fiume ti aspetti un’ invasione di ratti da un momento all’altro.

Damiano. «Più che altro di nutrie: le abbiamo trovate spesso nella saletta dove tenevamo il monitor. Il padrone di casa era loro amico e gli dava da mangiare».

Avete girato in pellicola per rievocare un mondo sparito, qualcosa vicino ai film anni Settanta?

Fabio. «Parlando di paesaggi e personaggi dimenticati, il linguaggio doveva essere opaco, serviva la polvere, una miopia romantica. Una super definizione non sarebbe stata coerente con il racconto che volevamo mettere in scena. È davvero un mondo sparito, ha a che fare con la nebbia, il ricordo, il presagio di qualcosa che sta per accadere. I nostri precedenti tre film erano in digitale, però la scelta del supporto non è mai stata legata alla bellezza dell’immagine, ma alle necessità del racconto. Abbiamo sempre suggerito ai nostri collaboratori di pensare a un film russo anni Settanta».

Avete fatto l’alberghiero ad Anzio, dove vostro padre aveva un negozio di pesca, “L’arte della pesca”, per vostra ammissione nome terribile; siete cresciuti nella periferia romana di Tor Bella Monaca, dove, sempre per vostra ammissione, avevate vestiti e scarpe più brutti di tutti. Niente scuola di cinema. Come siete diventati i fratelli, anzi i gemelli rivelazione del cinema italiano?

Damiano. «Abbiamo una sorella maggiore comunista, ora un po’ delusa, meravigliosa. Da piccoli ci chiedeva di raccontarle i nostri sogni, noi li inventavamo di sana pianta e lei fingeva di crederci. E allora, piano piano, questa catena diventava sempre più strutturata. Erano tutti comunisti a casa nostra e c’erano tanti libri e videocassette. Quelle di Pasolini sullo scaffale più alto: ci arrampicavamo per prenderle. Ma anche i Simpson hanno avuto la loro importanza».

Fabio. «Avevamo inventato un fumetto per nostro papà: Gino Pilotino. Era un maialino molto povero che doveva confrontarsi con i coetanei più facoltosi o integrati: disegnavamo le storie della nostra famiglia alle prese coi pochi soldi. La cosa bella è che quando papà tornava dal lavoro, gli facevamo leggere questo fumetto e io per la prima volta ho visto i suoi denti – perché rideva. Non lo vedevo mai ridere, per me mio padre non era una risata, era il rumore delle ruote del furgone che tornava a casa. E quindi dicevo: caspita! In una botta sola facciamo stare bene nostra sorella, nostro padre e stiamo bene noi perché ci viene facile».

Damiano. «Ora mamma scrive poesie e papà sceneggiature. Il problema è che i suoi film si concludono quando arriva all’ultima pagina del quaderno, quindi hanno dei finali un po’ tortuosi».

Ma perché non vi hanno mandato in una scuola che dava più strumenti culturali?

Fabio. «L’abbiamo scelto noi, l’alberghiero: ci lasciava più tempo libero per esplorare tutte queste cose meravigliose come l’arte, la lettura, la musica, l’audiovisuale. E poi quelli dell’artistico mi sembravano solo degli scemi con i capelli verdi e i piercing».

A proposito di look: perché in fotografia avete quell’aria da orsetti offesi?

Damiano. «Ho i capelli che fanno cacare e stanno sempre su, poi sono timido e guardo in basso».

Fabio. «Le foto sono ovviamente il parco giochi, l’unica cosa che ci riporta un po’ alla provenienza, a Tor Bella Monaca, quando ci prendevano in giro per come ci conciavamo. Adesso scelgo di vestirmi male, ma è un altro discorso. È bello avere un brand, una mente creativa come Alessandro Michele che ti veste secondo la sua visione. È divertente perché è la cosa più lontana da me, che non sono bello, non cerco di sistemarmi bene e sono sempre spettinato. Volontariamente spettinato».

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