Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90 00147 Roma
Carissimo Serra, le scrivo dal cuore della Sicilia, un comune del Nisseno che, come tanti altri, sta soffrendo da mesi le conseguenze di una ormai lunga siccità. Sono quasi settant’anni che vivo con senso di colpa l’apertura di un rubinetto. Che sia in cucina o in bagno, o in giardino mentre disseto una pianta di basilico, non c’è scampo: la nevrosi è in agguato. In questi ultimi mesi poi, ci si gioca la salute mentale. Uno pensa «ma perché non ci hanno pensato prima?». Le condotte, gli invasi, le dighe, i pozzi? Lo scempio ambientale dei cassoni colmi d’acqua sui tetti delle case parla di una politica incapace di immaginare, programmare, sognare perfino. Non è solo la siccità. Un po’ come le strade, franate, malamente ricucite, strappate, polverose, con i bordi disseminati di ogni tipo di rifiuto, sacchetti, bottiglie, plastiche che lo scirocco si incarica di sparpagliare. E …
Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90 00147 Roma
Carissimo Serra, le scrivo dal cuore della Sicilia, un comune del Nisseno che, come tanti altri, sta soffrendo da mesi le conseguenze di una ormai lunga siccità. Sono quasi settant’anni che vivo con senso di colpa l’apertura di un rubinetto. Che sia in cucina o in bagno, o in giardino mentre disseto una pianta di basilico, non c’è scampo: la nevrosi è in agguato. In questi ultimi mesi poi, ci si gioca la salute mentale. Uno pensa «ma perché non ci hanno pensato prima?». Le condotte, gli invasi, le dighe, i pozzi? Lo scempio ambientale dei cassoni colmi d’acqua sui tetti delle case parla di una politica incapace di immaginare, programmare, sognare perfino. Non è solo la siccità. Un po’ come le strade, franate, malamente ricucite, strappate, polverose, con i bordi disseminati di ogni tipo di rifiuto, sacchetti, bottiglie, plastiche che lo scirocco si incarica di sparpagliare. E ogni giorno mi chiedo: ma perché i turisti dovrebbero venire da noi? Ma da dove passano gli onorevoli?
Maria Francesca Randazzo (Montedoro)
Ciao Michele, dire che sono arrabbiato con i miei corregionali è poco. Sono infuriato. Qui si perde l’80 per cento dell’acqua perché le infrastrutture (sai chi è il ministro?) sono carentissime, le tubature sarebbero da rifare tutte, l’acqua si perde. E noi pensiamo al Ponte che sicuramente porterebbe benefici, ma qui manca l’acqua, qui è razionata, in città l’erogazione è chiusa dalle 9 alle 15. Pensiamo al Ponte quando la tratta ferroviaria Palermo-Catania (alta velocità… chi l’ha vista?) ci mette dalle 3 alle 4 ore (lo stesso percorso da Torino a Bologna, meno della metà).
Alberto Arena (Catania)
Cari Maria Francesca e Alberto, amici siciliani. Che aggiungere alle vostre parole, così dolenti, chiare e soprattutto giuste? Si potrebbero dare tutte le colpe alla classe dirigente, ma la classe dirigente (soprattutto quella regionale, che ha notevole autonomia di indirizzo politico e di gestione) è espressione del voto popolare. I siciliani se la sono voluta, la loro classe dirigente, e gli italiani la loro. Credo siate d’accordo anche voi, trovo stucchevole lamentarsi sempre e solo dei capi, anche se i capi, come è ovvio, hanno responsabilità maggiori. La Sicilia è un colabrodo assetato, con infrastrutture sovente indecenti, anche perché, in mezzo secolo e forse oltre, la maggioranza degli eletti e degli elettori hanno pensato sostanzialmente ad altro. All’interesse privato e ai comodi propri, prima di tutto, tenendo quello pubblico in alcun conto. Regioni con quel clima, e quella carenza d’acqua, dovrebbero avere un sistema idrico di primissimo livello, avendolo sottratto per tempo all’assurda frammentazione di concessioni, privatizzazioni, subappalti: residuo premoderno di una terra incapace di liberarsi da questo e altri infeudamenti. Che peccato e che dispiacere. Ogni volta che si va nel Meridione italiano, quasi ovunque, si pensano e si dicono sempre le stesse cose: potrebbe essere il posto più bello del mondo. Non lo è per incuria, per sciatteria, soprattutto perché ancora si perde tempo a riverire i potenti e inseguire la loro benevolenza, illudendosi che sia una maniera di trarsi d’impaccio, mentre è il modo più diretto per dannarsi, perpetuando il vassallaggio e la clientela. Se davvero si farà il Ponte, e gli acquedotti e le strade rimarranno quell’indecenza che sono, i siciliani lo dovranno anche al loro voto dell’ultimo mezzo secolo.
Noi amiamo la montagna. Sicuri che lei ami noi?
Gentile Serra, sono un albergatore che opera nelle Dolomiti e in Val d’Orcia, e spesso si trova costretto a fare semplice imprenditoria turistica invece che dedicarsi a quel che dovrebbe essere il concetto principe, l’espressione prima, il fondamento del turismo: l’ospitalità. Mi lancio oltre: l’accoglienza. Nulla di nuovo, lo so, ce lo insegnavano i greci e un poco prima ancora i primi ominidi che si incontravano, e solo tre possibilità avevano: darsi la clava in testa, fuggire, oppure dialogare dando vita a forme di accoglienza. Se non riusciamo finalmente a metterci più umanesimo, tramite ferree regole, temo molto che il nostro mondo imploderà totalmente, e questo mio mestiere, che non è solo il mestiere più bello del mondo, ma una missione, potrebbe non avere più la capacità di comunicare la cosa più importante: la relazione. Con altri esseri umani e con la natura. Perché anche di questo si tratta: noi spesso amiamo la montagna perché è il nostro capitale, cioè la amiamo in quanto attività remunerativa, amiamo la nostra azione, fisica, economica in montagna. La domanda dunque dovrebbe essere: ma la montagna ama noi?Michil Costa
Caro Michil Costa, mi scusi se ho molto tagliato la sua lunghissima lettera, che faceva anche delle proposte concrete (quella che mi ha colpito di più: “I turisti si prenotino con sette anni di anticipo se vogliono vedere le Dolomiti o visitare l’Italia, non si può avere tutto e subito, pensiamo al Neujahrskonzert di Vienna o all’isola di Montecristo”). L’ho sentita parlare alla radio (Radio24) e mi ha molto colpito la sua giusta polemica contro il “pornoturismo”, e l’appello a un approccio “olistico” con i luoghi e le persone, la ricerca di un rapporto di scambio effettivo tra i visitatori e i luoghi che li accolgono. Credo che lei abbia ragione anche se le sarà sicuramente capitato (anche nel suo ambiente) di sentirsi dare del sognatore o del criticone. Ma di persone come lei c’è un enorme bisogno, la massificazione è una livella terribile, uniforma pensieri e comportamenti. Bisogna studiare, resistere, provarci, cambiare, mai arrendersi. E sapere che la montagna rimane, noi passiamo. Dunque, è saggio imparare a conoscerla e rispettarla.
Trump e l’intoccabile lobby delle armi
Gentile Serra, Trump ha sempre difeso gli interessi della lobby delle armi. L’attentatore era in possesso di un’arma che in molti Paesi non avrebbe potuto vedere nemmeno con il binocolo.
Plinio il Vecchio (Varese)
Sintesi impeccabile, niente da aggiungere, se non la breve considerazione che segue.
Anche chi ha sparato è in fondo una vittima
Caro Serra, negli Usa ci sono 89 fucili – o pistole – ogni 100 abitanti e questo tipo di merce si vende tranquillamente nei supermercati. Circa 30.000 persone all’anno rimangono uccise dalle armi da fuoco. Per avere un metro di paragone, gli omicidi con armi da fuoco in Germania, Italia e Francia sono in media ogni anno circa 150. I poliziotti americani l’anno scorso hanno ucciso 1.247 persone, e negli ultimi nove anni oltre 9.000. Thomas Matthew Crooks, pochi secondi dopo aver sparato il proiettile che ha ferito Trump a un orecchio, è stato abbattuto con un colpo alla testa, come un animale. È morto con addosso la sua maglietta di Demolition Ranch, un canale Youtube dedicato alle armi. Non ho trovato da nessuna parte una riga di umana compassione per questo ragazzo di 20 anni con evidenti disturbi mentali, figlio della cultura malata della sua nazione, ucciso come un capretto. La dico io: riposa in pace.
Dario Castriota (Roma)