Michele Serra, i miei 70 anni
dal nostro inviato Concetto VecchioVal Tidone (Piacenza). «Intellettuale-contadino», dice di sé Michele Serra mentre sale allegro sul trattore nei suoi campi sui colli piacentini. Oggi compie 70 anni. Gli ho proposto un’intervista sulla sua vita dove non deve comparire mai la parola Pd.
È vero che sei cresciuto in una famiglia di destra?
«Mio padre, Franco Serra, bancario, votava per i liberali di Malagodi. Mia madre, Anna Maria Errante, cattolica conservatrice, andò su tutte le furie quando abolirono la messa in latino».
Diventi comunista per reazione?
«Penso che il conflitto con mia madre abbia pesato».
Come la prese?
«Un giorno Indro Montanelli mi disse che mamma lo aveva avvicinato dopo una conferenza al Casinò di Sanremo – mamma naturalmente adorava Montanelli: “Mio figlio è comunista!” . “E io che ci posso fare?” allargò le braccia Indro» (Serra imita il toscano di Montanelli).
Val Tidone (Piacenza). «Intellettuale-contadino», dice di sé Michele Serra mentre sale allegro sul trattore nei suoi campi sui colli piacentini. Oggi compie 70 anni. Gli ho proposto un’intervista sulla sua vita dove non deve comparire mai la parola Pd.
È vero che sei cresciuto in una famiglia di destra?
«Mio padre, Franco Serra, bancario, votava per i liberali di Malagodi. Mia madre, Anna Maria Errante, cattolica conservatrice, andò su tutte le furie quando abolirono la messa in latino».
Diventi comunista per reazione?
«Penso che il conflitto con mia madre abbia pesato».
Come la prese?
«Un giorno Indro Montanelli mi disse che mamma lo aveva avvicinato dopo una conferenza al Casinò di Sanremo – mamma naturalmente adorava Montanelli: “Mio figlio è comunista!” . “E io che ci posso fare?” allargò le braccia Indro» (Serra imita il toscano di Montanelli).
La vita è contraddizione?
«Mia madre ha ritagliato per tutta la vita i miei articoli».
L’hai costretta a leggere Repubblica?
«E prima l’Unità. Lei leggeva Il Giornale, votava Berlusconi».
E tuo padre?
«No, mio padre ogni volta che vedeva il Cavaliere in tv cambiava canale: lo riteneva uno sbruffone esibizionista. Era figlio di un generale, la sua destra era decoro».
Una destra minoritaria in Italia.
«Una destra di altri tempi. Mio padre chiamava il frigorifero frigidaire e il Totocalcio, Sisal».
Che educazione hai avuto?
«Mamma era cosmopolita, figlia di un uomo d’affari siciliano – un nobile spiantato, famiglia di Polizzi Generosa – e di una francese. Aveva fatto le elementari a Parigi e vissuto in America negli anni del fascismo. Impose al marito il doppio cognome, e per questo io mi chiamo Serra-Errante».
Era emancipata.
«No, perché era molto di destra e diceva che le donne non devono lavorare. Ma era molto colta. A New York aveva frequentato Barzini, quando tornò in Italia nel 1947 andò a trovare Croce. Frequentava Prezzolini a Lugano».
L’idolo del ministro Gennaro Sangiuliano.
«Il padre, mio nonno Guido, ha avuto molte vite. Dopo il crollo del ’29 ha lasciato perdere il business ed è diventato professore di filologia romanza a New York. Quando conobbi Beniamino Placido mi disse: “Ma tu sei il nipote di quello che ha scritto il Marcabru!”. Il fratello, Vincenzo Errante, aveva tradotto Rilke».
Quindi sei cresciuto in una casa piena di libri?
«Sì, soprattutto in estate a Sanremo, col nonno che usciva di casa e diceva: “Vado a trovare Mario Praz”».
Dovresti farne un libro.
«Sono troppo pigro».
Quando diventi di sinistra?
«Nel ‘69, a quindici anni».
Era inevitabile schierarsi?
«Bastava affacciarsi da una finestra per vedere un corteo. La politica aveva una potenza enorme. Ti risucchiava».
Avvertivi che dovevi staccarti dalle origini familiari?
«Capisco presto che non tutti hanno la mia stessa fortuna, e che i borghesi sono dei privilegiati».
Dove abitavate?
«Vicino a piazza Sant’Ambrogio, a Milano».
C’è un episodio rivelatore?
«A 15 anni ho un piccolo incidente con la moto. Mi portano in ospedale, in corsia familiarizzo con altri malati, gente comune, arriva mia madre e mi dice: “Ora ti portiamo nel reparto solventi”».
Lontano dal popolo.
«Ma io volevo rimanere lì!».
Quando avviene l’incontro col Pci?
«A diciott’anni. Ma prima, al liceo Manzoni, ho una fase anarchica».
Anarchica?
«Avevo sedici anni. C’erano Enrico Mentana, Guido Salvini, Beppe Benvenuto e Mario Ferrandi, che poi sarebbe finito in Prima Linea».
Perché poi il Pci?
«Non ho mai sopportato la violenza. All’università assistetti a un pestaggio tra Movimento Studentesco e Avanguardia operaia. Stalinisti contro trotzkisti. Ebbi paura e provai repulsione».
Il Pci offriva un ordine nel caos?
«Esattamente. Un’àncora. La prima tessera la prendo nella sezione di via Caccialepori, la Martiri di Modena, allora periferia».
Che mondo era?
«Socialmente mescolato, operai, casalinghe, intellettuali. Poi passai alla mia sezione territoriale, la Perotti Devani, ribattezzata Salotti e Divani, centro storico – Ztl si direbbe oggi. Ma c’era una fabbrica nei paraggi, la Ferrotubi, e la sezione aveva una cellula di metalmeccanici».
Ricordi il primo incarico?
«Diffondere l’Unità».
Il porta a porta nelle case.
«Al mio liceo, di poveri, ce n’erano pochi. Capitai in un condominio di via Rubens, una coppia di vecchi viveva in un abbaino, con una tenda al posto della porta…».
Poveri che votavano a sinistra.
«Ce ne sono anche adesso, di poveri che votano a sinistra».
Come sei entrato all’Unità?
«Ero iscritto a Lettere, alla Statale. Un giorno un assistente, Giampaolo Garavaglia, mi dice che all’Unità cercano dei dimafonisti».
Cosa facevano i dimafonisti?
«Trascrivevano i pezzi dettati dagli inviati al telefono. In breve diventai un mostro dello spelling».
Dov’era la redazione?
«In viale Fulvio Testi, periferia nord, verso Cinisello Balsamo. Stanzoni pieni di fumo, il ticchettìo assordante delle macchine da scrivere, le firme che provavano e riprovavano gli attacchi dei pezzi. A sera il pavimento era ingombro di fogli appallottolati».
Quanti anni avevi?
«Venti. Lavoravo di sera, fino a notte. Mi sono guadagnato così i primi soldi, perché volevo rendermi autonomo: metà dello stipendio lo davo, come tutti, al partito».
Quando ti pubblicano il primo pezzo?
«Un giorno il capo dello sport mi chiede di mettere insieme alcune agenzie su una gara del Moto Gp. Ho cominciato così, dalla gavetta. A 21 anni mi hanno assunto, l’anno dopo ero professionista».
Sei stato fortunato.
«Era tutto molto più facile di adesso. Ti sentivi su un missile sparato verso il domani».
Quindi hai cominciato con lo sport?
«Sì, sono anche stato caposervizio della redazione sportiva. Presto però hanno cominciato a mandarmi in giro a raccontare l’Italia. Ricordo che Augusto Fasola, vicedirettore a Milano, mi diede questo consiglio: “Le prime persone da sentire quando arrivi in un posto sono il prete e il segretario del Pci”».
Ti pesa non esserti mai laureato?
«No, non m’importa. Mi sono fatto risucchiare dal lavoro».
Il primo grande servizio?
«Le Olimpiadi del 1984, a Los Angeles. Ho trent’anni».
Per fare il colore?
«Per fare tutto. L’Unità era senza un soldo e mandò me come unico inviato. Decisi di raccontare i Giochi a modo mio. Per resistere alla fatica mi drogai di Coca-Cola e pollo fritto, fumando due pacchetti di Rothmans e dormendo tre ore a notte per quaranta giorni».
Poi nell’estate del 1985 giri in Panda l’Italia della villeggiatura.
«Quel viaggio, da Ventimiglia a Trieste, mi consacra come “scrittore divertente”. Quando torno in redazione a settembre trovo una vagonata di lettere dei lettori».
Diverrà anche un libro, Tutti al mare, per me il più bello dei tuoi.
«Era un’Italia a gettoni. Ogni sera facevo una fatica immane per racimolarne abbastanza per dettare il mio pezzo».
Fai tappa pure a Capalbio, già allora radical chic.
«Sì, trovai Asor Rosa, Occhetto, Beniamino Placido, svegliai Giacomo Marramao…» (ride).
Come nasce il Serra della satira?
«Un giorno Sergio Staino mi convoca a Milano, al Bar Basso, mi vuole a bordo di un inserto dell’Unità, Tango: “Ma io non ne sono capace”, gli dico. Ero sorpreso».
Staino intuisce una vocazione?
«Gli propongo dei pezzi apocrifi. Il primo di Gianni Brera, che ha subito molta fortuna. Poi Ronchey, Montanelli, Bocca».
Quando hai capito che il talento poteva portarti lontano?
«Non l’ho mai capito».
Come sarebbe a dire?
«È stato tutto un lavorare».
Ma hai avuto grande successo, e sin da giovane.
«Sì, ma è come se non avessi mai avuto il tempo di vedermi da fuori».
Oggi sei una delle ultime grandi firme della sinistra.
«La mia fortuna è che l’ascesa è stata lineare, passo dopo passo. Non invidio quelli che sfondano a vent’anni. Serve equilibrio. In questo la palestra comunista è stata esemplare».
In che senso?
«Una volta andai da Emanuele Macaluso per lamentarmi di una cosa e lui mi liquidò: “Michele, pijate ‘na pastiglia e vedrai che ti passa”. Aveva ragione».
Scrivere è faticoso?
«È un lavoro fisico».
È anche un’ossessione?
«Io rileggo anche gli sms per evitare gli errori».
Qual è il segreto della bella scrittura?
«Metterci dentro un po’ di vita. Non essere troppo freddo, né troppo analitico, né trombone. Conta l’onestà dell’intenzione».
Cuore è il tuo capolavoro?
«È stato un lavoro collettivo. Un giornale satirico, ma anche una parodia del giornalismo. Alle mie spalle conservavo incorniciato un titolo di Cronaca Vera: “Violentata per due giorni dallo zio su un tappeto di gran pregio”».
Quanto vendeva Cuore?
«Nei momenti d’oro anche 150 mila copie. Giampaolo Grandi, uno dei soci, aveva commissionato un’indagine di mercato e venne fuori che avremmo venduto 20 mila copie, soprattutto tra gli ex sessantottini».
Invece?
«Ci compravano soprattutto i ventenni. Un giorno andai alla Statale per rendermene conto e trovai una distesa di fogli verdi».
Morale?
«Il marketing è una grande stronzata».
Il lato dissacrante l’hai attenuato?
«Ogni tanto affiora, però ormai mi reputo un satiro dismesso».
Senti di essere rimasto un ragazzo di sinistra?
«Sì, sto ancora lì, come quando ho iniziato».
Cos’è per te la sinistra?
«Ciò che ti richiama continuamente all’esistenza degli altri».
Cosa ti colpisce della destra al potere?
«Il rancore. La mancanza di nobiltà. Il pensiero reazionario ha una sua grandezza, invece il populismo è soltanto becero. Il populismo vuole che il popolo rimanga subalterno».
Lo esaltano di continuo.
«Però gli va bene che resti incolto. L’educazione del popolo è una questione di libertà, diceva invece Gramsci».
La sinistra, però, non se n’è più occupata.
«E invece sei di sinistra solo se capisci che il popolo è messo male».
In chi hai fiducia oggi?
«Negli insegnanti, che per 1.400 euro fanno un lavoro enorme. E in Mattarella. Sono le due istituzioni che tengono in piedi il Paese».
Quando scrivi l’Amaca?
«Verso sera. Sono tra le 1.600 e le 1.700 battute, ormai non le riconto manco più».
È difficile dire sempre qualcosa di intelligente?
«Riesce una volta su dieci. Per il resto bisogna cercare di fare una chiacchiera dignitosa con i lettori».
Il tuo libro che ha venduto di più?
«Gli sdraiati. Più di mezzo milione di copie. E vende ancora mille copie al mese, dopo dieci anni».
Tuo figlio è ancora sdraiato?
«Il libro è pura fiction, quel personaggio era una summa di caratteri: i miei due figli e i due figli di mia moglie. Tutti hanno nel frattempo trovato la loro strada».
Quante lettere ricevi per la Posta del Venerdì?
«Un centinaio a settimana. Rispondo, se posso, anche privatamente, da sempre. Con molti ci scriviamo da decenni. Con alcuni di loro l’amicizia è nata da uno scontro».
Uno scontro?
«Sì, da una polemica ruvida. Come con Guido Tesi, lettore di Prato, che la prima volta mi aggredì dandomi del comunista. Ora siamo amici, ci scriviamo quasi ogni giorno».
I giovani non scrivono?
«Ho una newsletter sul Post, e lì mi scrivono i trentenni. Dialogano con un boomer. Molto stimolante. Imparo un sacco di cose».
Dove hai conosciuto tua moglie, Giovanna Zucconi?
«Alla Feltrinelli. Eravamo entrambi sposati, con due figli. Le separazioni sono dolorose: la vita a volte sfonda la porta con una certa malagrazia».
Quanti anni avevate?
«Io 48, lei 41».
Sembrate ancora molto innamorati.
«È stato un grande incontro».
Cosa hai capito della tua vita di contadino?
«Che senza la manodopera straniera l’agricoltura italiana non esisterebbe. Lavorano con me due braccianti, un siriano e un indiano».
Pensi di essere cambiato?
«Una certa malinconia dell’età c’è».
Sembri molto vitale.
«Però ogni volta salgo sul trattore con un filo di difficoltà in più».
Adesso che tutto si è realizzato come pensi a tua madre?
«Con gratitudine. Le devo l’estro e l’amore per la cultura. A mio padre il senso della misura. Entrambe qualità che mi hanno salvato».