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Breaking Bad: si potrebbe fare in Italia?

Una scena di Breaking Bad: da sinistra, Bryan Cranston, Aaron Paul e Jonathan Banks (Ursula Coyote/AMC) 
Perché da noi non si fanno serie tipo Breaking Bad e ci affidiamo (quasi) sempre a santini rassicuranti? «La colpa non è nostra» dicono produttori e sceneggiatori. E allora di chi?
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ROMA. Al termine di un appassionato, cosmopolita e colto peana ai produttori italiani, e sul perché non corrisponderebbe al vero il fatto che siano ancora troppo legati ai personaggi positivi rispetto a quelli negativi, Riccardo Tozzi mi congeda con un aneddoto. Che risale a un viaggio del tonico settantaseienne presidente di Cattleya, una delle principali case di produzione italiane, al leggendario tempio cambogiano Angkor Wat. Qui il monaco che gli fa da guida gli rivela il segreto di Pulcinella della condizione umana: «Vede il ponte che porta all’entrata? Ha 54 demoni sul lato destro e 54 dèi sul sinistro. Da quale parte crede che passi la quasi totalità dei visitatori?».

Che è la versione buddista del perché l’Inferno di Dante è, a mani basse, più appassionante del Paradiso. Oppure della domanda che mi ronza in testa da anni e che incardina questo articolo: perché, semplificando con l’accetta, quando in America partorivano Breaking Bad noi eravamo (e in un certo senso siamo ancora…

ROMA. Al termine di un appassionato, cosmopolita e colto peana ai produttori italiani, e sul perché non corrisponderebbe al vero il fatto che siano ancora troppo legati ai personaggi positivi rispetto a quelli negativi, Riccardo Tozzi mi congeda con un aneddoto. Che risale a un viaggio del tonico settantaseienne presidente di Cattleya, una delle principali case di produzione italiane, al leggendario tempio cambogiano Angkor Wat. Qui il monaco che gli fa da guida gli rivela il segreto di Pulcinella della condizione umana: «Vede il ponte che porta all’entrata? Ha 54 demoni sul lato destro e 54 dèi sul sinistro. Da quale parte crede che passi la quasi totalità dei visitatori?».

Che è la versione buddista del perché l’Inferno di Dante è, a mani basse, più appassionante del Paradiso. Oppure della domanda che mi ronza in testa da anni e che incardina questo articolo: perché, semplificando con l’accetta, quando in America partorivano Breaking Bad noi eravamo (e in un certo senso siamo ancora) all’ennesima stagione di Don Matteo?

E siccome detta così può sembrare un’antinomia troppo soggettiva, la àncoro a due categorie decisive di cui l’ex-critica televisiva del New Yorker Emily Nussbaum aveva parlato al Venerdì. In breve: fin quando negli Stati Uniti c’è stata la tv generalista, coi canali in chiaro, le serie hanno raccontato gli eroi che, piacendo a un pubblico ampio, facevano contenta la pubblicità. Da quella via cavo in poi, con tante nicchie che pagavano l’abbonamento, hanno osato passare agli antieroi. Come il mafioso che va dallo psicoterapeuta (The Sopranos) o l’integerrimo prof di chimica che diventa narcos (Breaking Bad, appunto). Cattivi vulnerabili. O buoni che, per una catena di circostanze, diventano proverbiali figli di puttana. Veri come la vita, o la grande letteratura. E non caricaturali come certi santini che spesso spadroneggiano sul nostro prime time.

TERRORIZZATI DALLE CAUSE

Per solidarietà di categoria – commerciamo entrambi in parole – parto dagli sceneggiatori. Si dà poi il caso, tanto per confermare il cliché dell’Esquilino roccaforte del cinema, da Sorrentino&Garrone in giù, che uno di loro viva a due minuti da casa mia e l’altro addirittura due piani sopra.

Michele Pellegrini (Il clandestino, La mafia uccide solo d’estate) è vicepresidente di Writers Guild Italia, un sindacato di sceneggiatori. Incassa signorilmente l’addebito di storie italiane a cattiveria limitata, poi la scompone. Dice: «Il coraggio ci sarebbe, ma spesso resta sulla carta dei soggetti. Perché essere scorretti ha un costo: restringe il mercato che da noi, al 70/80 per cento, è servito dai prodotti generalisti, Rai o Mediaset. Se non un vero antieroe puoi fare un personaggio sfaccettato, come il sostituto procuratore Imma Tataranni o il vicequestore Rocco Schiavone, sapendo però che fanno decisamente meno di Don Matteo».

Ma le nostre serie starebbero alla larga dalla realtà anche per «paura delle cause». Tipo: «Da noi è quasi impossibile parlar male di qualcuno o qualcosa. Una battuta sulle “cazzo di birre artigianali” ci è costata seimila euro di danni a un’associazione che le raggruppa. Idem per aver parlato di “ulivi morti in Salento”. Se nell’americana Il problema dei tre corpi uno può dire “Fottuta Vodafone”, noi invece dobbiamo trasformare “WhatsApp” in “messaggino” per evitare il marchio commerciale. Il diavolo sta nei dettagli. E a forza di toglierli restano solo i santi». E a forza di pixelare resta solo un’immagine sgranata, cartoonesca, finta.

LE FAMIGERATE “NOTE”

Giro il quesito a Enrico Audenino, sceneggiatore tra i più richiesti (Un amore, Summertime). Introduce il tema delle famigerate “note”, le osservazioni/proposte di correzione con cui prima la produzione (che paga lo sceneggiatore) e poi il canale (tv o piattaforma che pagano il produttore) glossano il manoscritto. Dice: «Parliamo di 2-3 persone al primo giro e altrettante al secondo. Una mediazione tra molte teste. Ok essere artigiani che aggiustano un’idea, ma talvolta capita che eri partito per fare un tavolo e alla fine ti ritrovi un divano». Ma correzioni di che tipo? «La sensazione è che il pubblico che i committenti hanno in mente sia ancora quello di Rai 1. Che va confortato, non sfidato. Quella delle piattaforme come promessa di libertà assoluta è un’illusione durata poco. Forse nemmeno in America, oggi, potrebbero rifare Breaking Bad».

Lo crede anche Peter Biskind, l’americano ex-direttore della rivista di cinema Premiere che ha scritto Pandora’s Box. Dove un variegato coro di addetti ai lavori sostiene che le piattaforme ormai cercano il rassicurante centro, non più l’eccitante estremità. Anche perché, tra investimenti in aumento e abbonamenti in calo, la pubblicità è arrivata anche sullo streaming. E il Mulino Bianco, per dire, probabilmente non gradirebbe arrivare dopo la scena in cui Frank Underwood (House of Cards) spezza il collo al cagnolino.

Intanto Hbo, network sinonimo di innovazione, immagina Game of Thrones in puntate da 20 minuti, più commestibili sui telefonini. E la sceneggiatrice Justine Bateman rivela di showrunner accusati dalle piattaforme di «non essere abbastanza da secondo schermo», ovvero di essere portatori di storie troppo complesse per spettatori che le guardano con un occhio fisso al cellulare. “L’età dell’oro della tv non luccica più”, come riassume l’Economist?

IL CASO sorrentino

Se c’è un controesempio ecumenico alla presunta penuria italica di antieroi è Boris, proprio sul cialtronesco mondo della tv. Incontro Giacomo Ciarrapico, autore assieme a Luca Vendruscolo e all’indimenticato Mattia Torre, con la deferenza che si tributa ai geni. Mi racconta, con comicità che sgorga come acqua di fonte, di aver dovuto spostare il funerale della mamma per non dare la terza buca a Roberto Gualtieri che doveva vedere per una serie su un immaginario sindaco di Roma con Valerio Mastandrea.

Ciarrapico, oracolo sapienziale, procede per illuminazioni. Dice: «Noi giudichiamo i nostri personaggi, gli americani no. Noi ci chiediamo “perché” metterne uno o un altro? Loro invece “perché no?”. Noi abbiamo paura dei mostri, loro ti fanno amare anche un cannibale. Però abbiamo fatto passi avanti. Gli omosessuali oggi sono benvenuti, ma non possono tradire: sarebbe troppo! Le persone di colore non parlano più coi verbi all’infinito... però devono avere un grande dolore dentro» e mentre lo dice è tale e quale a René Ferretti, l’irresistibile regista della serie.

Ok, ma colpa vostra o dei produttori? «I produttori di una volta non esistono più. Ora anticipano il denaro messo da Rai, Netflix, Sky. I nostri fanno fronte comune con noi contro la piattaforma. Che può cavillare (la formula romanesca era decisamente più sapida: stavolta i braghettoni li mettiamo noi, ndr) fino allo sfinimento. Resistiamo fino a quando non sentiamo pronunciare la parola deal break, la linea rossa che manderebbe in vacca tutto il progetto. Complessivamente, però, meniamo a destra e a sinistra. Ricorda Moretti quando, in Ecce Bombo, diceva: ve lo meritate Alberto Sordi? Già allora non era scontato fare nomi e cognomi, ma neppure impossibile». In altre parole, anche senza essere Sorrentino, un semidio cui pochi provano a imporre alcunché, forse osare di più si potrebbe.

Dal FRONTE DEI PRODUTTORI

Torniamo nei magnifici studi di Cattleya, una factory americana a San Lorenzo. Tozzi ascolta benevolo la provocazione, che non lo persuade. Spiega: «La fiction generalista è figlia della radio, del radiodramma. Deve rivolgersi a un pubblico molto vasto. Non necessariamente avanzato. Acquartierato in provincia. Ha da essere popolare. La serialità dei canali selettivi è invece figlia del cinema: un altro animale. Ma noi lo sappiamo bene: abbiamo fatto, con gli antieroi di cui parla, Romanzo criminale, Gomorra e Suburra. Per le quali i benpensanti ci hanno addirittura accusati di aver traviato i giovani». Gomorra è il prezzemolo che spunta in ogni conversazione. Insiste: «Uno standard internazionale. Con una realizzazione cinematografica migliore di Breaking Bad. Che però ha senso sui canali a pagamento. Mentre in chiaro, entrando nelle case senza bussare, io stesso l’ho avvertita come aggressiva. E non è andata bene».

Da Cattleya le serie meno politicamente corrette, loro o altrui, le chiamano «storte». Apparterrebbero al club Christian, su un picchiatore con le stimmate, e Il Re, su un direttore di carcere molto spiccio. Me le sono guardate ma, con inalterata stima per gli sceneggiatori, mi è rimasto un retrogusto o di famolo strano o di formulaico. Magari sono gli attori che, per motivi di costi, hanno a disposizione due ciak contro i venti di The Crown. O la solita dialettica con la produzione. «Il nostro intervento editoriale» giura Tozzi «non è mai per appiattire ma per garantire la tenuta delle strutture drammaturgiche». Ci sono in ballo milioni di euro, ne hanno tutto il diritto.

Chiedo a Nicola Giuliano, fondatore di Indigo Film che ha prodotto la convincente The Bad Guy, su un magistrato che è anche mafioso. Dice: «Il nostro ritardo lo stavamo lentamente colmando quando le piattaforme hanno sterzato verso il generalismo. D’altronde la tv riflette ciò che succede fuori. L’analfabetizzazione avanza. E, con la fine della complessità, paga il racconto semplice, didascalico, con personaggi senza ombre. Ne soffriamo ma, se gli operatori ci dicono che così fanno numeri migliori, non possiamo che alzare le braccia». In verità, resistono. Sviluppando da soli le sceneggiature per portarle ai canali solo quando pronte: «A quel punto si possono fare aggiustamenti, ma la storia rimane quella. Se invece coinvolgi il broadcaster da subito, ha voce in capitolo su tutto».

LADY PIATTAFORMA

Ed eccola, infine, Lady Broadcaster. Tinny Andreatta, prima direttrice di Rai Fiction e oggi capa dei contenuti di Netflix Italia. E forse anche questo passaggio qualcosa vorrà dire. La incontro nella sede romana non troppo più piccola né meno fortificata della vicinissima ambasciata Usa. Gode tra i televisivi di status totemico. Viene da Bologna, città cattocomunista per antonomasia che, da breve chiacchierata con lo storico dell’università di Pisa nonché esperto di serie Alberto Mario Banti, è una delle possibili piste culturali del perché noi italiani fatichiamo a rinunciare al ruolo consolatorio del piccolo schermo. D’altronde, aggiunge Banti, «basta vedere i talk show con ospiti sempre uguali e politici che rifuggono la complessità per gli slogan».

Andreatta è una donna con enorme controllo della materia che ingerisce la critica, la metabolizza per sintetizzarla nel suo contrario. Alla mia coppia eroi/antieroi preferisce la sua. Gli imperfect heroes, personaggi contraddittori alla Tutto chiede salvezza, o Questo mondo non mi renderà cattivo di Zerocalcare o Inganno, su una donna matura e il suo giovane amore. E i rough heroes, sincere canaglie alla Gomorra. Garantisce che il mandato di Netflix «è uscire da una visione consolatoria e stereotipata dei personaggi».

Ma non è che adesso, essendovi molto ingranditi, vi siete invece un po’ imborghesiti e inseguite il nazionalpopolare? «Ho iniziato col cinema d’autore. Ho fatto in Rai antieroi come L’amica geniale e, a suo modo, Montalbano. Potevo restare a occuparmi di un pubblico più anziano (riconoscendo che ogni pubblico contiene moltitudini, che a volte cercano storie sfidanti, altre volte più escapiste) o cercarne di diversi. E sono qui, nel posto sinonimo di innovazione». Innovazione in America, però: se lo immagina da noi un presidente della repubblica che piscia sulla tomba del padre? «Aspetto che qualche sceneggiatore mi porti un’idea così brillante come House of Cards. Ne sarei felice. Da noi, anche rispetto a Spagna, Corea e Turchia, gli sceneggiatori scontano un ritardo nella serialità. La scommessa resta essere coraggiosi ma non autoreferenziali».

La palla finisce in tribuna. Le squadre son rimaste nella propria metà campo. Uno sceneggiatore che interpello ai titoli di coda mi dice che in verità nessuno produce più niente se non c’è dietro una “Ip” che sta per intellectual property, cioè serie straniera da adattare o libro di successo. Così vanno relativamente sul sicuro. Alla fine so di avere parlato con brillantissimi sceneggiatori e altrettanto brillanti produttori le cui creature, talvolta, scintillano meno di loro.

Ma, come spiegava Truffaut, «tutti hanno due mestieri: il proprio e quello di critico cinematografico», me compreso. Per l’eventuale sequel di quest’articolo l’unica sarà farsi dare il manoscritto e confrontarlo col girato finale. Anche questo però potrebbe non bastare, avverte l’ultima fonte, perché quando scriviamo lo facciamo già pensando a dove potrebbe finire.

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