Patricia Word: “Entrate pure: vi racconto tutto su mio marito Gene Kelly”
di Lucia MagiLos Angeles. Gene Kelly sorride sotto il panama bianco, lo sguardo increspato dalle rughe, ma ancora magnetico, la cicatrice sulla guancia sinistra, memoria infantile di una caduta in bicicletta. La fotografia è appesa a una libreria colma di scatole accuratamente etichettate e faldoni sformati. Sullo schedario di fronte sono appoggiati svariati premi e statuette, i pattini indossati in Xanadu (1980), la spada con elsa a coppa usata nei Tre moschettieri (1948). Tutto attorno, locandine di film, scatti di scena e di vita privata, un ritratto con Frank Sinatra (l’amico più intimo) che lo abbraccia forte.
Una donna si muove con cautela dietro la grande scrivania colma di ritagli di giornali, foto, appunti presi sui fogli a righe larghe dei bloc notes americani. Ha abbassato il tono della voce e indossato guanti di cotone bianco,…
Los Angeles. Gene Kelly sorride sotto il panama bianco, lo sguardo increspato dalle rughe, ma ancora magnetico, la cicatrice sulla guancia sinistra, memoria infantile di una caduta in bicicletta. La fotografia è appesa a una libreria colma di scatole accuratamente etichettate e faldoni sformati. Sullo schedario di fronte sono appoggiati svariati premi e statuette, i pattini indossati in Xanadu (1980), la spada con elsa a coppa usata nei Tre moschettieri (1948). Tutto attorno, locandine di film, scatti di scena e di vita privata, un ritratto con Frank Sinatra (l’amico più intimo) che lo abbraccia forte.
Una donna si muove con cautela dietro la grande scrivania colma di ritagli di giornali, foto, appunti presi sui fogli a righe larghe dei bloc notes americani. Ha abbassato il tono della voce e indossato guanti di cotone bianco, come i gioiellieri che mostrano pietre preziose ai clienti. Estrae dalla cassaforte uno spartito ingiallito. Nell’intestazione c’è scritto a macchina Singin’ in the Rain e, tra le note, a matita: “Ombrello sulla spalla prima della glissade”, “Salta sul lampione”.
Nulla da dimostrare
La donna che custodisce il segreto e la memoria di una delle scene più famose e gioiose del cinema, e del suo protagonista, è Patricia Ward, nata a Fort Collins, in Colorado, nel 1959. Tre decenni dopo e 1.500 chilometri più a ovest, in California, è diventata Patricia Kelly, terza e ultima moglie del ballerino, attore, cantante, regista e coreografo che ha illuminato l’epoca d’oro di Hollywood. Quando si sono sposati, lei aveva 31 anni. Lui 77. «Non rimpiango di non averlo conosciuto da giovane. L’ho avuto nell’età in cui non aveva più nulla da dimostrare a nessuno. Era così bello. Un uomo onesto e colto. Mi faceva morire dal ridere. Lasciava biglietti spiritosi in giro, mi portava sul balcone a guardare la luna piena e ogni sabato a cena da Spago, a due passi da casa, a Beverly Hills. La differenza d’età non era un problema per me, finché non ho cominciato a sbirciare i titoli dei tabloid al supermercato».
Patricia sfoggia i suoi 65 anni con un’eleganza serena, i capelli di platino tagliati a spazzola, il rossetto color ciliegia abbinato al vestito a fiori e al golfino annodato sulle spalle. Ci apre questo scrigno di cimeli universali e ricordi intimi in occasione della pubblicazione, in Italia, di un libro per bambini dedicato al marito, morto nel 1996. Il titolo dell’albo, Danzando sotto la pioggia, fa il verso al musical che lo ha reso immortale, diretto e coreografato insieme a Stanley Donen nel 1952. «Un progetto nato durante il lockdown», racconta l’autrice Giulia Zucchini, che appare su Zoom da Bologna. «La sera di Natale, eravamo a chiacchierare sul divano. Il televisore mandava Un americano a Parigi. Mio figlio Olmo, che allora aveva due anni, ne è rimasto stregato. Abbiamo deciso di fargli vedere anche gli altri film di Gene Kelly: Cantando sotto la pioggia, Un giorno a New York, I tre moschettieri, Il pirata di Vincente Minnelli... L’incantesimo si è ripetuto. Ha cominciato a saltare per casa, ballando con gli ombrelli e travestendosi da moschettiere o da pirata», ricorda questa educatrice museale di 45 anni, che per lavoro spiega l’arte ai bambini e per passione si occupa di editoria per ragazzi (ha frequentato l’Accademia Drosselmeier, fiore all’occhiello nel settore).
L’idea di un albo che con testo e disegni raccontasse l’incontro tra Olmo e Gene è salita a galla come una folgorazione. «Ho conosciuto Giulia dai messaggi di Instagram», dà la sua versione della storia la signora Kelly, nell’appartamento di Los Angeles. «Dedico un paio d’ore al giorno a rispondere ai fan sull’account genekellylegacy. Ho trovato straordinario il modo in cui, osservando suo figlio, ha colto un aspetto unico della personalità di Gene sullo schermo, ma anche in casa: l’umorismo, la sfacciataggine infantile. Cosa c’è di più leggero e liberatorio di cantare, calpestare e schizzare sotto la pioggia? Non lo vuol fare ogni bambino?», si emoziona Patricia. È così che la vedova-custode ha risposto alla mamma-educatrice: «Fallo al più presto». Una ricerca sui social ha scovato la disegnatrice di Manchester Catherine Booth, al suo esordio editoriale, e le bozze hanno convinto la casa editrice Curci.
Un uomo tranquillo
Prima di farci accedere alla stanza dei tesori, la signora Kelly ci accoglie nel patio con piscina dell’elegante condominio in cui si è stabilita alla morte del marito. «Parlare di lui oggi è importante non solo per la storia del cinema classico e per il suo immenso contributo alla storia della danza su pellicola, ma anche per il tipo di uomo che era. Si può essere una delle persone più famose del mondo, ma restare onesti, premurosi e rispettosi. Gene aveva vissuto la Grande Depressione, conosceva il sacrificio e le rinunce. Il suo contratto con la Metro Goldwyn Mayer non prevedeva i diritti d’autore (come era tipico prima degli anni 70). Era benestante, ma nulla di più. Convintamente Democratico, ha sofferto molto quando alla Casa Bianca c’era George Bush. Non oso immaginare che pena avrebbe provato con Donald Trump».
Sul tavolo in ferro battuto, una bottiglia di acqua frizzante e due bicchieri; ai suoi piedi, in posa degna di un ritratto ottocentesco, il suo cane Francesco. «In casa c’è anche Isabella, ma si nasconde», dice mentre sventola la mano a qualche vicino di ritorno dalla corsa mattutina. La cagnetta, di fatto, è protagonista di un episodio piuttosto famoso nelle cronache apocrife di Hollywood. La padrona conferma l’aneddoto. «Damien Chazelle, Emma Stone e Ryan Gosling sono venuti a vedere l’archivio di Gene durante la preparazione di La La Land. Ryan si è presentato con una torta di mele da dieci chili e un barattolo di gelato alla vaniglia. È adorabile… ma quando è uscito, ha lasciato il cancello aperto e Isabella è scappata. Tutti e tre si sono messi a inseguirla nel traffico e alla fine Damien me l’ha riportata!».
A parte questo finale accidentato, la visita era stata molto toccante, soprattutto per l’attore, che «è andato fuori di testa, per usare la sua espressione». Patricia Ward ha conosciuto l’amore della sua vita nel 1985. Stava lavorando a un documentario sullo Smithsonian National Air & Space Museum di Washington, il cui narratore doveva essere Gregory Peck. All’ultimo, l’incarico fu affidato a Kelly. «Il nome non mi diceva niente. Non ero una cinefila, non avevo poster di attori appesi in camera. Ero una ventiseienne secchiona fissata con Herman Melville. Abbiamo scritto e registrato per una settimana. Solo l’ultimo giorno, quando se ne andò in limousine, la signora accanto a me disse: “È molto famoso, sai? Vai a fare un giro in videoteca”. Per un fine settimana ho guardato i suoi film uno dopo l’altro, con la bocca spalancata e le lacrime agli occhi. Era brillante, senza tempo».
Una miniera di racconti
Sei mesi dopo, Gene la chiama, la invita a raggiungerlo a Beverly Hills, ha idea di farle scrivere il suo memoir. «Ero una perfetta outsider. Non avevo soggezione di Hollywood, perché non ne sapevo nulla. Non eravamo mondani. La nostra serata ideale era davanti al camino, ognuno con un libro, una partita di baseball o un film di John Ford o Frank Sinatra. Ho appuntato quello che facevamo ogni giorno, ho registrato per ore i suoi racconti, ne ho trascritto i ricordi, i pensieri che affioravano per connessioni misteriose. A volte durante la cena, mi diceva: “Perché non stai scrivendo?” “Perché sto mangiando!”. In quei raccoglitori, ho centinaia di tovaglioli, bustine di zucchero o sottobicchieri pieni delle sue parole», li riconosce con lo sguardo. Come Olmo, il bambino che ha incontrato Gene Kelly attraverso lo schermo, anche lei lo sente ancora parlare e, dopo aver portato in giro per il mondo due spettacoli teatrali a lui dedicati, a quasi 30 anni dalla sua morte, Patricia è pronta a cominciare il suo libro.