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Speciale gialli: esce in Italia “Le Lupe” di Boileau e Narcejac, la coppia di scrittori che stregarono Alfred Hitchcock

Thomas Narcejac e Pierre Boileau su una spiaggia (Jean-Claude Deutsch/Paris Match via Getty Images) 

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Inedito in italiano, Le Lupe è un altro piccolo gioiello di Boileau e Narcejac. Binomio di scrittori francesi che dagli anni 50 stregarono il pubblico e il maestro della suspense. Trovate gli altri gialli dell’estate consigliati dai critici del Venerdì sul nuovo numero in edicola
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Di norma, un romanzo scritto pensando al cinema è un fiasco. Ma che landa disperata sarebbe la vita senza le eccezioni. Quando nel 1957 Pierre Boileau e Thomas Narcejac diedero alle stampe D’entre les morts non è che avessero la mente rivolta ad Alfred Hitchcock, ma quasi: «Sapevamo» ammisero, «di condividere con lui una certa idea della suspense». E voilà. Tempo un anno il libro divenne Vertigo, in Italia La donna che visse due volte, per molti il miglior film non solo di Sir Alfred, ma di sempre. Della storia originale “Hitch” mantenne intatto il romanticismo ossianico, l’incantesimo vagamente parafiliaco, ma ne cambiò l’ambientazione – dalla Francia degli anni 40 alla San Francisco dei 50 – e anche un po’ il finale, imprimendogli una curvatura “puritana” più consona ai gusti del pubblico statunitense. Al box office il film non fece faville. Sarà valorizzato in seguito. Comunque quello tra D’entre les morts e Vertigo era stato l’incontro di due capolavori.

Anche Le lupe (1955), ined…

Di norma, un romanzo scritto pensando al cinema è un fiasco. Ma che landa disperata sarebbe la vita senza le eccezioni. Quando nel 1957 Pierre Boileau e Thomas Narcejac diedero alle stampe D’entre les morts non è che avessero la mente rivolta ad Alfred Hitchcock, ma quasi: «Sapevamo» ammisero, «di condividere con lui una certa idea della suspense». E voilà. Tempo un anno il libro divenne Vertigo, in Italia La donna che visse due volte, per molti il miglior film non solo di Sir Alfred, ma di sempre. Della storia originale “Hitch” mantenne intatto il romanticismo ossianico, l’incantesimo vagamente parafiliaco, ma ne cambiò l’ambientazione – dalla Francia degli anni 40 alla San Francisco dei 50 – e anche un po’ il finale, imprimendogli una curvatura “puritana” più consona ai gusti del pubblico statunitense. Al box office il film non fece faville. Sarà valorizzato in seguito. Comunque quello tra D’entre les morts e Vertigo era stato l’incontro di due capolavori.

Anche Le lupe (1955), inedito in Italia e ora pubblicato da Adelphi, fu rapidamente portato sul grande schermo, ma il film omonimo di Luc Saslavsky, con François Périer, Jeanne Moreau e Micheline Presle, è oggi un oscuro reperto per cinéphiles. Stavolta ci troviamo a Lione nel 1941. Tempi di guerra, duri, grami. In un appartamento semivuoto, vasto e misterioso, si intrecciano i destini di quattro personaggi: un fuggitivo che si spaccia per qualcun altro, due donne che lo accolgono apparentemente ignare, più una terza che si inserirà in un intrigo fatto di allusioni, omertà, doppiezze. Il protagonista lo riassume così: «Ero solo con quelle tre donne che avevano in mano il mio destino e avrebbero potuto distruggermi in qualsiasi momento. A questo punto non c’era più nulla da fare. Ero in loro balìa». Un Boileau-Narcejac in purezza. Dissolvenza.

La maschera

Monsieur Pierre e Monsieur Thomas si erano conosciuti in una brasserie parigina alla fine degli anni 40, durante un pranzo organizzato da Albert Pigasse, inventore, nel 1927, della prima, leggendaria collana francese di romanzi polizieschi: Le Masque, la maschera. Sulle austere copertine gialle c’erano stampati solo titolo, autore e una mascherina nera trafitta dalla penna d’oca degli scrittori d’antan. Emblema un filo anacronistico nei ruggenti anni Venti, ma che più tardi si sarebbe curiosamente dimostrato in sintonia con il peculiare universo letterario di Pierre Boileau (1906-1989) e del compare Thomas Narcejac (1908-1998). A partire dal 1952, i due formeranno un tandem di straordinaria prolificità e successo. Certo, aiutati anche dal cinema. Senza contare quelli adattati per la televisione, sono una quindicina i film ricavati dai libri del duo: tra i più riusciti, oltre a Vertigo, il cupissimo e geniale I diabolici, 1955, regia di Henri-Georges Clouzot.

Ma torniamo alla maschera. In quel “logo” si nascondeva forse il vero segreto di B&N. Un’arte del giallo che è tutta novecentesca, però si scarta dai filoni del romanzo di investigazione alla Agatha Christie, come dal noir e dalla scuola Hard Boiled, perché affonda le proprie radici nell’immaginario secolo precedente. Ossia nei tempi delle turgide emozioni un tanto al chilo erogate dai feuilleton, l’epoca delle suggestioni spiritistiche, dei fantasmi e dei travestitismi indiavolati che gremiscono le storie di Gaston Leroux, ma pure l’epoca dei musei delle cere e più in generale degli illusionismi di cui, nella sua infanzia di spettacolo circense, il cinema rappresentò l’apoteosi.

Boileau e Narcejac erano due deliziosi signori borghesi dall’aspetto perfettamente ordinario e dalla mentalità cartesiana. Razionalisti, ma stregati da tutto ciò che è fantastique. Dietro la magia c’è sempre un trucco, ma per funzionare deve essere un trucco fantastico. Pertanto, stufi di investigatori dal fiuto e dal raziocinio infallibili, di detective dal cazzotto facile, nonché di assassini psicopatici e perversi, B&N immetteranno il giallo (o il poliziesco o il thriller) su una strada che ammiccando al passato rinnovava un genere che nei 50 boccheggiava a corto d’ossigeno. La formula dei due non avrebbe lasciato eredi, tutt’al più qualche scialbo imitatore. Era insieme un omaggio e un atto di fedeltà all’infanzia, ai suoi incanti, ai suoi miti, ai suoi brividi. Confessava Pierre: «Non potete capire fino a che punto da ragazzini l’arte del travestimento ci affascinasse». Stesso discorso per il circo Medrano, le comiche di Chaplin e Keaton, gli spettacoli di prestidigitazione, le visite tra i manichini mirifici e inquietanti del museo delle cere Grévin, il quale non a caso eccitava i surrealisti.

Tocco sovrannaturale

A proposito dei Diabolici (ma il ragionamento vale per tutti i romanzi della premiata ditta) Narcejac spiegava: «Chi dice “indagine” dice giocoforza ritorno a un procedimento normale, che esclude a priori qualsiasi forma di sovrannaturale. Ora, qui noi avevamo invece bisogno d’una sorta di sovrannaturale lieve, d’una specie di ebbrezza di tipo spiritistico, ma non troppa». Ecco, il quid dell’arte di B&N si annida proprio in quel magico dosaggio. Un’operazione al bilancino dove l’effetto ricercato è quello del “déreglèment du quotidien”, lo “sregolamento” della vita ordinaria in cui si trova precipitato il protagonista, un everyman, un tizio qualunque, non per forza simpatico, nel quale ci immedesimiamo perché è alle prese con eventi spaventosi, assurdi, apparentemente inspiegabili (tipo cadaveri che sembrano rianimarsi, morti che ricompaiono…), ma dietro cui si cela un ingranaggio, seppur diabolicamente, razionale. Non è un “fantastico” a tutto spiano, ma una sorta di avvelenamento della normalità. Al centro, non più l’investigatore o il colpevole, bensì la vittima di un grande inganno.

Niente amor proprio

Come gli omologhi italiani Fruttero e Lucentini, il loro modo di lavorare in coppia lo raccontarono più volte. Scrivevano a distanza, discutendo per telefono, per lettera, e incontrandosi quando necessario. «Né io né lui siamo dotati di amor proprio» scherzava Thomas. «Se uno non accetta le obiezioni dell’altro è finita, inutile andare avanti. Per questo non ci siamo scontrati mai». Pierre: «Sono io a cominciare, a inventare la storia sul piano del puro meccanismo. Cercando possibilmente qualche trovata ingegnosa. Dopodiché mando a Thomas questa specie di copione e, se gli piace, lui scrive il romanzo vero e proprio. Io fabbrico per così dire lo scheletro, lui ci aggiunge la carne. O se volete, io mi occupo della sceneggiatura e lui della regia. Non è un metodo facile. Ma ognuno interviene sul lavoro dell’altro e poco a poco la fusione si realizza». Continuava Boileau: «Trovare enigmi non è poi così difficile, il problema è risolverli». Vivendo a Nizza gli capitava di cercare spunti sulle pagine del quotidiano Nice-Matin, ma con scarso profitto: «Nei casi di “nera” c’è poca materia. I veri criminali mancano quasi sempre di fantasia. Per fortuna».

Insegnamenti

In vari interventi saggistici i due provarono a teorizzare la formula del giallo ideale. Ma rilette oggi quelle riflessioni appaiono simpaticamente datate. Meglio i romanzi. E gli insegnamenti che dal sodalizio di Pierre e Thomas si possono trarre circa il “lavorare insieme”, lasciando l’amor proprio nel guardaroba. Andatelo a raccontare alle tante, ubique, vanitose, e spesso immeritatamente celebri, vedette del giallo contemporaneo. O noir, o thriller, o crime... Chiamatelo come accidenti vi pare.

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