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Toni Negri era mio padre e la sua vita sarà un film

Anna Negri con il padre Tony. 
Anna ha passato tre anni a girare un doc sull’ideologo della sinistra extraparlamentare. «Così ci siamo riconciliati. Un esercizio che farebbe bene anche al Paese»
4 minuti di lettura

Roma. Ha lo sguardo intenso ed affilato, segnato da una vena malinconica di dolcezza, la regista Anna Negri, autrice di serie tv come Baby, per Netflix, e di un libro molto forte sulla sua infanzia, segnata dalle vicende giudiziarie del padre, il filosofo Toni Negri, uno dei fondatori di Potere operaio e Autonomia operaia, leader della sinistra extraparlamentare italiana degli anni Settanta.

Anna aveva 14 anni, il 7 aprile 1979, quando la polizia fece irruzione all’alba in casa per arrestare suo padre. Negri finì in cella con altri docenti universitari accusati di aver istigato la lotta armata ma, dopo quattro anni di carcerazione preventiva, venne eletto nelle liste del Partito radicale e quindi scarcerato. Fuggì in Francia.

Roma. Ha lo sguardo intenso ed affilato, segnato da una vena malinconica di dolcezza, la regista Anna Negri, autrice di serie tv come Baby, per Netflix, e di un libro molto forte sulla sua infanzia, segnata dalle vicende giudiziarie del padre, il filosofo Toni Negri, uno dei fondatori di Potere operaio e Autonomia operaia, leader della sinistra extraparlamentare italiana degli anni Settanta.

Anna aveva 14 anni, il 7 aprile 1979, quando la polizia fece irruzione all’alba in casa per arrestare suo padre. Negri finì in cella con altri docenti universitari accusati di aver istigato la lotta armata ma, dopo quattro anni di carcerazione preventiva, venne eletto nelle liste del Partito radicale e quindi scarcerato. Fuggì in Francia.

A processo concluso, fu assolto dall’imputazione di aver partecipato ad azioni terroristiche, ma condannato per associazione sovversiva e concorso morale nella rapina alla banca di Argelato, Bologna, dove nel dicembre 1974 venne ucciso il carabiniere Andrea Lombardini e ferito un suo collega. Sette mesi fa, Toni Negri è morto a Parigi e ora Anna sceglie un bar immerso nel verde di piazza Vittorio per raccontare un poco di sé.

Come ha vissuto questo passaggio della vita?

«Mi ha stupita e rasserenata, perché c’è stata un’enorme ondata di affetto e anche di riconoscimento internazionale. Il giorno della sua morte ho temuto che i giornali lo avrebbero fatto a pezzi. Invece, c’è stata soprattutto una sottolineatura del suo status di intellettuale. Le sue vicende giudiziarie spesso oscurano la sua statura di filosofo e intellettuale riconosciuto in tutto il mondo».

Avete avuto del tempo per stare assieme negli ultimi suoi mesi?

«Ho passato gli ultimi tre anni a girare un documentario su di lui. Sono alle fasi conclusive. È stato uno strumento di pacificazione, ci siamo regalati del tempo per parlare. Aveva problemi di salute ma è stato molto generoso quando gli ho detto che volevo fare un film su di noi. Lo avrei rimpianto tutta la vita se non avessi fatto questo sforzo finale per capire».

Capire cosa? Lei aveva già scritto anni fa per Feltrinelli un romanzo sulla sua infanzia e adolescenza, Con un piede impigliato nella Storia (appena ripubblicato da Derive e Approdi). Perché l’esigenza di tornare a parlare di un passato così doloroso?

«Sapevo che non avevamo molto tempo, era importante avere un suo lascito. Ha avuto una vita eccezionale. Questo progetto del documentario ha una valenza pubblica, ma è anche un discorso molto intimo fra di noi. A tratti è stato un dialogo duro, abbiamo anche litigato. Lui diceva: “Io non vi ho abbandonato, sono stato messo in galera, non ve la dovete prendere con me, ma con quelli che mi hanno arrestato”. Ci sono persone, come mio padre, che mettono il loro impegno politico, il lavoro, davanti a tutto. Questo ha un prezzo altissimo per loro e per le loro famiglie. La domanda che mi sono fatta è stata: ma io, avrei preferito un padre normale?».

Che risposta si è data?

«Non si può semplificare, occorre un ragionamento non binario, nonostante questa sia l’era in cui tutto si risolve con un like. Ho sofferto molto, ma sono anche orgogliosa di lui. Da una parte sono contenta, dall’altra scontenta: Toni è stato un mito per alcune generazioni, ma per me non c’è stato – quando avevo bisogno di un padre. Devo vivere con questa contraddizione. Il tempo che entrambi abbiamo scelto di prenderci era necessario per liberarci, lui dall’idea di non essere compreso da me, io dall’esigenza che il mio dolore fosse riconosciuto».

La sua adolescenza è stata solitudine, viaggi avanti e indietro dalle carceri per vedere suo padre. Come ha trovato un equilibrio?

«Ho fatto molto lavoro su di me. Ho scritto un libro, fatto un film, sono stata in analisi. Per lungo tempo ho avuto un rifiuto del passato. Sono scappata all’estero, per 15 anni ho vissuto tra l’Olanda e l’Inghilterra, nell’anonimato più totale. È stato salutare. Quando sono tornata, avevo ancora la sindrome post traumatica, mi faceva paura la polizia. Ancora oggi sogno l’arresto di mio padre. Ho impiegato tanto a tenere a bada i miei demoni».

Che cosa è stato più difficile in quegli anni chiamati “di piombo”?

«Io e mio fratello siamo rimasti soli per quattro anni. Io ne avevo 14, mio fratello 11. Sono stati tempi duri, non solo per la mancanza di figure genitoriali, ma perché eravamo in una continua emergenza. Arrivavano minacce di morte, ci mandavano cartoline piene di insulti. Improvvisamente il nostro mondo sparì, divenne un luogo ostile».

Prima dell’arresto eravate una famiglia felice?

«Siamo cresciuti in una casa piena di gente, con discussioni di una vivacità incredibile. grandi passioni politiche. Poi, improvvisamente, più niente. Quando mio padre è uscito dal carcere, non sono potuta andare a Rebibbia perché avevo la maturità. Dopo, il clima era ancora rovente. Il Parlamento doveva votare sull’immunità. Siamo stati ancora tanto nel frullatore, non ci fu modo di ritrovarci, allora».

La disturba essere definita ancora “la figlia di Toni Negri”?

«Mi dà molto fastidio non essere considerata per quel che sono io, per il mio lavoro da regista, il non avere mai un rapporto lineare con le persone che, appena sanno chi sono, fanno un’associazione col terrorismo. È un atteggiamento molto patriarcale: tu sei un’appendice di qualcuno. Io, in quanto figlia di Toni Negri, ho passato la vita a dovermi quasi discolpare di esserlo. All’estero stavo bene perché ero solo Anna Negri. Ci ho messo un sacco a ritrovare me stessa e una mia narrazione, a non sentirmi sempre definita da una narrativa esterna».

Capanna scrisse Formidabili quegli anni. Lo pensa anche lei?

«Sì, sono d’accordo. La società li identifica solo come anni di sangue, di terrorismo, di lotta armata, mentre sono stati anche anni di crescita culturale enorme. Tutto questo è stato buttato, è mancato il lavoro per elaborare il lutto. Sono rimasti i tabù».

La generazione dei figli ha pagato un prezzo pesante. C’è chi punta sulla riconciliazione dei protagonisti della lotta armata con i famigliari delle vittime.

«Guardi, mio padre non c’entra col terrorismo. Non avrei nessuno con cui riconciliarmi. Noi figli stiamo pagando le conseguenze di colpe che non sono nostre. Io, per esempio, non ho potuto fare un film dal mio libro, perché non potevo accedere ai finanziamenti pubblici. In quegli anni, c’è stato molto dolore, anche per la fine di un certo modo di fare politica, per l’arrivo della droga che ha stroncato una generazione, per l’Aids. L’Italia, a distanza di 50 anni, non ha ancora metabolizzato nulla: nessuno vuole davvero fare i conti con quel passato. Non c’è mai stata una vera riconciliazione collettiva».

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