L’ultima moda dei giovani coreani: le pietre da compagnia
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO. Un sasso per amico. O animale domestico. E, perché no, entrambe le cose. È la nuova moda tra i giovani sudcoreani, segnati da anni di solitudine da Covid e consumati dal lavoro in un Paese che è tradizionalmente iper competitivo e vanta – lo certifica Harvard – uno dei tassi di stress più alti del mondo: il 95 per cento della popolazione dichiara di vivere sotto pressione. «Ho comprato una pietra da compagnia durante la pandemia. Volevo avere qualcosa al mio fianco mentre ero sola davanti al computer. Ogni tanto prendevo il mio sasso dal suo lettino e lo accarezzavo. A volte gli parlavo come se stessi parlando a me stessa», ha raccontato alla stampa di Seul la ventinovenne Lim. C’è chi sui sassi disegna un paio di occhi finti, chi li “veste” con cappellini o occhiali da sole, chi prepara un lettino e poi rimbocca loro le coperte la sera prima di andare a dormire, chi gli applica delle “maschere di bellezza”, chi – e in fondo è la cosa più normale – dà loro un nome. La mania è…
PECHINO. Un sasso per amico. O animale domestico. E, perché no, entrambe le cose. È la nuova moda tra i giovani sudcoreani, segnati da anni di solitudine da Covid e consumati dal lavoro in un Paese che è tradizionalmente iper competitivo e vanta – lo certifica Harvard – uno dei tassi di stress più alti del mondo: il 95 per cento della popolazione dichiara di vivere sotto pressione. «Ho comprato una pietra da compagnia durante la pandemia. Volevo avere qualcosa al mio fianco mentre ero sola davanti al computer. Ogni tanto prendevo il mio sasso dal suo lettino e lo accarezzavo. A volte gli parlavo come se stessi parlando a me stessa», ha raccontato alla stampa di Seul la ventinovenne Lim. C’è chi sui sassi disegna un paio di occhi finti, chi li “veste” con cappellini o occhiali da sole, chi prepara un lettino e poi rimbocca loro le coperte la sera prima di andare a dormire, chi gli applica delle “maschere di bellezza”, chi – e in fondo è la cosa più normale – dà loro un nome. La mania è nata quando alcuni membri delle popolarissime band di musica K-pop, come Seventeen e Enhypen, hanno dato sfoggio delle loro rocce da compagnia sui social. Migliaia di persone li hanno seguiti, suscitando l’interesse della stampa nazionale e internazionale. «Spesso mi lamento con la mia pietra di quanto è stata stancante la giornata», ha spiegato al paludato Wall Street Journal il trentenne Lee, che lavora in un’azienda farmaceutica. «Naturalmente si tratta di un oggetto inanimato che non può capirti. Ma è un po’ come parlare con il proprio cane e per certi versi può essere rilassante». A festeggiare sono le ditte specializzate nel settore minerario, che in questi mesi hanno visto svilupparsi un nuovo filone commerciale. E lo hanno sfruttato a colpi di video e tutorial sui social. «Vendiamo circa trecento pietre da compagnia al mese. I clienti sono per lo più donne tra i 20 e i 30 anni», ha detto al quotidiano Korea Herald il proprietario di un negozio di Seul.
All’inizio fu una scatola…
Chi si è buttato nel business non si è inventato nulla di nuovo, in realtà. Fu il pubblicitario americano Gary Dahl a lanciare per primo, nel 1975, i pet rocks, i sassi da compagnia. Per 3 dollari e 95 centesimi la gente inspiegabilmente iniziò a comprare sassi che, solo a cercarli, avrebbe potuto trovare facilmente in natura. Dahl quell’anno ne vendette un milione e mezzo: «Uno degli esperimenti di marketing più assurdamente riusciti di sempre», scrisse all’epoca il settimanale Newsweek. L’idea era semplice: un “animale domestico” che non richiedeva nessun impegno. Il colpo di genio stava nella confezione: ogni Pet Rock stava in una scatola di cartone con tanto di fori per far passare l’aria e “far respirare” il sasso. Durò un anno, poi la moda passò.Torna ora dall’altra parte del mondo. «Per secoli le società dell’Asia orientale hanno apprezzato le pietre ornamentali che ricordano i paesaggi naturali e simboleggiano l’eternità», ha spiegato al Wall Street Journal Kim Jin-kook, professore dell’Istituto di ricerca di studi coreani della Korea University. Il motivo? «Le rocce non cambiano e danno alle persone un senso di stabilità».
Rilassarsi in modo un po’ bizzarro è sempre stata una tradizione per i sudcoreani. Qualche anno fa andava di moda sdraiarsi dentro delle bare in una sorta di finto funerale, o entrare in una finta prigione per meditare. Anche quest’anno, inoltre, si è tenuto il solito festival del dolce far niente: davanti al palazzo di Gyeongbokgung, nel centro di Seul, decine di persone di tutte le età sedute su tappetini da yoga a fissare il vuoto. Le regole sono semplici: non fare assolutamente nulla, ma senza addormentarsi.
I sudcoreani lavorano in media 1.915 ore all’anno, ben oltre la media dei Paesi Ocse, che è di 1.716. Ma mentre in altre parti del mondo si stanno diffondendo varie formule per conciliare impiego e vita privata, qui lo scorso anno il governo ha proposto di portare da 52 a 69 ore la settimana lavorativa: dopo le proteste (nel 2023 alla parata del 1° Maggio per le vie del centro uno dei cori che i lavoratori lanciavano più di frequente era “Ci volete far morire”) c’è stato il dietrofront.
Pausa silenzio
Ansia da carriera, troppo lavoro, squilibrio tra ufficio e vita privata: questi i principali motivi di stress menzionati dai giovani in un sondaggio condotto due anni fa dal governo. Un ragazzo su tre ha sperimentato il cosiddetto burnout, l’esaurimento.Un anno fa eravamo andati a visitare nella capitale sudcoreana una delle “oasi” urbane per fuggire dallo stress. Se la città gira a mille all’ora e non si ferma mai, bisognerà pur trovare uno spazio per sé stessi. Fissando le nuvole e gli alberi: in completo silenzio. Alcuni giovani lo hanno individuato in una stradina nella zona di Forest, uno dei grandi parchi della città: si chiama Green Lab, minuscola tea house con posti a sedere limitatissimi. Le regole di questa oasi ce le aveva spiegate Hyo, una delle ragazze che la gestiscono.«Vietato parlare. Vietato fare foto. Vietato spostare le sedie. Nella nostra sala possono entrare solo quattro persone alla volta, abbiamo tre fasce orarie. Ti prenoti e per un’ora e mezzo esci dal caos. Abbiamo aperto tre anni fa, quando è scoppiato il Covid. La maggior parte di chi viene qui ha tra i 20 e i 30 anni. Quando arrivano sono esausti. Forse noi sudcoreani non sappiamo più come rilassarci». Niente paura, ora c’è l’amico-sasso.
Sul Venerdì del 5 luglio 2024