Sangue e coccodrilli, cosa disegnano i bambini vittime di violenza
di Elena DusiRoma. Come racconteresti la tua storia a un altro bambino? Le piccole vittime di abusi e violenze – età media dieci anni – in molti casi non hanno risposto. In silenzio hanno preso i pennarelli e il foglio bianco che le psicologhe del Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico della capitale, gli avevano lasciato apposta davanti, in una stanza con i tavolini a misura di bambino e i disegni alle pareti.
Sanno neuropsichiatri e psicologhe – dopo tanti anni passati a cercare di entrare in contatto con le emozioni di bambini fuggiti dalle guerre, testimoni o vittime di botte in famiglia, soggetti a violenza sessuale – che c’è meno dolore e altrettanta verità nel disegnare rispetto al parlare. E li hanno lasciati fare, anche quando i fogli si riempivano di sangue o il bianco era falciato da pennarelli neri, grigi o viola. I disegni raccolti al Bambino Gesù fanno parte oggi del lavoro di aiuto delle vittime di violenza più giovani e fragili.
Roma. Come racconteresti la tua storia a un altro bambino? Le piccole vittime di abusi e violenze – età media dieci anni – in molti casi non hanno risposto. In silenzio hanno preso i pennarelli e il foglio bianco che le psicologhe del Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico della capitale, gli avevano lasciato apposta davanti, in una stanza con i tavolini a misura di bambino e i disegni alle pareti.
Sanno neuropsichiatri e psicologhe – dopo tanti anni passati a cercare di entrare in contatto con le emozioni di bambini fuggiti dalle guerre, testimoni o vittime di botte in famiglia, soggetti a violenza sessuale – che c’è meno dolore e altrettanta verità nel disegnare rispetto al parlare. E li hanno lasciati fare, anche quando i fogli si riempivano di sangue o il bianco era falciato da pennarelli neri, grigi o viola. I disegni raccolti al Bambino Gesù fanno parte oggi del lavoro di aiuto delle vittime di violenza più giovani e fragili.
«Gli autori sono bambini tra gli 8 e i 12 anni ospiti della casa famiglia Il Tetto Casal Fattoria», spiega Paola De Rose, neuropsichiatra del servizio di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico, referente del percorso Child Care che si occupa di individuare e ascoltare i minorenni vittime di violenza.
«La maggior parte di loro ha assistito ad abusi fra i genitori: minacce con il coltello, mani al collo, solo raramente armi da fuoco, svariati tentativi di investimento con l’auto. Spesso hanno subito la violenza in prima persona. Un tribunale li ha allontanati dalle famiglie e noi li seguiamo dal punto di vista psicologico. Formalmente i disegni non hanno valore diagnostico, perché le interpretazioni sono troppo variabili, ma per noi contengono dettagli importanti, oltre ai normali colloqui e questionari».
Tutto è nero, ad esempio, nel mondo di un bambino di 12 anni che dipinge una sorta di urlo di Munch. «Non ci sono altre figure. C’è solitudine, richiesta di aiuto» vi legge Veronica Sperandini, psicologa del reparto insieme a Stefania Faivo. I bordi delle labbra all’insù possono però essere letti come un sorriso.
«I traumi vissuti sono pesanti, ma anche questi bambini, come tutti noi, hanno delle risorse personali con cui farsi forza. Gli aiuti ricevuti, le persone gentili incontrate, la propria capacità di resistere alle difficoltà, le nuove opportunità che si presentano. Nessuna storia è mai del tutto negativa e noi li aiutiamo a fare forza sui lati positivi della loro vita» spiega De Rose.
Salvarsi dal coccodrillo
«A questi ragazzi diciamo che c’è sempre speranza. Tutti hanno la possibilità e il diritto di cambiare traiettoria». Anche la 12enne che disegna un coccodrillo nell’atto di addentare un cuore dipinge in realtà una speranza. «Le fauci sono ancora spalancate, il cuore potrà salvarsi», sorride Sperandini.
Nei disegni, spiegano le psicologhe, i bambini vittime di abusi mettono al centro sempre la loro figura. L’albero che gronda sangue non è una metafora. È l’autoritratto con cui un 12enne vede e descrive proprio sé stesso, dopo essere stato allontanato da una famiglia in cui il padre tornava spesso a casa ubriaco e riempiva la madre di botte, insulti, minacce. «Eppure quel che chiede oggi il ragazzo è tornare coi suoi genitori», spiega De Rose. «Può sembrare strano, ma accade di frequente. I bambini più piccoli desiderano di solito una nuova famiglia. I più grandi preferiscono tornare nella vecchia. Tutti, in ogni caso, chiedono una burocrazia più rapida per ritrovare presto il loro equilibrio».
Un altro bambino di 8 anni si disegna al centro di una famiglia fatta di esseri mostruosi, dai colori innaturali. Uno ha una mano alzata in segno di minaccia (forse il padre?). Il bambino ha gli occhi sbarrati con una X (per non vedere?). La figura grigia, indistinta come un fantasma (la madre?) ha tanti cuori ai suoi piedi. Sotto, le lettere L e O, che compongono il nome del bambino.
«Non c’è da stupirsi che a 8 anni non sappia scrivere bene o abbia un tratto così infantile» spiegano le psicologhe. «Spesso gli abusi nella prima infanzia bloccano la maturazione, soprattutto emotiva».
Emozioni congelate
Il bambino che urla e sprizza sangue ne è un esempio. Ha 8 anni, grida per chiedere aiuto, ma è solo. «No, non ha mai subito ferite, ma non importa. Il sangue è simbolo di minaccia», spiegano le psicologhe che lo hanno seguito. «Anche le violenze in famiglia non erano rivolte contro di lui. A subire insulti e schiaffoni era stata prevalentemente la madre, ma per un bambino questo non fa nessuna differenza. La violenza contro un genitore viene percepita esattamente come una violenza contro di lui. Il meccanismo di fronte a questi traumi sarebbe normalmente la fuga, ma il padre rappresenta una figura di attaccamento. Il bambino non può fuggire da lui. Reagisce allora congelando le proprie emozioni. Quel che noi vediamo è un distacco emotivo, una dissociazione dalla realtà, con momenti di congelamento o di assenza».
I nuovi casi di abuso e maltrattamento che arrivano in queste stanze decorate nel quartiere romano di San Paolo sono un centinaio ogni anno. Provengono dai tribunali, dalle case famiglia, ma spesso anche dal pronto soccorso del Bambino Gesù. Se nel compilare la scheda anamnestica o nel corso della visita gli specialisti hanno il sospetto che il bimbo sia vittima di abuso, fanno partire una segnalazione al servizio di neuropsichiatria, all’autorità giudiziaria e ai servizi sociali.
Questo lavoro di screening, uno dei fiori all’occhiello dell’ospedale, è attivo ormai da quarant’anni. Nell’ultimo quindicennio ha intercettato circa tremila casi problematici. Non tutti sono vittime di violenze. La maggior parte soffre di incuria o, al contrario, di eccessi di cure.
Molti genitori somministrano infatti farmaci senza indicazioni del medico. Uno dei casi più diffusi riguarda il cortisone. Oppure passano da un ospedale all’altro e da uno specialista all’altro a ogni minimo disturbo, immaginando patologie che non esistono (è il cosiddetto medical shopping).
«Recentemente abbiamo visitato un bambino che aveva passato la maggior parte della sua vita di fronte a un tablet. I genitori, lavorando, non gli avevano offerto nessuno stimolo e lui era rimasto molto indietro nelle tappe dello sviluppo» spiega De Rose. «L’eccesso di cure può riguardare invece la somministrazione eccessiva di terapie inappropriate».
Ci sono poi i ragazzi che arrivano direttamente dal pronto soccorso in preda a una crisi. «Accade in molti casi ai migranti, vittime di violenze sia nel Paese di origine che durante il viaggio, specialmente durante la tappa in Libia» racconta la neuropsichiatra. «Di recente abbiamo visto un ragazzo somalo di 16 anni. Era arrivato in Italia senza familiari, ma sembrava aver trovato una certa tranquillità. Chiamato a raccontare la sua storia in tribunale per il permesso di soggiorno, è invece cambiato improvvisamente. In gergo tecnico la chiamiamo ritraumatizzazione. Un evento come la testimonianza di fronte a un giudice, fra avvocati forse frettolosi e difficoltà linguistiche, ha risvegliato i traumi che sembravano sopiti».
Da quel giorno l’adolescente somalo ha iniziato ad avere scoppi di rabbia, a essere violento. «Non dormiva perché temeva che il vicino di letto lo aggredisse. Bastava uno sguardo di troppo in metro perché iniziasse a litigare. Rispondeva male a chiunque. Aveva tutti i segni di un disturbo postraumatico». È arrivato al pronto soccorso del Bambino Gesù dopo l’ennesimo scoppio di rabbia. I medici hanno provato a sedarlo, poi l’hanno portato in neuropsichiatria per la visita con il team di De Rose.
«Gli abbiamo prescritto una terapia farmacologica che ha rifiutato con decisione. So che poi è partito per la Germania. Non abbiamo più sue notizie» dice la neuropsichiatra scuotendo la testa.
Sul venerdì del 19 luglio 2024