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La lotta contro il cancro è come un noir. D’autore

I macrofagi, cellule del sistema immunitario (in blu) che fagocitano cellule danneggiate e sconosciute comprese quelle cancerose (in rosa) (Steve Gschmeissner / Spl / Agf) 
L’ultima ricerca dell’immunologo Alberto Mantovani punta il dito sui macrofagi: «dovrebbero difenderci dai tumori e invece si comportano come poliziotti corrotti». Intervista
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Un anticorpo ci salverà: la lotta ai tumori non può prescindere dal sistema immunitario, secondo lo scienziato italiano più citato nel mondo, Alberto Mantovani, pioniere nostrano dell’immunoterapia anticancro. Direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e professore emerito di Humanitas University Research Hospital, il 30 giugno riceverà la Krebs Medal in occasione della sua conferenza al 48esimo congresso internazionale della Federazione europea delle società di biochimica (Febs), a Milano dal 29 giugno al 3 luglio.

L’immunologo Alberto Mantovani. (Vincenzo Lombardo/Getty Images) 

Professor Mantovani, qual è il fattore chiave nella lotta al cancro?

«Ormai certi tumori hanno imparato a eludere le difese immunitarie e addirittura, in molti casi, a trasformare in alleato chi dovrebbe distruggerle. È il caso – come abbiamo scoperto col mio gruppo – dei macrofagi, cellule che sono la p…

Un anticorpo ci salverà: la lotta ai tumori non può prescindere dal sistema immunitario, secondo lo scienziato italiano più citato nel mondo, Alberto Mantovani, pioniere nostrano dell’immunoterapia anticancro. Direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e professore emerito di Humanitas University Research Hospital, il 30 giugno riceverà la Krebs Medal in occasione della sua conferenza al 48esimo congresso internazionale della Federazione europea delle società di biochimica (Febs), a Milano dal 29 giugno al 3 luglio.

L’immunologo Alberto Mantovani. (Vincenzo Lombardo/Getty Images) 

Professor Mantovani, qual è il fattore chiave nella lotta al cancro?

«Ormai certi tumori hanno imparato a eludere le difese immunitarie e addirittura, in molti casi, a trasformare in alleato chi dovrebbe distruggerle. È il caso – come abbiamo scoperto col mio gruppo – dei macrofagi, cellule che sono la prima linea di difesa del nostro organismo e che normalmente neutralizzano il 90 per cento delle minacce esterne e interne. Certi tumori riescono a trasformare i macrofagi in “poliziotti corrotti” che invece di affrontare i criminali li favoreggiano, aiutando i tumori ad alimentarsi, a eludere la distruzione da parte delle altre cellule immunitarie e a produrre metastasi».

Sembra di essere in un romanzo noir, dove però si rischia la vita davvero. Come possiamo difenderci?

«Capendo come agiscono i “poliziotti corrotti”: possiamo immaginare il sistema immunitario come un’automobile dotata di molti freni, utili ad evitare che, quando una minaccia è neutralizzata, una reazione immunitaria eccessiva ci danneggi. I macrofagi, quando passano al servizio del cancro, schiacciano questi freni e così impediscono che il sistema immunitario si sbarazzi delle cellule cancerose. Con il mio gruppo stimiamo che ci siano 13 freni che inibiscono i macrofagi, ad oggi sui pazienti riusciamo a toglierne due ad alcune cellule del sistema immunitario dette cellule T. Al contempo stiamo cercando armi anticancro nuove…».

E dove le cercate?

«Un posto promettente è la “materia oscura” del genoma umano: ancora oggi la scienza ignora la funzione di circa il 15 per cento delle proteine codificate dal nostro Dna. Scoprirla potrebbe darci nuovi farmaci».

A proposito di farmaci: tanti malati sperano in chemioterapie meno distruttive. A che punto siamo?

«È stato sviluppato un sistema che permette di far arrivare il farmaco antitumore soltanto là dove serve, ovvero sulle cellule cancerose, e non in tutto l’organismo, evitando così i danni collaterali della chemioterapia classica. Sfruttando il “fiuto” che gli anticorpi hanno per identificare le cellule cancerose, oggi possiamo iniettare nel paziente un composto formato da un anticorpo e un farmaco. Se l’anticorpo incontra una cellula tumorale, si lega ad essa e libera le molecole del farmaco che la distruggono. Ci sono risultati molto buoni contro un tipo di cancro alla mammella».

So che un limite delle cure a base di anticorpi è che non riescono sempre a superare le barriere che il tumore erige attorno a sé…

«Una nuova e promettente soluzione sono i nano-anticorpi. Si è visto che i camelidi come lampa e alpaca hanno anticorpi molto più piccoli dei nostri, che penetrano meglio nei tessuti. Oggi, modificati per l’uso nell’uomo, sono in sperimentazione clinica».

Qual è la frontiera più avanzata nella lotta al tumore?

«Una è quella dei “farmaci viventi”, ovvero le terapie dove si iniettano nel paziente cellule vive, che si replicheranno nell’organismo. Lo facciamo con le cellule immunitarie: preleviamo quelle del paziente, le addestriamo in provetta ad aggredire un certo tumore, e poi le reiniettiamo nel paziente perché facciano il loro lavoro. Questa strategia (detta CAR-T) usa i linfociti T, che distruggono le cellule tumorali, e dà risultati importanti nelle leucemie e nei linfomi. Lo stesso approccio oggi è in sperimentazione clinica con nuove cellule: le CAR-M, dove addestriamo i macrofagi, e le CAR-NK, dove ad essere addestrato è un tipo di cellule dette “natural killer”, altrettanto micidiali per i tumori».

Al di là delle contromisure che impegnano voi scienziati di frontiera, cosa possiamo fare contro il cancro noi persone comuni?

«Si può fare molto per prevenirlo. Un fronte importante è la lotta all’obesità, che è un carcinogeno, come dice l’Oms. L’obesità aumenta il rischio di quasi tutti i tumori, perché il tessuto adiposo è pieno di cellule del sistema immunitario che, se il grasso è in eccesso, si disorientano, ricevono troppi messaggi e alzano il tono infiammatorio, che è una causa di cancro. Per questo uno strumento prezioso, ed economico, per prevenire il cancro è la bilancia».

In quali altri modi possiamo prevenire?

«Io ho una formuletta: 0-5-30. Significa: “Zero fumo. Cinque dosi di frutta o verdura fresche al giorno (hanno un effetto protettivo anticancro ormai conclamato). Trenta minuti di esercizio fisico».

Gli integratori vitaminici servono?

«Non possono assolutamente rimpiazzare frutta e verdura. Uno studio a cui abbiamo collaborato mostra che le nostre cellule immunitarie, nel tratto gastro-enterico, mettono fuori un “periscopio” sul quale hanno recettori per alcuni principi presenti in alcune verdure – soprattutto i broccoli – che così le attivano. Nessun dato suggerisce che la stessa cosa possa succedere con le pillole vitaminiche».

Un giorno potremo vaccinarci contro il cancro, come facciamo contro il Covid?

«Innanzitutto esistono già oggi vaccini che possono aiutarci a prevenire certi tumori. Ad esempio quello contro l’epatite B. Il carcinoma del fegato (che rappresenta il quinto tumore più comune a livello globale) nella maggioranza dei casi insorge dopo un’infezione cronica dai virus dell’epatite B e C. Per fortuna in Italia il vaccino contro la B è obbligatorio per i bambini, ed è uno dei motivi per cui il cancro al fegato è in calo da anni. Il secondo vaccino che si può fare già oggi è quello contro il virus del papilloma, che causa il cancro alla cervice dell’utero nella donna e il cancro della testa e del collo nell’uomo. Sono tumori largamente prevenibili, eppure oltre mille donne ogni anno in Italia muoiono per il cancro della cervice. Purtroppo la copertura vaccinale da noi non arriva al 50 per cento».

Ma esistono vaccini in grado di curare il cancro in chi lo ha?

«Ad oggi non ce n’è nessuno approvato. La speranza, con basi molto incoraggianti soprattutto nel caso del melanoma, tumore solido altrimenti difficile da combattere, è quella dei vaccini a mRNA personalizzati, ovvero realizzati su misura. Si può combinare una strategia che, tramite anticorpi, tolga i freni all’automobile del sistema immunitario con uno di questi vaccini mRNA (oggi sviluppati negli Stati Uniti o in Germania da BionTech) che è come se aggiungessero benzina».

A che punto siamo nella soluzione della crisi degli antibiotici (molti batteri stanno diventando sempre più resistenti)?

«Anche qui i vaccini danno una mano. Se ci vacciniamo contro lo pneumococco – cosa utile soprattutto alle persone in età avanzata – diminuiranno le infezioni, si useranno meno antibiotici per trattare l’infezione e quindi avremo anche meno pneumococchi che svilupperanno resistenza. La seconda speranza è di sintetizzare nuovi vaccini e anticorpi che aggrediranno i batteri resistenti. È una delle missioni del nuovo centro (Fondazione Biotecnopolo) che entrerà in funzione a Siena, guidato dal vaccinologo Rino Rappuoli, con cui collaboriamo».

Sul Venerdì del 28 giugno 2024

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