Ma che genio era Giorgio Gaber? E quanto ci aiuterebbe oggi avercelo qui, il Signor G, a sbatterci in faccia i nostri vizi e i nostri vezzi, le nostre ipocrisie e le nostre mitologie? Due settimane fa, grazie ad Andrea Scanzi che la dirige, sono stato ospite alla Gaberiana, la rassegna che ad ogni fine luglio riunisce a Firenze scrittori e intellettuali, musicisti e giornalisti, per parlare di attualità e per provare a guardare la realtà con gli occhi di Giorgio, che se ne andò troppo presto, a 64 anni, il primo gennaio di 21 anni fa. Riascoltare i monologhi o rileggere i testi di Gaber di 30 o 40 anni fa non è come fare un tuffo nel passato: al contrario, è un ragionare con spietata lucidità sull’oggi, grazie al genio di chi ha saputo vedere le cose molto prima che accadessero. Prendi l’America, che sta per rifinire nelle mani di Trump e che dopo aver “esportato la democrazia” boots on the ground e aver colonizzato il pianeta con il fascino irresistibile del suo soft power si prepara…
Ma che genio era Giorgio Gaber? E quanto ci aiuterebbe oggi avercelo qui, il Signor G, a sbatterci in faccia i nostri vizi e i nostri vezzi, le nostre ipocrisie e le nostre mitologie? Due settimane fa, grazie ad Andrea Scanzi che la dirige, sono stato ospite alla Gaberiana, la rassegna che ad ogni fine luglio riunisce a Firenze scrittori e intellettuali, musicisti e giornalisti, per parlare di attualità e per provare a guardare la realtà con gli occhi di Giorgio, che se ne andò troppo presto, a 64 anni, il primo gennaio di 21 anni fa. Riascoltare i monologhi o rileggere i testi di Gaber di 30 o 40 anni fa non è come fare un tuffo nel passato: al contrario, è un ragionare con spietata lucidità sull’oggi, grazie al genio di chi ha saputo vedere le cose molto prima che accadessero. Prendi l’America, che sta per rifinire nelle mani di Trump e che dopo aver “esportato la democrazia” boots on the ground e aver colonizzato il pianeta con il fascino irresistibile del suo soft power si prepara a mollare l’Occidente e a concentrarsi sull’unico “conflitto” che le sta veramente a cuore, quello tecnologico con la Cina. Gaber, la sua America, la racconta così: «A noi ci hanno insegnato tutto, gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi… eravamo europei, vecchi pesanti sempre pensierosi, cogli abiti grigi e i taxi ancora neri… Non c’è popolo più buono degli americani… Civilizzano loro, è una passione… La cultura non li ha mai intaccati… volutamente, sì perché hanno ragione a diffidare della nostra cultura, vecchia, elaborata, contorta… Più semplicità, più immediatezza! Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi, chiarissime. Non per teoria, per esperienza: i buoni sono loro…».
Leggetevelo tutto, se vi capita, e pensate a The Donald, alla furia oscurantista del suo vice J.D. Vance, alla rabbia dei forgotten men degli Stati falliti del Midwest: il testo era del 1976, e pare scritto ieri. Oppure prendi l’Italia meloniana e l’Europa vonderleyeniana, dove abbiamo appena votato per fermare l’Onda Nera sovranista che minaccia di rompere gli argini. La memorabile Destra e sinistra resta un ironico manuale di sopravvivenza politica, nella dialettica degli opposti che vivaddio sta tornando più forte che mai. Qualche strofa a caso: «Il pensiero liberale è di destra/ ora è buono anche per la sinistra/ Non si sa se la fortuna sia di destra/ la sfiga è sempre di sinistra…».
E poi: «Tutto il vecchio moralismo è di sinistra/ la mancanza di morale è a destra… Anche il Papa ultimamente è un po’ a sinistra/ è il demonio che ora è andato a destra…». C’è già dentro tutto: la polemica sul politically correct e il wokismo, il pensiero unico mercatista e Bergoglio. Ascoltatela tutta, questa filastrocca: è del 1995, andrebbe cantata oggi. Non senza un’imperdibile chiusa finale, però: «La pisciata in compagnia è di sinistra/ il cesso è sempre in fondo a destra».
Sul Venerdì del 26 luglio 2024