Michele Serra: avessi vent’anni me ne andrei anch’io
di Michele SerraCaro Michele, Milano è la mia città ma ho anche vissuto a Tokyo, a Zurigo, in British Columbia e adesso a Londra, ormai da vent’anni. Torno regolarmente in Italia per incontrare famigliari e amici, ed è sempre piacevole. Ma ci sto bene perché in Italia vado in vacanza, non ci vivo. Purtroppo, è tremendamente vero: si vive meglio altrove. L’elenco delle cose che funzionano meglio nei Paesi dove ho vissuto è lungo: la burocrazia che aiuta le persone, cittadini che accettano e rispettano le regole di convivenza civile (nessuno salta la coda), maschilismo e razzismo considerati socialmente inaccettabili, meritocrazia e competenza invece delle raccomandazioni personali: non sono luoghi comuni, è la realtà che viviamo tutti i giorni. Con la mancanza di rispetto per il prossimo (pensa a chi evade il fisco o salta la coda), osservo che in Italia manca, specialmente di questi tempi, anche la tolleranza verso tutto ciò che non è conforme alla nuova narrazione reazionaria. Io voglio vivere dove …
Caro Michele, Milano è la mia città ma ho anche vissuto a Tokyo, a Zurigo, in British Columbia e adesso a Londra, ormai da vent’anni. Torno regolarmente in Italia per incontrare famigliari e amici, ed è sempre piacevole. Ma ci sto bene perché in Italia vado in vacanza, non ci vivo. Purtroppo, è tremendamente vero: si vive meglio altrove. L’elenco delle cose che funzionano meglio nei Paesi dove ho vissuto è lungo: la burocrazia che aiuta le persone, cittadini che accettano e rispettano le regole di convivenza civile (nessuno salta la coda), maschilismo e razzismo considerati socialmente inaccettabili, meritocrazia e competenza invece delle raccomandazioni personali: non sono luoghi comuni, è la realtà che viviamo tutti i giorni. Con la mancanza di rispetto per il prossimo (pensa a chi evade il fisco o salta la coda), osservo che in Italia manca, specialmente di questi tempi, anche la tolleranza verso tutto ciò che non è conforme alla nuova narrazione reazionaria. Io voglio vivere dove le minoranze sono accettate e integrate. Diversi punti di vista su religioni, orientamenti sessuali, tipo di famiglia, riproduzione assistita e interruzione di gravidanza, decisioni sul fine vita, abitudini alimentari possono convivere rispettando le opinioni e i diritti di tutti. Nella scuola dei miei figli si parlano 45 idiomi e si celebra il Natale ma anche l’Hanukkah ebraica e il Diwali indiano, ed è una cosa meravigliosa. Coniugare tradizione e diversità non solo è possibile, ma è anche una scelta lungimirante e intelligente: le società dove si integrano culture diverse sono anche quelle più ricche e sviluppate. Altro che il nostro patetico e ottuso nazionalismo autocratico all’amatriciana. Un mio amico dice che l’Italia ha tutto quello che si può desiderare al mondo: il clima, le opere d’arte, Dante e Michelangelo, Walter Bonatti e Giorgio Gaber, spiagge di sabbia rosa e mare cristallino, le Langhe e le Dolomiti, il cibo e la storia di Roma. But God gives and takes. Quindi nel suo essere infinitamente giusto, Dio ha poi dato all’Italia gli italiani: simpatici, furbi, irrispettosi e anche un po’ bugiardi, maschilisti e razzisti. Lo specchio dei politici che vanno di moda adesso.
Francesco
Caro Francesco, non so se sia questa contingenza politica ad appesantire il nostro sguardo; o se la “italianità” della quale tu parli sia una specie di guaio strutturale, stratificazione dei secoli (e dunque ci vorranno altri secoli per cambiare). Certo questo governo, così greve, vernacolare, aggressivo, provinciale, non aiuta a essere meno pessimisti. E la china da risalire, spesso, sembra così alta che viene voglia di lasciar perdere. Io vivo nella mia nicchia fortunata, lavoro, famiglia, amici e natura sono la nuvola felice nella quale sprofondare, e ripararmi. Ma forse se avessi vent’anni me ne andrei, alla ricerca di condizioni di vita che – in sintesi – definirei “meno maleducate”. Più vocate alla convivenza e al rispetto degli altri. Qui, è come se fossero saltati alcuni degli ammortizzatori sociali primari. Non dico il Welfare (che pure conta assai), dico il linguaggio quotidiano, la maniera di rapportarsi agli altri, la capacità di stare zitti, almeno ogni tanto, e ascoltare. Generalizzo, ovviamente. Ci sono persone e situazioni di prim’ordine, capacità professionali e generosità, perfino pezzi di Stato e di vita pubblica che funzionano, nonostante tutto. Ma molti tappi sono saltati, l’umore collettivo sembra in prevalenza ostile e ringhioso, e alle solite vecchie lagnanze sulla furbizia italica si è aggiunta una malagrazia diffusa, come se anche il velo dell’ipocrisia non fosse più considerato necessario.E dunque si ricomincia a partire, e non più per la fame, ma per l’angustia politica e culturale, il senso di piccineria e di provincialismo per giunta mascherati da “patriottismo”. La lettera che segue sottolinea la fatica di reggere lo spettacolo di un Paese che, pur essendo in affanno, fa finta di essere gagliardo, anzi gajardo, per dirla con il linguaggio di Palazzo Chigi.
Non basta un ponte
a fermare l’esodo
Caro Michele Serra le scrivo dopo aver letto sul Venerdì l’articolo-inchiesta Quelli che se ne vanno da Piazza Armerina. Il Mezzogiorno, e in particolare la Sicilia, si sta spopolando, gran parte dei suoi giovani sta andando via alla ricerca di una qualità della vita migliore. Chi le scrive ha fatto la stessa scelta nel lontano 1977. Avevo appena 20 anni. Sono partita da un piccolo paesello della provincia di Enna, confinante con Piazza Armerina, che si chiama Barrafranca. Un paese agricolo da dove gli uomini erano costretti ad emigrare. Dico gli uomini perché alle donne non era permesso allontanarsi dal paese natìo da sole, senza essere sposate. Io ho dovuto lottare pure per poter andare a scuola. Preso un diploma, a 20 anni, ho messo i miei genitori di fronte al fatto compiuto, o mi lasciavano partire o me ne sarei andata comunque. Andai a Roma insieme a un’amica. Mi sono iscritta all’Università, Sociologia del lavoro. Studiando e lavorando sono riuscita ad acquistare una casa tutta mia e non mi pento di nulla. I giovani che partono oggi dal paesello della Sicilia centrale hanno già una laurea in mano e anche un Master o un Erasmus. E hanno anche genitori fieri di loro, che li aiutano. È giusto e bello che sia così. Farei anch’io la stessa cosa. Oggi che sto per andare in pensione mi tocca sentir parlare di autonomia differenziata da un Salvini qualsiasi, che vuole costruire il Ponte di Messina anziché occuparsi di lavori e infrastrutture che possano modernizzare il Sud e la Sicilia in particolare. Nei paesi dell’entroterra manca persino l’acqua corrente nelle case, costrette a utilizzare quella che accumulano in grandi serbatoi riempiti a giorni alterni. Certo che i giovani vanno via e non tornano più. Non l’ho fatto io, perché dovrebbero farlo loro? Per passeggiare sul Ponte di Messina?
Giuseppina Ferreri
Le riforme della destra
mi spaventano eccome
Caro Serra, da qualche tempo esperti di vario genere (costituzionalisti, giornalisti, politici) sostengono con viso sorridente che no, non c’è rischio per la democrazia con le riforme del premierato, dell’autonomia differenziata o della giustizia. Dicono che la nostra democrazia è solida, i cambiamenti saranno solo positivi e il capo dello Stato e il Parlamento vigilano. Queste dichiarazioni servono a far passare l’idea che le preoccupazioni siano esagerate, nonostante gli appelli anche di autorevoli costituzionalisti, e che alla fin fine sarebbero soltanto i partiti dell’opposizione a lanciare allarmi esclusivamente per ragioni di convenienza politica.
Orazio Palazzolo (Ragusa)
Caro Palazzolo, la domanda che ci facciamo in molti è se la Repubblica uscirà indolenzita, o magari ferita, da questo aspro passaggio, oppure ci lascerà le penne, e sarà rimpiazzata da un’altra cosa che già sappiamo, al cento per cento, ci piacerà di meno. Tutto sommato credo che le istituzioni (Europa compresa) hanno una loro solidità quasi del tutto autonoma dal succedersi dei governi. Mi annovero dunque tra i non troppo pessimisti, anche se credo sia importante mantenere vispi, e ben nutriti, gli anticorpi della democrazia. Mi domando, però, quando mai potremo tornare a essere addirittura ottimisti. Non ho più un’età in cui si possa dire: c’è tempo.