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“Ni una menos” (Non una di meno): il Messico dei femminicidi, ieri e oggi

Manifestazione contro la violenza di genere a Città del Messico (Photo by Jair Cabrera/NurPhoto via Getty Images) 
Nel ‘93 la reporter Lydia Cacho fu tra i primi a indagare sulle donne (migliaia) uccise a Ciudad Juárez. Arrestata e torturata, ora vive in Spagna. E ci racconta la violenza di genere nel Paese in cui è stata eletta la prima presidente donna
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Quando i corpi delle donne torturate, violentate e uccise iniziarono ad affiorare nel deserto, Ciudad Juárez era solo un angolo polveroso del Messico al confine con gli Stati Uniti. Nessuno prestava attenzione a quello che accadeva di notte nelle sue strade. Ragazze e bambine scomparivano senza lasciare traccia. La polizia si rifiutava di cercarle e i media di parlarne. Silenzio.L’antropologa Marcela Lagarde non aveva ancora introdotto nel dibattito pubblico messicano e globale la parola feminicidio, e il giornalista Sergio González Rodríguez non aveva scritto Ossa nel deserto, il libro che fece arrivare i fantasmi fin dentro le nostre case. La poetessa Susana Chávez Castillo non aveva pagato con la vita i versi – Ni una mujer menos, ni una muerta más (Non una donna di meno, non una morta in più) – che oggi le femministe portano in piazza ovunque, anche in Europa. In quanto a una donna presidente del Messico, fantascienza! Era il 1993, un altro mondo.

Quando i corpi delle donne torturate, violentate e uccise iniziarono ad affiorare nel deserto, Ciudad Juárez era solo un angolo polveroso del Messico al confine con gli Stati Uniti. Nessuno prestava attenzione a quello che accadeva di notte nelle sue strade. Ragazze e bambine scomparivano senza lasciare traccia. La polizia si rifiutava di cercarle e i media di parlarne. Silenzio.L’antropologa Marcela Lagarde non aveva ancora introdotto nel dibattito pubblico messicano e globale la parola feminicidio, e il giornalista Sergio González Rodríguez non aveva scritto Ossa nel deserto, il libro che fece arrivare i fantasmi fin dentro le nostre case. La poetessa Susana Chávez Castillo non aveva pagato con la vita i versi – Ni una mujer menos, ni una muerta más (Non una donna di meno, non una morta in più) – che oggi le femministe portano in piazza ovunque, anche in Europa. In quanto a una donna presidente del Messico, fantascienza! Era il 1993, un altro mondo.

In quell’anno la giornalista Lydia Cacho ricevette la telefonata che le cambiò la vita. Aveva trent’anni e non si era mai occupata di omicidi. Una sua amica, che lavorava come psicologa nello Stato di Chihuahua, la informava che stavano accadendo strane cose a Ciudad Juárez. Due suoi pazienti volevano che reporter provenienti da altri angoli del Paese andassero a documentare le sparizioni di giovani ragazze. Accettò la sfida. Iniziò a occuparsi di violenza di genere, traffico di esseri umani e pedofilia, diventando nel giro di poco tempo un bersaglio per i narcos e i politici corrotti. Arrestata e torturata, sfuggita ad attentati e attacchi armati, oggi vive in Spagna.

La contattiamo via mail. In calce alla sua risposta un messaggio pre-impostato ci avvisa ironico che se siamo spie dei governi e delle mafie dobbiamo sapere che anche i giornalisti hanno il diritto legale alla privacy. Le proponiamo di tornare indietro nel tempo, al Messico degli anni Novanta. Quella che ci racconta nel corso di una lunga videochiamata, è la storia di come la misoginia e la violenza di genere che si sono manifestate la prima volta su scala industriale a Ciudad Juárez (secondo alcune stime oltre 2.300 donne uccise dal 1993 a oggi, senza contare quelle scomparse e mai ritrovate) si sono estese a tutto il Messico. E di come un gruppo di donne coraggiose – madri, avvocate, giornaliste e attiviste – ha rotto il silenzio.

Allora non si parlava di violenza di genere?

«I direttori dei media erano i primi a censurare l’idea di documentare ciò che le donne subivano nelle case e sui luoghi di lavoro. Dicevano che era una questione privata, o che non era importante. Ma tra di noi, chi lavorava fuori dagli schemi, intuiva che le cose stavano diversamente».

A Ciudad Juárez avete trovato le prove.

«Parliamo di una città di confine, soggetta a una terribile povertà. Nei primi anni Novanta tantissime famiglie arrivano lì dalle zone rurali del Messico attratte dalle maquiladoras, gli stabilimenti delle multinazionali nordamericane che assemblano giorno e notte televisori o altri oggetti di consumo, destinati ai mercati esteri. Impiegano soprattutto giovani donne. Escono dai capannoni quando è già buio, tornano a casa sole. Ci sono bordelli ovunque. I soldati e gli uomini d’affari statunitensi chiedono sempre più donne e sempre più giovani, non ha alcuna importanza che siano schiave del sesso. I cartelli criminali gestiscono la droga, le armi, la prostituzione e il traffico di esseri umani. Esercitano un controllo politico brutale, sono infiltrati ovunque. Me ne accorgo subito, appena metto piede in città».

In che modo?

«Chi accetta di parlarmi, lo fa solo nelle case, quasi in segreto. La polizia è alleata dei narcos e i narcos coprono gli assassini. C’è una rete di protezione maschile molto estesa. Quando vado dalle istituzioni a chiedere conto del numero di donne che risultano scomparse e di quelle che sono state ritrovate morte, il capo della polizia mi dice che devo lasciare immediatamente la città. Gli chiedo se mi sta minacciando. Risponde: sto cercando di aiutarla, se ne vada. Perché se resta non posso garantirle che ne uscirà viva».

Accetta il “consiglio”?

«Mi fermo altre due settimane. Esther Chávez Cano, una femminista che da lì a poco aprirà un rifugio per donne maltrattate e un centro d’investigazione sulla violenza di genere, mi mostra un quaderno. Ci sono i nomi e i cognomi delle vittime, una breve descrizione fisica, la data e il luogo della sparizione. Se c’è un corpo, anche i dettagli di quello che ha subìto. Ci sono molte coincidenze: ragazze giovani, anche tredicenni, perlopiù impiegate nelle maquiladoras e scomparse nel nulla, alcune ritrovate morte con segni di una violenza sadica insopportabile».

Si sospetta un serial killer.

«La gente pensa che ci sia un’unica mano dietro quelle morti perché così dicono gli uomini e i giornalisti di successo. Lucha Castro, l’avvocata che inizia a portare i casi in tribunale, non crede a questa ipotesi. Lei e le altre attiviste intuiscono che dietro questa ondata di violenza c’è altro: alcune delle vittime avevano fidanzati violenti, relazioni che volevano interrompere, molte erano adolescenti povere, cercavano nello studio e nel lavoro l’indipendenza economica e la libertà. Nessuno le aveva protette. Nel 1997 l’antropologa Marcela Lagarde propone di utilizzare in Messico il termine feminicidio. La intervisto, mi spiega che non c’è solo la violenza sociale, quella di chi ammazza, ma anche una violenza istituzionale che nega i diritti umani e attraverso l’impunità pone le donne in una condizione permanente di rischio».

Che idea si è fatta di Abdul Latif Sharif, l’uomo che fu accusato di essere il serial killer di Ciudad Juárez?

«Era un chimico di origine egiziana, con precedenti di stupro e aggressione negli Stati Uniti. Nel 1995 il governo di Chihuahua è sotto pressione, ormai è scoppiato il caso e lui è il colpevole perfetto. La scienza forense di quegli anni non riesce a inchiodarlo e comunque i femminicidi continuano dopo il suo arresto. Muore in carcere dichiarandosi innocente. Penso che a un certo punto abbia fatto comodo a molti scaricare su di lui la responsabilità».

La violenza che si è manifestata a Ciudad Juárez si è poi estesa anche al resto del Messico.

«C’è stato un momento in cui è diventato chiaro il legame tra violenza e impunità. Potevano uccidere una ragazza che li rifiutava, sfogarsi su un’adolescente che dopo il lavoro tornava a casa o brutalizzare una prostituta senza alcuna conseguenza. Le autorità dicevano che le vittime se l’erano cercata perché uscivano sole la sera, quando in strada c’erano uomini ubriachi. I giornali parlavano di prostituzione, mai di schiavitù sessuale. Iniziai a documentare quello che accadeva nei bordelli di Tijuana, Ciudad Juárez e nello Stato di Sinaloa, ben presto lungo tutto il confine. Capivo che le rotte della droga erano anche quelle delle armi e della tratta delle donne. In pochi anni il fenomeno si estese anche ad altre zone del Messico, era evidente che c’era un collegamento con il narcotraffico. Non che i femminicidi siano sempre opera dei cartelli criminali, ma dove loro controllano il territorio, dilagano l’impunità e gli omicidi seriali di donne, così come le aggressioni a giornalisti e attiviste».

E oggi? È cambiato qualcosa?

«Sono accadute molte cose in Messico grazie ai gruppi femministi, alle donne e agli uomini che hanno usato il loro talento e il loro potere per raccontare la verità e chiedere giustizia. Sono state approvate leggi che riconoscono l’origine e i motivi della crescente violenza mortale contro le donne. È stata creata una rete nazionale di avvocati e difensori per dare alle vittime adeguata attenzione e protezione. La risposta è stata feroce: hanno ucciso le madri che chiedevano giustizia per le figlie scomparse e le attiviste che le sostenevano, hanno minacciato e intimidito anche i giornalisti che ne scrivevano. Adesso succede che in alcuni casi, grazie all’ostinazione di famigliari e magistrati coraggiosi, la legge viene applicata e i responsabili finiscono in carcere. Ma se l’aggressore ha qualche legame con le reti criminali, il costo per perseguirlo è altissimo. È una situazione simile a quella che avete vissuto voi negli anni Novanta con la mafia siciliana. La criminalità governa il 36 per cento del territorio messicano, in queste zone denunciare e ottenere giustizia è difficilissimo».

Quante donne vengono uccise oggi in Messico?

«Prima della pandemia registravamo una media di sei-sette femminicidi al giorno. Dopo, almeno dieci».

Il governo Obrador cosa ha fatto?

«Passi indietro. Minimizzava la violenza sulle donne, considerava le critiche delle attiviste come un attacco alle sue politiche e ha finito con il ridurre i finanziamenti alle organizzazioni che si occupano di proteggere le vittime. Una scelta dalle conseguenze drammatiche: se una donna non può fuggire perché non ha un posto sicuro dove andare, se non trova assistenza legale e psicologica, le probabilità che venga uccisa aumentano del 60 per cento».

Per la prima volta nella sua storia il Messico ha oggi una presidente donna. Cambierà qualcosa?

«È già un successo impressionante che Claudia Sheinbaum sia stata eletta. Per non parlare del numero di uomini che oggi sono a suo favore. È una scienziata, una donna brillante e di sinistra, anche se molto più moderata di quanto vorrei. È stata un’alleata dei movimenti femministi, anche se a volte li ha traditi, come tutti i politici e le politiche del mondo. Spero veramente che con lei al governo il movimento delle donne riesca a ottenere maggiore protezione per le vittime».

Lei però non può tornare: troppe minacce. Qual è il costo che ha pagato per essere una giornalista e un’attivista per i diritti umani?

«Una ventina di anni fa ho scoperto di essere diventata una reporter di guerra nel mio stesso Paese, dilaniato da una guerra interna che aveva molto a che fare con tutto quello di cui stiamo parlando: criminalità organizzata e corruzione dello Stato. All’inizio ero giovane e non capivo quante cose stessi sacrificando. Le relazioni di coppia, quando vivi sotto minaccia, quasi sempre finiscono. Alla fine, ho dovuto lasciare il Messico, andare in esilio e ricominciare da zero. A sessant’anni».

La sua situazione è precipitata dopo la pubblicazione dei Demoni dell’Eden, il libro-inchiesta su una rete criminale che proteggeva e gestiva la pedopornografia infantile.

«In quel libro facevo i nomi di due ricchi imprenditori di Cancún e degli uomini ai quali procuravano bambine e bambini per il loro piacere. Filmavano i piccoli durante gli atti sessuali, rivendevano quel materiale sul mercato nero del web, tutto attorno una rete pedopornografica che coinvolgeva politici e uomini delle istituzioni muovendo milioni di dollari. Appena pubblicato, nel 2005, la polizia mi arrestò, mi torturò e mi condusse in un carcere a migliaia di chilometri da casa. Volevano che ritrattassi tutto. Non mi sono fermata. Nel 2019, quando sono stati emessi gli ultimi ordini di cattura, uno anche per Mario Marín, il governatore dello Stato di Puebla, dei sicari hanno fatto irruzione nel mio appartamento. Per puro caso non mi hanno trovata. Hanno ucciso i miei cani e mi hanno rubato carte e appunti. Ho fatto le valigie e ho lasciato il Messico».

Cosa ha trovato in Spagna?

«Una realtà progressista, ma che al pari di molti Paesi sottovaluta quello che sta accadendo a bambini e adolescenti. I governi, non importa se di sinistra o di destra, credono che l’educazione sessuale e sentimentale debba essere impartita a casa e quindi vietano di parlarne nelle scuole. Il risultato è che i ragazzi sono lasciati soli mentre sui loro telefonini arrivano video e immagini che non hanno nulla a che vedere con il sesso e molto con gli abusi. Dobbiamo indagare con urgenza le reti di produzione della pornografia, capire come sono organizzate e ramificate, quali algoritmi usano per cercare consumatori e generare nuovi mercati, accertare se riciclano denaro e quali connessioni hanno con i gruppi criminali. Smascherare la politica che finge di difendere donne e bambini, per me è ancora una priorità».

Anche lei è una vittima di violenza. Si può guarire?

«Sono convinta che la stragrande maggioranza delle vittime possa guarire se ha strumenti adeguati e reti di sostegno. Io sono stata fortunata a crescere con una madre femminista e psicologa. Grazie a lei sapevo che per fare bene il mio lavoro dovevo occuparmi anche della mia salute mentale. Superare un trauma è difficile, devi comprendere che la violenza è una questione di potere, l’aggressore colonizza il tuo corpo e la tua mente per indurti a credere che sei distrutta. Ma non lo sei veramente, non devi permettere alla distruzione di abitarti. Le sto parlando di quello che mi è successo, ma non ne sto soffrendo. E sa perché? Non ho una ferita, ma una cicatrice. Anche se a volte, se cammino per strada e sento il suono di una sirena, faccio un salto e d’istinto mi appiattisco contro un muro. Non credo che mi libererò mai di questa cosa, ma quello che è successo non mi impedisce di divertirmi e continuare a vivere».

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