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Torna il libro che svelò la “macelleria messicana”

Il muro tra tra Usa e Messico visto da Ciudad Juárez (Getty images) 
Ossa nel deserto uscì una ventina di anni fa rivelando al mondo l’orrore della Frontiera. A scriverlo un giornalista, Sergio González Rodríguez. Anche lui vittima tra le vittime
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In copertina, nella nuova edizione del libro, c’è il paio di scarpe di Cinthia Jocabeth Castañeda Alvarado, tredici anni, scomparsa il 24 ottobre 2008 a Ciudad Juárez. È tutto quel che resta di «una ragazza che non tornerà mai più», una delle tante vittime dopo le prime 328 (dato per difetto) di «un’orgia sacrificale di stampo misogino», avvenuta tra il 1993 e il 2003, nella città dello stato messicano del Chihuahua, con il Rio Grande a separarla da El Paso, Texas. Una strage che, come nel caso di Cinthia, non ha mai avuto fine.Uno scrittore, Sergio González Rodríguez, che per questo verrà sequestrato e torturato, ne ha raccontato in diretta l’inizio, descrivendo the twilight zone, questa zona d’ombra, ben prima che le serie tv Narcos e Narcos: Mexico, il successo di Don Winslow, i romanzi di Cormac McCarthy e i film facessero scoprire al mondo una nuova coniugazione dell’orrore. Lo ha fatto con un volume, uno dei più importanti a cavallo tra fine Novecento e anni Duemila, che nel 200…

In copertina, nella nuova edizione del libro, c’è il paio di scarpe di Cinthia Jocabeth Castañeda Alvarado, tredici anni, scomparsa il 24 ottobre 2008 a Ciudad Juárez. È tutto quel che resta di «una ragazza che non tornerà mai più», una delle tante vittime dopo le prime 328 (dato per difetto) di «un’orgia sacrificale di stampo misogino», avvenuta tra il 1993 e il 2003, nella città dello stato messicano del Chihuahua, con il Rio Grande a separarla da El Paso, Texas. Una strage che, come nel caso di Cinthia, non ha mai avuto fine.Uno scrittore, Sergio González Rodríguez, che per questo verrà sequestrato e torturato, ne ha raccontato in diretta l’inizio, descrivendo the twilight zone, questa zona d’ombra, ben prima che le serie tv Narcos e Narcos: Mexico, il successo di Don Winslow, i romanzi di Cormac McCarthy e i film facessero scoprire al mondo una nuova coniugazione dell’orrore. Lo ha fatto con un volume, uno dei più importanti a cavallo tra fine Novecento e anni Duemila, che nel 2002 – quando è uscito in Spagna – l’autore ha intitolato Ossa nel deserto, oggi ristampato per Adelphi vent’anni dopo la prima traduzione italiana. Perché Ossa nel deserto? Perché qui, a due passi dalla frontiera con gli Stati Uniti, i corpi delle donne violentate e uccise venivano abbandonati. Il resto dell’Occidente ne ha messo di tempo a capire che, a Ciudad Juárez, si era formata una infernale confluenza di fenomeni criminali, che hanno finito per generare l’orgia omicida.

Il teatro era «un enorme cortile sul retro» (così Rodrìguez definì Juárez). La convergenza fu costituita dalla sommatoria tra il Grande Business (narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco), la corruzione della politica, della magistratura e dei funzionari pubblici, il rigurgito di estremi valori patriarcali dapprima radicati, poi addirittura rilanciati dallo “stile di vita” narcos.Una miscela che ha generato un fenomeno nuovo: non più un serial killer singolo in azione (come l’Hannibal Lecter del cinema), bensì tanti assassini seriali, o apprendisti tali, che hanno agito in un territorio favorevole. Lo scopo? Quello di sempre: accanirsi sul corpo di donne, ragazze, bambine. Ma la scala del terrore, stavolta, è stata industriale. Una impunità quasi garantita. Le autorità, tra depistaggi, complicità e corruzione, hanno offerto all’opinione pubblica dapprima un capro espiatorio (un serial killer di tipo tradizionale), poi una banda di maniaci adolescenti, infine una campagna di stampa che sosteneva trattarsi di omicidi “comuni” non seriali e di vittime “imprudenti”.

Sergio González Rodríguez (1950-2017) (Getty images) 

“Plata o plomo”

Fino all’emergere delle prime verità, dopo le uccisioni di una turista olandese e di un agente della Dia, Héctor Rodríguez Armendáriz nel giugno 1999 (caso diventato oggetto di una stagione della serie Narcos: Mexico): ad aprire le bocche dell’inferno erano stati “squadroni della morte” costituiti da poliziotti corrotti e trafficanti di droga, con coperture che arrivavano nei più alti palazzi di Città del Messico.Per raccontare questa nuova peste, Rodríguez e studiosi come lui hanno inventato persino un inedito vocabolario, per spiegare concetti mai prima incontrati: geografia del pericolo, paralegalità, plata o plomo (“argento o piombo”, lasciarsi corrompere o morire), narco-satanisti, culto della Santa Muerte, necropolitica, narco-cimiteri o narco-fosse. E tutto questo non poteva non calamitare l’attenzione del più grande scrittore sudamericano della generazione successiva a García Márquez e Vargas Llosa, il cileno Roberto Bolaño. Che non solo volle conoscere Rodríguez e leggere il manoscritto di Ossa nel deserto prima della pubblicazione, ma che poi lo recensì e ne trasse ampio spunto, prima di morire nel luglio 2003, per il suo capolavoro, quel 2666 che è appunto l’Odissea dell’olocausto femminile di Ciudad Juárez.

Classe 1950, Sergio González Rodríguez era stato un rocker. La madre era morta mentre frequentava la terza elementare, il padre aveva lasciato i figli e lui era cresciuto suonando il basso in una band heavy-metal, gli Enigma. Dopo la laurea, sulle orme di Carlos Monsiváis, pioniere della nueva crónica messicana, nel 1993 verrà chiamato nel quotidiano Reforma. Era a Città del Messico, a 1.500 chilometri di distanza, quando sentì del caso delle donne uccise. Gli parve un remake di quel Silenzio degli innocenti che aveva visto al cinema. C’era un Hannibal Lecter a Ciudad Juárez? Ipotesi affatto peregrina, visto che presto proprio il consulente di quella pellicola sarebbe stato chiamato a indagare, il famoso detective americano Robert K. Ressler, cacciatore di serial killer. «Ce n’è più d’uno in azione», sostenne Rodríguez immediatamente. Ma neppure le sue competenze poterono venirne a capo.

Un cocktail, il margarita

Sbarcò per la prima volta a Ciudad Juárez il 19 aprile del 1996, in tempo per assistere a una conferenza stampa farsa, in cui l’uomo accusato di essere il killer puntava a sua volta il dito contro altri. Avvertì aria di inganno. Alla fine della conferenza, venne avvicinato da una quattordicenne, che gli rivelò di essere stata sbattuta con la testa contro un muro dal capo della polizia della città per essere costretta a testimoniare contro il gruppo degli otto Rebeldes, accusati di diciassette omicidi. Testimoni picchiati per costruire false prove. Così, per tre anni, il giornalista farà la spola fra Città del Messico e il Chihuahua. Finché, nel 1999, i suoi articoli non ipotizzeranno, in base a nuove testimonianze, connivenze tra poliziotti, politici e narcotrafficanti anche in relazione ai femminicidi. Tre giorni dopo Rodríguez verrà sequestrato da due uomini armati. Dopo averlo pestato, un terzo – chiamato dagli altri “El Jefe” – lo mutilerà a una gamba con un punteruolo da ghiaccio. Vivrà come uno zombie, ha poi raccontato, finché nell’agosto successivo non gli rimuoveranno un ematoma al cervello, frutto delle torture. Scriverà altri libri sui femminicidi, prima di morire a 67 anni nel 2017. Ma intanto, uscito dall’ospedale, si concentrerà su Ossa nel deserto.

Prima del suo libro, Ciudad Juárez era famosa esclusivamente per avere inventato, nel 1942, il cocktail Margarita. Poi erano state aperte le maquiladoras, fabbriche a capitale straniero, con manodopera a basso costo. Vi lavoravano soprattutto donne. Non sono più madri, moglie e figlie recluse in casa. A volte, dopo il lavoro, vanno a svagarsi nei locali notturni. Donne, dunque, che tradiscono la tradizione e, in più, vittime ideali perché facili bersagli. «Atavismi, credenze patriarcali, abusi, sottomissione femminile, emarginazione», scrive Rodríguez, si salderanno con la mitologia del narcotrafficante: ostentazione della ricchezza, machismo, Ak47 con il calcio in oro, consumo sfrenato di cocaina.Nell’89, a Matamoros, in Tamaulipas, era scomparso un giovane texano. Una setta narco-satanista aveva praticato “sacrifici rituali” per terrorizzare e fare della frontiera con gli Usa una zona franca per trafficare in pace. Foto rinvenute accanto a tredici cadaveri mutilati ritraevano il dirigente dell’antidroga federale con i trafficanti satanisti.

La magia nera della santería e del vudù facevano gioco ai narcos. Crescerà il culto della Santa Muerte, uno scheletro femminile di origine precolombiana cui verranno elevate cappelle votive. Negli anni dei femminicidi, il narco-cartello più potente era proprio quello di Juárez. Nel 2002 la Procura generale ammetterà l’esistenza di venticinque casi di “narcostregoneria sacrificale” e farà i nomi di boss di primo piano che frequentano la santería, tra cui Amado Carrillo Fuentes, capo del cartello di Ciudad Juárez, detto “il signore dei cieli”, il personaggio più popolare della serie televisiva Netflix Narcos: Mexico.

Sul Venerdì del 5 luglio 2024

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