Un altro Gandhi, un’altra India
di Carlo PizzatiChennai. Questa è la storia della rimonta di un principino privilegiato, impacciato e dalla voce stridula che i nemici chiamavano “pappu”, l’ottuso, un politico che, all’inizio della carriera trattavano come un inutile “figlio di”. Eppure Rahul Gandhi ha tenuto duro e ce l’ha fatta. Ha scarpinato dalle frontiere orientali del Manipur fino alla metropoli di Mumbai, ha marciato dall’isolotto sacro di Kanyakumari ai picchi del Kashmir himalayano. Tessendo alleanze con abili strategie. Reinventandosi.
A 53 anni, dopo l’espulsione dal Parlamento nel 2023 per una condanna per diffamazione, e dopo che al suo partito, il Congress, hanno bloccato i conti prima delle elezioni, è salpato verso una gloriosa riscossa politica, un…
Chennai. Questa è la storia della rimonta di un principino privilegiato, impacciato e dalla voce stridula che i nemici chiamavano “pappu”, l’ottuso, un politico che, all’inizio della carriera trattavano come un inutile “figlio di”. Eppure Rahul Gandhi ha tenuto duro e ce l’ha fatta. Ha scarpinato dalle frontiere orientali del Manipur fino alla metropoli di Mumbai, ha marciato dall’isolotto sacro di Kanyakumari ai picchi del Kashmir himalayano. Tessendo alleanze con abili strategie. Reinventandosi.
A 53 anni, dopo l’espulsione dal Parlamento nel 2023 per una condanna per diffamazione, e dopo che al suo partito, il Congress, hanno bloccato i conti prima delle elezioni, è salpato verso una gloriosa riscossa politica, un successo che gli riconoscono persino i nemici. Strano successo, l’aver perso le elezioni con più elettori, le più lunghe e costose della Storia, quelle che si sono tenute in India fra maggio e giugno.
Eppure, a studiare l’espressione di Rahul dopo il voto e il viso lungo del primo ministro Narendra Modi, pur rieletto per un terzo mandato storico, si vede un perdente che sorride radioso, mentre il vincitore è cupo, costretto in una coalizione dove non comanda più con il peso di prima.
Chi vive in India conosce lo strapotere del partito di governo, il Bharatiya Janata Party. E può dirvi che pochi si aspettavano che il Congress sarebbe riuscito a conquistare 99 seggi parlamentari, visto che nel 2019 era crollato a 55 su 543: il partito che fu del Mahatma Gandhi, del premier Jawaharlal Nehru – i padri dell’indipendenza indiana – di sua figlia Indira, nonna di Rahul, e di Rajiv, il padre, dopo aver attraversato le peggiori tempeste, era finito al 10 per cento.
Ottuso a chi?
Prima di analizzare i segreti del “ragazzo della rimonta” bisogna studiarne i traumi per decodificare le svolte di una rivalsa che lo insedia a capo di un’opposizione vera. Rahul è cresciuto nei palazzi del potere di Delhi: un vantaggio che è anche una condanna. Nasce nel 1970 dalla vicentina Sonia Maino Gandhi, moglie di Rajiv. Quando ha 13 anni, la nonna Indira, premier nota per anti-democratiche leggi di emergenza, viene assassinata dalle sue guardie del corpo. Quando Rahul compie 20 anni, il padre, il premier Rajiv, è ucciso da un terrorista suicida Tamil. Sarebbe sufficiente non solo a ferire psicologicamente un ragazzo, ma anche a farlo scappare per sempre dalla politica. Rahul interrompe gli studi a Harvard, sotto shock. Poi ottiene una laurea al Rollins College, in Florida, e un master a Cambridge. Lavora a Londra come consulente prima di tornare in India per unirsi al partito di famiglia, guidato da mamma Sonia. Da ragazzo paragonava il potere al veleno. È comprensibile. Ha portato la morte in famiglia. Nel 2017, però, accetta le redini del Congress, quando Modi è al terzo anno di governo e ai massimi di una popolarità da guru.
All’inizio s’inceppa nei comizi, e proprio per questo gli avversari gli affibbiano il nomignolo di “pappu”. Alle elezioni del 2019 il Congress viene massacrato. La disfatta è epica: Rahul perde persino nel suo seggio “sicuro” di Amethi. Si prende una pausa di riflessione, ma non sono dimissioni. Indaga gli errori, studia una strategia. Sarà quella vincente che lo porterà alla rimonta.
Come il Mahatma
Il primo punto è presentarsi: «Mi hanno rappresentato in modo falso e sbagliato», dice. «La verità è diversa da quella raccontata». Sembrano le prevedibili lagne di un leader dinastico che si sente incompreso. Ma progressivamente inizia a rompere il muro invisibile che lo rende troppo distante: migliora le capacità oratorie, le tattiche sui social media. Posta video in cui rievoca ricordi di quand’era piccolo con la sorella Priyanka. Non cita mai il famoso bisnonno, la temibile nonna, il dolce papà. Cerca di non farsi dare del “rampollo”, si presenta come uomo del popolo che vuol parlare al popolo. Capisce che c’è un’opportunità. E la coglie. Nel 2022, come un Forrest Gump italo-indiano, si mette a camminare. Organizza due marce a piedi attraverso l’India. Le immagini ricordano il Mahatma Gandhi, con cui non è imparentato. Ha il vigore della gioventù contrapposto alla barba bianca di Modi.
Rahul ha capito che l’elettorato odia le élite corrotte del Congress Party ma non disprezza necessariamente lui, che non ha avuto responsabilità di governo. Deve tornare tra la gente, cucire il rapporto con la base, con i poveri intrappolati dalle promesse dei fondamentalisti induisti.Si mette in marcia, polo bianca e barba incolta che per il governatore del Bjp dell’Assam «lo fanno assomigliare a Saddam Hussein latitante». Tira dritto. Cammina. Cammina. Cammina. Diecimila chilometri, su e giù per il Paese. Incontra tutti, stringe mani, guarda negli occhi. Con lui marciano leader potenti del Sud come il governatore del Tamil Nadu, M.K. Stalin, o la governatrice del West Bengala, Mamata Banerjee. Stringe accordi con i fondamentalisti scismatici del partito Shiv Sena a Ovest, a Mumbai, trova un alleato abile nell’Uttar Pradesh, a Nord. Tesse. Fa politica, lascia spazio. Tornato a Delhi, si taglia i capelli e accorcia la barba, ormai sale e pepe.
Siamo al 2024: presenta candidati in meno circoscrizioni del 2019. Vince più seggi e ritorna trionfante nel Parlamento che lo aveva espulso.I nemici che ghignavano ora misurano preoccupati i danni arrecati al partito di Modi nelle votazioni durate 44 giorni con il record di 642 milioni di elettori. I risultati combaciano con la mappa delle lunghe marce che, da Est a Ovest, da Sud a Nord, disegnano una croce sull’India, come quella sulla scheda.
La sorella e la mamma
Rahul ha camminato nel Manipur dilaniato dai conflitti tribali e nel dimenticato Nagaland del Nord-est estremo: lì la sua coalizione riconquista seggi. È passato per il Bihar, dove il Congress e gli alleati riconquistano altri deputati. È andato nel Jharkhand, dove va meno bene. Anche nell’Odisha è un disastro: lì il Bjp vince a sorpresa. Ma nell’Uttar Pradesh, Rahul ha spiegato ai Dalit, gli “intoccabili”, che se Modi prende i 400 seggi che brama, cambierà la Costituzione togliendo diritti ai più poveri: e funziona. L’alleanza tra Congress e il partito locale passa da 6 a 43 seggi su 80. Una conquista paragonabile a quella del Maharastra, dove s’era conclusa la marcia di Rahul, che martella su un messaggio forte: «L’obiettivo di Modi e del Bjp è distruggere la Costituzione e togliere i diritti ai bisognosi. Vogliono eliminare gli impieghi pubblici con ottuse privatizzazioni per soffocare welfare e sussidi».
In un’India dove l’8 per cento di disoccupazione e l’inflazione gonfiano le diseguaglianze, il messaggio arriva forte e chiaro. La prima mossa di Rahul è stata candidare la sorella Priyanka nel distretto di Wayanad, il secondo vinto da lui nelle elezioni: non potendo sdoppiarsi, rinuncia e si aprono le suppletive. Se Priyanka vince, sarà in Parlamento con mamma e fratello: una possibilità reale perché lei, 52 anni, è carismatica e convincente.
Rahul, secondo l’unico analista politico che ha azzeccato le previsioni, Yogendra Yadav, è una miscela di idealismo in stile Nehru, dell’impegno per la giustizia sociale di un’altra figura storica, il padre costituente Dalit, B.R. Ambedkar, e dei principi socialisti sull’eguaglianza economica: «La capacità di resistere al fondamentalismo induista ha dimostrato la sua integrità e coraggio. Non è stato facile promuovere il concetto di amore in un clima dominato dalla retorica del conflitto e delle divisioni. Ha dimostrato abilità e testardaggine. Invece di odio ha venduto amore», dice.
Così è riuscito a re-indirizzare quel Congress Party che era stato consegnato nelle sue inesperte mani di rampollo. La chiave è stata la svolta a sinistra: ristabilire il contatto con la base, parlare di ingiustizia sociale alle minoranze emarginate. Che lo hanno ascoltato, facendo nascere un leader da un erede riluttante. Il principino privilegiato non esiste più, ora c’è un politico che, forse, avrà la possibilità di cambiare la Storia.
Sul Venerdì del 5 luglio 2024