Da Nord a Sud la salute è già differenziata
dal nostro inviato Riccardo StaglianòMerano (Bolzano) e Vaglio Basilicata (Potenza). Quattordici anni di cattiva salute è tra i peggiori anatemi che si possano scagliare contro qualcuno. Purtroppo è anche la misura del divario tra la zona d’Italia dove si campa meglio e quella dove si campa peggio. Non parliamo di aspettativa di vita, ma di un indicatore senz’altro più misconosciuto (al punto che alcuni epidemiologi erano, sulle prime, sorpresi) che è quello degli “anni in salute”. Rispetto al primo, oggettivo, il secondo incorpora una quota maggiore di “salute percepita”. In un rapporto annuale l’Istat chiede a un campione di persone se si sentano “bene o molto bene”. Nella provincia di Bolzano il 79 per cento risponde stentoreamente “sì”. In Basilicata solo il 60. Aggiungendo a questo spaventoso dislivello i tassi di mortalità, la speranza di vita senza limitazioni dopo i 65 anni e altri indicatori, si ottiene il differenziale da cui siamo partiti: quasi quattordici anni di lamentazioni (l’anno scorso, tra la solita Bo…
Merano (Bolzano) e Vaglio Basilicata (Potenza). Quattordici anni di cattiva salute è tra i peggiori anatemi che si possano scagliare contro qualcuno. Purtroppo è anche la misura del divario tra la zona d’Italia dove si campa meglio e quella dove si campa peggio. Non parliamo di aspettativa di vita, ma di un indicatore senz’altro più misconosciuto (al punto che alcuni epidemiologi erano, sulle prime, sorpresi) che è quello degli “anni in salute”. Rispetto al primo, oggettivo, il secondo incorpora una quota maggiore di “salute percepita”. In un rapporto annuale l’Istat chiede a un campione di persone se si sentano “bene o molto bene”. Nella provincia di Bolzano il 79 per cento risponde stentoreamente “sì”. In Basilicata solo il 60. Aggiungendo a questo spaventoso dislivello i tassi di mortalità, la speranza di vita senza limitazioni dopo i 65 anni e altri indicatori, si ottiene il differenziale da cui siamo partiti: quasi quattordici anni di lamentazioni (l’anno scorso, tra la solita Bolzano e la Calabria, erano addirittura sedici). A rispondere mesti “si tira avanti” o “da poveri vecchi” alla domanda “come stai?”.
Un basso continuo di cupezza che diventa, assicura Lidia Gargiulo, responsabile dell’indagine “Condizione salute della popolazione” dell’Istituto nazionale di statistica, una profezia che si autoavvera: «Una letteratura scientifica crescente dimostra che, a forza di ripetere che stai male, anche quando stai solo non particolarmente bene, alla fine peggiorerai davvero». Tutto questo in un’Italia ancora sanitariamente unita e non ancora travolta dall’Autonomia differenziata approvata dal Parlamento. Che, se già abbiamo questi fossati, finirà per riempirli di coccodrilli per assicurarsi che chi già sta bene forse stia ancora meglio e chi sta male… beh, peggio per lui. Ma intanto occupiamoci del presente.
Sportivi e felici
Iniziamo quindi da Merano, dove il neopensionato responsabile provinciale della Fimmg, il sindacato che rappresenta il 65 per cento dei medici di medicina generale, Sergio Rubino, dopo aver smaltito lo stupore per una distanza che sembrava eccessiva anche a lui, mi dirotta sul collega Fabio Salvio. Il suo Gruppenmedizin, studio associato di tre medici di famiglia, è tanto tirolese quanto un arrosticino. Sono tutti abruzzesi, infatti, con Salvio che ha aperto la strada dopo la frustrazione incipiente per un concorso da medico ospedaliero nella regione natìa con 400 aspiranti per 20 posti. Aveva letto che nella provincia autonoma c’era carenza, perché qui l’esodo è verso la Svizzera, che paga dal doppio in su. Così ha imparato da zero il tedesco e da dieci anni è a Merano assieme alla moglie e a un’altra dottoressa. E ha tutta l’aria di volerci restare ottimamente. Emigrato e contento, con 1.800 assistiti sullo sforamento massimo a 2.000 (rispetto ai 1.500 nazionali) che alcune regioni consentono.Ipotesi circa il loro record? «Ovviamente medici veri, come noi, che dobbiamo saper fare un po’ tutto» dice come il pasticciere che raccomanda la sua torta. «Poi i soldi della provincia autonoma, che si trasformano in welfare, sussidi per i nuovi nati, assegni per la famiglia ma anche per gli anziani bisognosi di badante. Addirittura un contributo a fondo perduto per l’acquisto della casa».
E, infine, un dato culturale: «Un rapporto antico e speciale con la natura. Basti pensare a quanti campioni, da Sinner in giù, vengono da qui. Col fratello di Messner, celebre neonatologo, assessore alla Salute. L’offerta sportiva è praticamente infinita e non è un caso che diabete, ipertensione e colesterolo abbiano un’incidenza più bassa. Per non dire dell’obesità. D’altronde una delle camminate più popolari in città si chiama Tappeiner, in onore di un grande medico cui hanno intitolato anche l’ospedale». La stessa che mi farà fare a passo di carica, dribblando un discreto numero di turisti austriaci o tedeschi che, quando non alle prese con gli spritz dei cafe cittadini, si inerpicano come stambecchi su questi tornanti. Taluni verso la nostra stessa destinazione, il ristorante Saxifraga, il cui singolo canederlo può neutralizzare le calorie bruciate nella scarpinata.
Tutti con la mascherina
Qui la gente che parla un italiano con deliziosa intonazione germanica, con le sue vie XXX aprile (data di un eccidio nazista) invece di XXV. Con il busto di papa Ratzinger (in quanto crucco) nel centralissimo albergo Bellevue, questa cittadina di 30 mila abitanti incarna alla perfezione il concetto freudiano di Unheimlich. Ovvero il sentimento “perturbante” che deriva dal riconoscere un piccolo décalage tra l’originale e la copia. Sono come noi, ma con aiuole degne della Svizzera. E i medici di base hanno lo stesso contratto nazionale del resto del Paese, ma tra turni di continuità assistenziale (l’ex guardia medica), turni nel fine settimana nelle case di riposo, prestazioni di medicina mortuaria e via cumulando, arrivano a guadagnare anche il doppio che altrove. In ambulatorio, poi, Salvio ha due infermiere gentilissimamente inflessibili che dal vivo o al telefono mandano ricette, redarguiscono chi salta un controllo e chiedono se si preferisca lo sciroppo alla ciliegia o al limone. Anche loro prendono il doppio che a Potenza. E a fine giornata se il dottore ha visitato 22 persone, i “contatti” complessivi, tra ricette, impegnative etc. raggiungono quota 76. In sala d’attesa ci sono ben due persone con la mascherina («Se qualcuno ha sintomi non sentiamo storie» commenta Salvio) e un elegante ferroviere in pensione riprende il medico perché avrebbe preso qualche chilo.
Chiedo a lui come si spiega quei quattordici anni: «Son venuto qui da Palermo quarant’anni fa e non tornerei indietro per nessun motivo. Giù da me le case brillano, ma fuori c’è il caos. Qui invece è il contrario. Gli ospedali sembrano hotel a cinque stelle dove si può scegliere il menù. Si va a piedi dappertutto. E mia figlia ha ricevuto 100 mila euro come contributo della Provincia per comprare casa». Un altro sessantacinquenne in forma però mi dice che è qui per far vedere il referto del dermatologo: «Avevo chiesto la visita in autunno e l’ho avuta ora, a maggio». Se nella richiesta non scrivono “urgente” (entro 24 ore) o “breve” (entro 2 settimane) i 30-60 giorni del “differibile” possono lievitare tranquillamente fino a otto mesi, per non parlare dei “programmabili”, ossia prevenzione, entro 1-2 anni.Il fatto è che anche qui il Covid ha lasciato una montagna di arretrati che i pochi medici non riescono a scalare.
E ora si scende
Per arrivare a Potenza da Roma ci sono due treni veloci al giorno, altrimenti devi andare fino a Napoli o Salerno e trasbordare su un bus dove l’autista, quando non canta Pino Daniele seguendo non so quale radio locale, inanella una telefonata via l’altra («Baubau beach è ottima per il tuo barboncino» assicura all’auricolare). Antonio Santangelo, responsabile provinciale Fimmg, mi aspetta alla stazione per un tragitto di quindici minuti verso Vaglio Basilicata. Di 1.800 abitanti 1.450 sono suoi assistiti. Praticamente un feudo, dico, ma lui si schermisce: «Non mi faccio illusioni. Mesi fa, in ambulatorio, ho visto il mio predecessore ottantacinquenne: nessuno si era offerto di dargli la precedenza. Ci rispettano finché abbiamo questo in mano» dice indicando il ricettario. In auto, fiancheggiando una foresta di pale eoliche (l’altra gloria locale oltre al petrolio) che, a quanto pare, ha portato tanti soldi ad alcuni e pochi ai lucani, dice che all’ospedale la diabetologa superstite ha chiuso le prenotazioni fino al 2025. E anche cardiologia non sta messa tanto meglio: «Se chiami il Cup, senza urgenza, 4-8 mesi sono la norma». Santangelo di anni ne ha 70 ed è in prorogatio, ovvero pensionabile ma in attesa di sostituto.
Essendogli capitato il cerino corto nella contesa “in salute” contro “malandati”, è incerto quanto alle ipotesi sulle cause. «Forse troppi anziani?» dico per rompere il ghiaccio: «Mah, non saprei». Poi gli indizi saltano fuori. «Siamo ai primi posti per obesità infantile. Una volta si lavorava nei campi, ora si sta troppo seduti». Internet conferma: I più pigri? Abitano in Basilicata è il titolo della Gazzetta del Mezzogiorno che, citando uno studio dell’Istituto superiore di sanità, dice che metà della popolazione non fa alcuna attività fisica né svolge un lavoro pesante. E così non sorprende che anche «quanto a ipertensione e diabete siamo sopra la media nazionale».
Niente segretarie
Ma non vuole arrendersi al disfattismo: «Quest’anno abbiamo iniziato un progetto per mandare a scuola in bici gli alunni delle elementari. C’è solo da sperare che prosegua e che non vada come quello a piedi, per cui un genitore diceva “mo’ piove”, un altro “mo’ tira vento” e finivano per portarli tutti in macchina». Lui segretarie non ne ha. Sta in ambulatorio tutti i giorni, in due turni tra mattina e sera. Ricette dematerializzate non le chiede nessuno. Fa anche le analisi del sangue e le manda a un laboratorio nel capoluogo. Rispetto alle “case della comunità”, quei centri multifunzionali che funzionano benissimo in altri Paesi e dovrebbero ridisegnare la medicina del territorio, è scettico – come la Fimmg: «Per i miei pazienti sarebbe un peggioramento perché dovrebbero farsi un quarto d’ora di auto per andare a Potenza». L’orario di ambulatorio sarebbe 18-20, ma siccome ha lasciato la porta aperta alle 17 c’è già qualcuno in fila. Tante seggioline di plastica come nelle arene estive, Radio Capital in filodiffusione. Una signora sessantacinquenne che fa la badante, ha una lista di acciacchi che porta con invidiabile nonchalance: disturbo bipolare, papillomavirus, nodulo policistico al seno e anche l’ecodoppler alle carotidi non proprio specchiato («Ma stiamo a fa’ u’ telegiornale?»). Un’altra, abbronzata per la vita activa e intollerante alle statine, commenta il primato negativo di Vaglio con un incontrovertibile «La salute? Dipende: c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha». Poi entra un’ultraottantenne piegata dall’artrosi con bastone e pezzuola in testa. Il colpo d’occhio è molto diverso dalle settantenni eleganti e nevratili di Merano. Però poi un bell’uomo con chioma canuta ci tiene a rimarcare che «nella nostra provincia, a San Paolo Albanese, su cento abitanti ci saranno 15 centenari. Di origine arberesh. Poco stress allunga la vita». E un altro, apparentemente in forma, racconta che all’ospedale la risonanza alla spalla gliela facevano a febbraio 2025 mentre «ho chiamato Gravina in Puglia e me l’han data il giorno dopo». Un centro privato convenzionato, oltre regione, a un’ora di macchina. E lui era il sessantatreesimo e ultimo paziente visto da Santangelo in una giornata.
Infine, la parola alla statistica
Tornando a Roma un’idea ce la siamo fatta. Su base aneddotica però. I piccoli Sinner crescono nelle valli nordiche contro gli spaparanzati videogiocatori del Sud. Che rispettivamente diventeranno le scattanti anziane bolzanine, perlopiù vestite di colori chiari, contro le più malferme coetanee lucane, con una dominante di nero e altre palette luttuose. Per sostanziare le impressioni andiamo a trovare la dottoressa Gargiulo in un ufficio pieno di manifesti storici di indagini Istat. «Quello che cerchiamo di fare con il rapporto Bes, che sta per Benessere equo e sostenibile, è di fornire – come ci invita a fare l’Organizzazione mondiale della sanità – oltre alla speranza di vita alla nascita un quadro più ampio di salute che comprenda quella emotiva e relazionale». A scanso di equivoci, però, gli indicatori oggettivi restano e hanno la meglio. Un po’ di esempi mettendo a confronto Basilicata e provincia di Bolzano: «Per l’obesità abbiamo il 14,2 per cento (seconda dopo la Campania) contro il 9,3. Per la sedentarietà 53,7 contro 12,9, ovviamente a “tassi standardizzati”, ovvero depurati dall’età. Per l’ipertensione 23 contro 13,8. Per le malattie cardiologiche 7,6 contro 3,7. Per l’artrosi 16,6 contro 7,9. Un problema, quest’ultimo, non letale ma che peggiora sostanzialmente la qualità della vita. E poi c’è il dato sulle multimorbidità, e cioè avere più malattie insieme: a Bolzano riguarda il 27,9 della popolazione mentre in Basilicata il 56,9, più del doppio». Tristemente torna tutto. Alimentazione sballata. Pochissimo moto. Obesità. Forse diabete. Magari infarto. Quasi sicuramente dolori articolari. In un circolo vizioso che nessun curante da solo può spezzare.
«E poi c’è la mortalità generale, ovvero il numero di persone che in determinato momento muoiono, per qualsiasi causa, ogni diecimila abitanti. A Bolzano 79, tra le più basse, in Basilicata 106, tra le più alte». Come bonus track Gargiulo aggiunge che la regione è anche la primatista nazionale dei decessi per incidenti stradali (914 nel 2022, con 46 morti e 1.355 feriti). Il che incide soprattutto sulla mortalità giovanile. Le chiedo che cosa bisognerebbe fare per ridurre queste stupefacenti disuguaglianze, ma la statistica si ritrae: «Questo non è compito nostro». Si capisce che vorrebbe dire ma è tenuta a non farlo. Di certo un altro record, certificato settimane fa dal suo Istituto, di 5,7 milioni di poveri assoluti nel Paese, con i soliti drammatici divari regionali, non aiuterà. Né lo smantellamento in corso del Servizio sanitario nazionale. Quattordici grandi scienziati italiani, capofila il Nobel Giorgio Parisi, hanno scritto una lettera aperta in sua difesa. Chiedendo che il finanziamento, dal 6 e rotti per cento del Pil, sia portato all’8 dei Paesi europei avanzati «perché una sanità pubblica che funziona non solo tutela la salute, ma contribuisce anche alla coesione sociale». Il nostro piccolo giro d’Italia lo conferma abbondantemente.