✕

Cani, cavalli, iene e scimmie: una bella risata se la fanno anche loro

I cavalli nelle scuderie fanno “sorrisi” tra loro ma anche ai cani, loro compagni di gioco (Getty images) 
Ridere non è solo questione di humor: due studiosi, in un libro e qui, spiegano che pure tra le diverse specie serve a stabilire legami. E a limitare la tensione
3 minuti di lettura

Ridere non è uno scherzo, dietro un sorriso o una fragorosa sghignazzata c’è molto più di una frase umoristica, o una situazione inattesa. Ridere, infatti, è un atto estremamente serio per la comunicazione umana e non solo, poiché è uno dei tanti modi con cui costruire relazioni con altri individui, e per questo scambiare un sorriso non è capacità esclusiva di noi umani. Ridono (anche se il termine va usato con qualche riserva) le scimmie antropomorfe – con scimpanzé e bonobo incredibilmente vicini a noi nel farlo – e usano suoni e atteggiamenti del muso equiparabili a un nostro sorriso anche animali che ci sembrano tanto lontani come ratti, cani, leoni marini, iene, suricati e cavalli. «Contrariamente a quanto vuole una tradizione bimillenaria, il riso non è affatto tipico dell’uomo, e non è necessariamente connesso allo humor» è la conclusione cui sono giunti il neuroscienziato Fausto Caruana e la biologa ed etologa Elisabetta Palagi.

Con il libro Perché ridiamo. Alle origini del ce…

Ridere non è uno scherzo, dietro un sorriso o una fragorosa sghignazzata c’è molto più di una frase umoristica, o una situazione inattesa. Ridere, infatti, è un atto estremamente serio per la comunicazione umana e non solo, poiché è uno dei tanti modi con cui costruire relazioni con altri individui, e per questo scambiare un sorriso non è capacità esclusiva di noi umani. Ridono (anche se il termine va usato con qualche riserva) le scimmie antropomorfe – con scimpanzé e bonobo incredibilmente vicini a noi nel farlo – e usano suoni e atteggiamenti del muso equiparabili a un nostro sorriso anche animali che ci sembrano tanto lontani come ratti, cani, leoni marini, iene, suricati e cavalli. «Contrariamente a quanto vuole una tradizione bimillenaria, il riso non è affatto tipico dell’uomo, e non è necessariamente connesso allo humor» è la conclusione cui sono giunti il neuroscienziato Fausto Caruana e la biologa ed etologa Elisabetta Palagi.

Con il libro Perché ridiamo. Alle origini del cervello sociale, in libreria per il Mulino, i due scienziati definiscono il riso come «un comportamento animale complesso che assolve ancestrali funzioni sociali quali stringere legami, promuovere il gioco e le interazioni cooperative, diminuire la tensione. Un comportamento che condividiamo con molte altre specie animali».

Il solletico dei topi

Il saggio di Caruana e Palagi esplora le basi neuronali del riso umano e l’osservazione dei comportamenti animali, per sottolineare che «per lungo tempo sulla risata sono circolate due assunzioni che riteniamo sbagliate» dice Palagi «e che hanno bloccato la strada a ogni progresso negli studi. La prima è che la risata è un comportamento unicamente umano e, quindi, che gli altri animali non ridano. La seconda è che la risata è qualcosa di strettamente connesso allo humor. Questo dialogo interdisciplinare ci ha invece convinto che la risata sia la Stele di Rosetta del comportamento sociale».La ricerca neurologica ha aiutato a individuare come sia nell’uomo, sia negli animali, l’attivazione di alcune aree del cervello è legata a contrazioni dei muscoli facciali assimilabili a una risata. Allo stesso modo, situazioni di piacere o divertimento come nel gioco sono connesse alla produzione di alcuni ormoni (l’ossitocina su tutti) in animali umani e non. Certo, non ci si può aspettare di trovare sul muso degli animali un sorriso come quello umano.

Per i topi, per esempio, la risata non è un’espressione facciale quanto un vocalizzo prodotto sia durante il gioco sociale tra conspecifici, sia durante la stimolazione tattile applicata sulla pancia dell’animale dallo sperimentatore. In pratica, i topi reagiscono a «un vero e proprio solletico», scrivono Caruana e Palagi.

Nei cani e in numerose specie di scimmie, invece, è proprio una specie di sorriso la “faccia da gioco”, un’espressione caratterizzata dall’apertura rilassata della bocca, simile a quella che abbiamo noi quando ridiamo. Durante i giochi tra di loro i cani non solo esibiscono “facce da gioco”, ma sono in grado di rispondere entro un secondo con le stesse espressioni facciali «un fattore fondamentale per il prolungamento della sessione di gioco» osservano gli autori «con giochi molto più duraturi tra quei soggetti che si ridono reciprocamente di più in faccia!»

Facce ludiche

Lo stesso comportamento è stato osservato nei suricati durante i loro sfrenati e velocissimi giochi di lotta e, cosa ancor più sorprendente, il “sorriso” legato al gioco è stato osservato anche tra specie diverse. I cavalli abituati alla presenza dei cani nelle scuderie, infatti, rispondono in modo adeguato con “facce da gioco” ai loro compagni non equini tanto che, dicono Caruana e Palagi, «interazioni ludiche sono pervase da risate canine ed equine che vengono effettuate in modo simile, con un’elevata componente di bidirezionalità, con i cani che rispondono ai cavalli e viceversa».Essendo un canide, non stupisce che rida anche la iena, anche se l’appellativo ridens le è stato dato per un vocalizzo che ricorda la nostra risata, ma che non è associato al divertimento. L’osservazione del gioco nelle iene, animali dalla complessa organizzazione sociale e dall’alta capacità di collaborare, è fondamentale per comprendere come formano alleanze. Giocano i piccoli e gli adulti e spesso individui di età diverse. «Le sessioni di gioco», dice la studiosa, «sono punteggiate da espressioni rilassate a bocca aperta, le risate appunto, che agiscono da veri e propri sistemi regolatori, per evitare che un gioco diventi lotta».

Ridono anche animali considerati aggressivi e irascibili come i leoni marini: «La “faccia da gioco” è presente durante le loro interazioni ludiche», spiega Palagi, «con la bocca che viene aperta in modo rilassato. Se i giocatori effettuano queste risate in modo bilanciato, e ciò accade soprattutto quando a giocare sono solo due soggetti, le loro sessioni hanno durate maggiori. Inoltre, anche la qualità della relazione ha la sua importanza: più alti i livelli di affiliazione, maggiore la simmetria delle risate».

Ma tra amici è meglio

Come tra umani, insomma, le risate migliori si fanno con i vecchi amici, con le persone con cui l’empatia è forte, con cui si condividono codici comunicativi e abitudini. «L’interazione sociale è davvero il codice d’accesso ai segreti del riso», concludono i due autori del libro, «e quale che sia il contesto, il riso sembra essere lì a ricordarci di non montarci troppo la testa perché, anche se siamo andati sulla Luna, stiamo ancora parlando il linguaggio dei nostri antenati».

Sul Venerdì del 19 luglio 2024

Leggi i commenti