Antonio Dipollina: che tenerezza la propaganda in tv
di Antonio DipollinaIl programma tv più dichiaratamente d’opposizione si chiama Propaganda. Non può essere un caso, non lo è. Intanto la tv, l’informazione tv che ovunque, attraverso i decenni, si avvoltola nel proverbiale “Questo servizio sembra un film Luce” è altrove, ovunque, pervasiva. Con ogni evidenza funziona, o almeno chi ne manovra le leve crede ciecamente alla sua forza. Bisogna avere un approccio sovrumano per pensare davvero che oggi quelle sfilate di politici che in pochi secondi recitano la poesiola del giorno in primo piano abbiano davvero un senso. Che funzionino, cioè. Possibile che funzioni il campione in carica di queste cose – Foti, Fratelli d’Italia? In quelli non d’accordo con lui provoca moti d’ilarità assoluta, che aumentano all’aumentare del piglio convinto e del cipiglio deciso con cui recita il dettato quotidiano – a memoria, o forse c’è un segretario davanti con il foglio spianato e le frasi scritte con lettere enormi. E nei suoi seguaci?
Inutile fingere che la storia del Luc…
Il programma tv più dichiaratamente d’opposizione si chiama Propaganda. Non può essere un caso, non lo è. Intanto la tv, l’informazione tv che ovunque, attraverso i decenni, si avvoltola nel proverbiale “Questo servizio sembra un film Luce” è altrove, ovunque, pervasiva. Con ogni evidenza funziona, o almeno chi ne manovra le leve crede ciecamente alla sua forza. Bisogna avere un approccio sovrumano per pensare davvero che oggi quelle sfilate di politici che in pochi secondi recitano la poesiola del giorno in primo piano abbiano davvero un senso. Che funzionino, cioè. Possibile che funzioni il campione in carica di queste cose – Foti, Fratelli d’Italia? In quelli non d’accordo con lui provoca moti d’ilarità assoluta, che aumentano all’aumentare del piglio convinto e del cipiglio deciso con cui recita il dettato quotidiano – a memoria, o forse c’è un segretario davanti con il foglio spianato e le frasi scritte con lettere enormi. E nei suoi seguaci?
Inutile fingere che la storia del Luce diffuso in tv sia fatta di buoni e cattivi. Al massimo ci sono fasi caratterizzate, forse legittimate da snodi politici importanti. La Rai 3 di Guglielmi era Telekabul soprattutto per via del Tg3 di Sandro Curzi. Ma era l’epoca della tripartizione, Rai 1 e relativo tg alla Dc, Rai 2 al Psi, Rai 3 al Pci. E comunque quella sensazione definitiva di all-in, al ramo informazione, la diede Bruno Vespa: «Il mio editore di riferimento è la Dc». Amen, per sempre.
Come per tutto il resto del panorama, gli schemi saltano con l’ascesa di Berlusconi, e la successiva discesa, in campo. Con Emilio Fede e la sua devozione incessante alla causa, i proclami roboanti da filmato Luce diventano archeologia, o quasi. L’evoluzione propagandistica è di quelle inconcepibili a ogni spirito razionale: ma l’insieme va, funziona e soprattutto produce votie consensi – con annessi Vianello&Mike e i loro appelli pre-elettorali. Voti che arrivano a causa o in conseguenza di questo? Un lungo dibattito. Ma anche qui siamo in un’altra era.
Quello che oggi si chiama Retequattrismo ha prodotto una nuova evoluzione (che manda in sollucchero gli studiosi di queste cose e indigna, a tempo perso, molti altri). Un’intera rete votata al sostegno dichiarato di una parte politica: sì, ma quale? Più che altro è un’intera rete che sperimenta ogni santo giorno le dinamiche interne delle forze che compongono il centrodestra, le modella, le indirizza, più raramente si limita a registrarle.Il senso – e Foti ritorna ogni sera a ricordarcelo in pieno Tg1– è che il consenso effettivo è tutto da dimostrare (vale sempre l’assunto per cui le elezioni le vince chi non aveva prima le tv asservite): ma nessuno ha la minima intenzionedi rinunciare alla sala Var, diciamo così, dell’informazione. Allo stesso modo,a memoria d’uomo, in tema di Rai il canovaccio storico non ha mai avuto deviazioni: all’opposizione si strepita contro la consegna dell’azienda ai politici, quando si va al potere il mood diventa:“Ma perché dobbiamo privatizzare la Rai proprio adesso che tocca a noi?”.
I telespettatori, il popolo in senso lato, come sempre abbozza, fanatici a parte.E comunque da tempo il divertimentosui social è diventato superiore: fra troll e fake news e centrali di disinformazione, la storia è andata avanti per conto suo. E i proclami serali al Tg1 fatti di slogan, scritti sempre anche male, finirannoa ispirare tenerezza. E la solita nostalgia, quella che ti frega sempre.
Sul Venerdì del 26 luglio 2024